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Sono
onorato di prendere la parola in questa memoria così importante
per il popolo armeno che ricorda, proprio in questo 24 aprile, una
delle pagine più tristi e amare della sua storia. Siamo qui per
ricordare. Quello che mi sembra importante, e forse anche nuovo, e
che abbiate invitato a parlare di questa pagina buia della storia
del Novecento un non armeno. Non sono certo il primo non armeno ad
avere studiato il massacro degli armeni nell’Impero ottomano
durante la prima guerra mondiale. Spero anche di non esser
l’ultimo. Ritengo, infatti, che questa memoria, che oggi
celebriamo, debba uscire sempre di più dall’universo armeno e
diventare patrimonio di tutti. La storia del massacro di più di
un milione di armeni e
di altri cristiani da parte del governo “giovane turco”
iniziata il 24 aprile del 1915, appartiene all’intera umanità.
Si tratta di una tragedia che ha avuto un significato decisivo
nella storia di un popolo, ma è al tempo stesso una delle
“questioni” centrali del XX secolo. Gli storici, infatti, si
sono trovati alle prese con varie tragiche “questioni” nel
Novecento. Tra queste, la prima in termini cronologici, è la
“questione armena”.
E’ una “questione” troppe volte dimenticata, anche se
non è stato sempre così. All’inizio dei massacri gli Alleati,
in una dichiarazione congiunta, usarono per la prima volta nella
storia l’espressione “crimine contro l’umanità”. Allora
dichiararono:
“davanti
a questo nuovo crimine della Turchia contro l’umanità e la
civiltà i governi alleati portano pubblicamente a conoscenza
della Sublime Porta che riterranno personalmente responsabili i
membri del governo turco assieme a quei funzionari che avranno
partecipato a questi massacri”.
Tale
dichiarazione fu di grande rilievo soprattutto in prospettiva
della creazione di una nozione nuova nel quadro del diritto
internazionale con l’introduzione dell’espressione “crimini
contro l’umanità”. Questa nozione servirà in seguito come
punto di riferimento giuridico per perseguire gli alti dirigenti
nazisti durante il processo di Norimberga. Il massacro degli
armeni fu dunque considerato un crimine contro l’umanità. La
bibliografia a questo proposito, soprattutto da parte armena, è
sconfinata. A essa si affiancano quella francese, che è molto
vasta, e quelle sovietica e anglosassone. Tuttavia il libro che più
ha reso popolare in Occidente la drammatica epopea armena negli
anni tra le due guerre, è un romanzo. Si tratta dell’opera del
tedesco Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh,sulla
resistenza di un gruppo di 4.000 armeni nei mesi di agosto e
settembre del 1915 su una montagna del sangiaccato di
Alessandretta.
Recentemente
in Italia è uscito un bel volume di Flavia Amabile e Marco
Tosatti, La vera storia del Mussa Dagh, per le edizioni
Guerini, che riprende quella vicenda soprattutto da un punto di
vista documentario e la riporta all’attenzione del grande
pubblico. Sono opere importanti, che fanno sì che questo crimine
contro l’umanità non sia dimenticato e soprattutto hanno il
valore di renderlo comprensibile ai più. Ma come non dimenticare
di fronte alla storia incalzante del presente? Come non
dimenticare quando la stagione dei testimoni si sta concludendo
con la scomparsa della gran parte di quelli che hanno assistito al
massacro? E’ una grande sfida che si pone oggi alla memoria e
all’educazione delle giovani generazioni. Quella del genocidio
non può sembrare una vecchia storia a giovani desiderosi di
sentimenti e di esperienze nuove?
Qui
si apre il compito della storia, quello di ricostruire,
raccogliere documenti, ricordare e interpretare. Ma c’è anche
bisogno di altri strumenti per trasmettere la memoria. Il romanzo
di Werfel lo è stato tra le due guerre. C’è bisogno di una
nuova capacità narrativa. Pochi mesi fa, sempre in Italia, sono
uscite le memorie di Varvar Tachdjian, curate dalla figlia Alice,
dal titolo Pietre sul cuore, Sperling e Kupfer. E’ un
libro importante perché dà voce, sedurre dopo la morte, a una
donna sopravvissuta al massacro, la cui figlia oggi vive nel
nostro paese. Siamo entrati in una stagione in cui finiscono i
sopravvissuti di quella tragedia. Tanto tempo è passato ormai. Ma
è importante che queste voci continuino a parlare di quello che
è accaduto.
Un’iniziativa
importante, a questo proposito, è l’edizione in italiano
del film “Ararat” (nei cinema da oggi) del regista Atom
Egoyan che narra, attraverso i ricordi dei protagonisti, le
vicende dei sopravvissuti ai massacri. C’è il problema,
infatti, di rendere più popolare questa vicenda. Meno per gli
addetti ai lavori che continuamente si trovano a contatto con
storiografie diverse che affermano o negano il genocidio. Non è
questa la sede per entrare in questo dibattito. Mi chiedo però se
non è il caso di scavare ancora nella tragedia del popolo armeno
per recuperare i tanti frammenti ancora dispersi, come ho detto
per il libro di Alice.
Ci
sono tante finestre da aprire su quei fatti. Personalmente ho
cercato di farlo attraverso il manoscritto di un padre domenicano,
Jacques Rhetoré, che si è trovato, suo malgrado, ad osservare e
registrare la storia di questo massacro dall’angolo visuale di
una delle cittadine più importanti per i cristiani in Anatolia,
Mardin. Dalle finestre della casa religiosa dove era ospite a
Mardin, dopo essere stato allontanato dai turchi da Mossul dove
era missionario, poté vedere con i suoi occhi e ascoltare tanti
testimoni sui massacri che furono perpetrati dal governo giovane
turco a partire dal 1915.
Pubblicando
le sue Memorie ho voluto aprire una finestra, certo molto
parziale, sulla vicenda di cui discutiamo oggi. Ma credo che ci
sia bisogno di aprirne tante altre, perché questa è una storia
che riguarda tutti e che va conosciuta di più e meglio,
soprattutto in Italia. Questa finestra sul massacro (come ho
intitolato il volume) si basa su un testo inedito sui massacri
degli armeni e degli altri cristiani in Turchia, le Memorie del
missionario domenicano francese Jacques Rhétoré, «Les Chrétiens
aux bétes», con il sottotitolo, Souvenirs de la guerre
sainte proclamée par les Turcs contre les Chrétiens, en 1915. Il
manoscritto costituisce un'impressionante testimonianza delle
vicende storiche che portarono all'eliminazione di gran parte
della popolazione cristiana dell' Anatolia durante la prima guerra
mondiale. Il popolo armeno è coinvolto in primo piano nella persecuzione,
negli spostamenti forzosi, nella deportazione, nei massacri, ma
la tragedia tocca tutte le comunità cristiane dell'impero, talvolta
in maniera sostanziosa. È quello che emerge dalle Memorie di
padre Rhétoré.
Indubbiamente
gli armeni sono le vittime principali del massacro: il timore dei
turchi è indirizzato verso di loro e contro eventuali tentativi
di creazione di uno Stato armeno. Tuttavia per compiere un'azione
di questo tipo non basta l'apparato di cui il governo «giovane
turco» può disporre, occorre mobilitare le masse, che si muovono
più su una serie di motivazioni «religiose», islamiche o
anticristiane, che a partire dal nazionalismo turco. A livello di
base la distinzione tra cristiani delle diverse comunità (e tra
esse gli armeni) non è sempre così forte nella coscienza popolare.
Gli armeni, poi, hanno tenuto viva la memoria della strage a differenza
delle altre comunità colpite.
Gli
armeni nell’Impero ottomano
Gli
armeni erano, insieme ai greci ortodossi, l'altra grande comunità
cristiana dell'impero. Il suo responsabile civile era il
patriarca, la cui sede è ancora oggi nel quartiere di Kum Kapi.
Accanto al patriarcato esisteva un corpo rappresentativo:
l'Assemblea nazionale armena. Sebbene i suoi rappresentanti
fossero eletti da tutte le parti dell'impero, l'Assemblea era
soprattutto rappresentativa delle classi ricche di Istanbul.
Inoltre, va aggiunto che il capo supremo della Chiesa, il catholicos,
risiedeva in Armenia, mentre in Cilicia si trovava l'altro catholicos.
Quello armeno era stato il secondo millet a essere riconosciuto
dagli ottomani nel 1461, l'Ermeni Millet. La Chiesa armena, come
quella ortodossa, possedeva un gran numero di beni fondiari ed era
uno dei maggiori proprietari dell'impero. Gli armeni, nonostante
le difficili condizioni delle comunità all'interno del paese, la
forte pressione fiscale esercitata nei loro confronti, il
generale sistema di ineguaglianza che li colpiva in quanto
appartenenti a una comunità non musulmana, avevano comunque
raggiunto un forte grado di integrazione nell'impero.
Tale
integrazione aveva anche suscitato, soprattutto verso la fine
dell' Ottocento, una certa vivacità politica in alcuni elementi
della comunità e la richiesta di riforme del sistema giuridico,
politico e fiscale dell'impero. In alcuni casi questa
politicizzazione portò anche a sollevazioni popolari come nel
caso dei montanari di Sassoun nel 1894 che si ribellarono a
imposizioni fiscali sempre più pesanti. Questa insurrezione fu
soffocata nel sangue dai turchi con la complicità dei curdi.
Nel mese di ottobre 1895 una manifestazione di 4.000 armeni, che
si dirigevano verso la Sublime Porta, la sede del governo otto
mano, per presentare una petizione sul massacro di Sassoun e per
segnalare le condizioni difficili in cui vivevano le popolazioni
armene delle province, fu interrotta dalla polizia e, dopo un
primo scambio di colpi d'arma da fuoco, finì in una carneficina
di armeni. Era la prima volta nella storia ottomana che una minoranza
osava affrontare le autorità centrali nella capitale dell'impero.
Cominciò da allora un periodo di forte instabilità e pericolo
per tutte le comunità armene della Turchia. Tra l'ottobre 1895
e il gennaio 1896 nelle sei province dell'interno dove vivevano
comunità armene vennero eseguiti rappresaglie e massacri. A
questi attacchi dell'esercito turco seguirono insurrezioni
armene in diversi luoghi del paese e anche a Istanbul) dove in
un'azione di guerriglia fu occupata la Banca Ottomana, bastione
della finanza europea.
Gli
armeni vissero allora due anni difficili che provocarono due
conseguenze: una forte diffidenza armena verso il governo ottomano
e, più in generale, l'idea che questa minoranza avrebbe prima o
poi lavorato per la separazione dall'impero. La vivacità delle
correnti nazionalistiche che percorrevano la comunità armena,
l'interesse mostrato per essa dalle potenze europee (anche se
non ci furono proteste energiche per i massacri del 1895-1896)
la candidavano a essere una potenziale minaccia per l'unità
ottomana.
L'inizio
della persecuzione
Nel
marzo 1915, le relazioni tra i 150.000 armeni di Istanbul e il
governo «giovane turco» si erano pesantemente deteriorate. Il
24 aprile un ordine del Ministero dell'Interno dava il via a una
vasta operazione di polizia a Istanbul, con lo scopo di
arrestare l' élite della comunità armena: intellettuali,
politici, medici, ecclesiastici, avvocati sospetti di sentimenti
nazionalisti o ostili al comitato Unione e Progresso.
Venivano perquisite le loro case, le scuole, le chiese e lo stesso
patriarcato, alla ricerca delle prove di una congiura. La rivolta
di Van, dov'era governatore il cognato di Enver, Tahir Djevdet,
servì come pretesto per decapitare l'élite armena della
capitale. Migliaia di armeni furono catturati e incarcerati; nella
sola Istanbul 2.345 persone in vista furono arrestate. A chi
rivolgersi per chiedere protezione nel confronti di queste misure
prese dal governo ottomano?
Il
referente tradizionale delle denunce armene erano state le legazioni
europee; ma ora i contatti risultavano interrotti a causa della
guerra. [Il patriarca armeno, Zaven, che era stato vescovo di
Diyarbakir, era intervenuto presso i ministri ottomani, finché
tutte le porte non gli si erano chiuse innanzi. Intervenne anche
presso l'ambasciatore tedesco Hans Freiherr von Wangenheim, che
rifiutò di assumere la protezione ufficiale della comunità
armena dinanzi alle autorità ottomane. Secondo l'ambasciatore
americano Morgenthau, questa posizione del collega tedesco era
coerente con la visione politica del suo paese rispetto al futuro
dell'impero turco]. Per gli armeni, per l'autorità ecclesiastica
armena, non esisteva più la possibilità di servirsi
dell'appoggio di un qualche paese straniero -eccetto gli Stati
Uniti -nel far valere le proprie denunce presso il governo
ottomano, che ridimensionava l'accaduto e rassicurava i propri
interlocutori. Nel contempo, però, il ministro dell'Interno,
Talaat, in un memorandum del 26 maggio 1915 domandava al gran
visir di far promulgare al governo una legge speciale che
autorizzasse la deportazione. Il memorandum fu firmato dal gran
visir il 29 maggio, mentre il gabinetto ne discusse il giorno
successivo approvandolo sotto il titolo di Legge provvisoria di
deportazione.
La
legge autorizzava i comandanti delle forze armate, ma anche dei
corpi d'armata fino ai responsabili delle guarnigioni locali, a
ordinare la deportazione di gruppi di popolazione sospettati di
spionaggio, di tradimento, oppure nel caso di necessità militari.
Questa legge, approvata dal gabinetto, non sarà mai discussa e
promulgata dal Parlamento ottomano, come invece esigeva l'articolo
36 della Costituzione. Paradossalmente, la Legge provvisoria di
deportazione, mai approvata dal Parlamento, fu da questo abrogata
solo nel dopoguerra, il 4 novembre 1918, per evidente
incostituzionalità. Una legge supplementare, promulgata il 10
giugno 1915, conteneva invece istruzioni sul modo di registrare i
beni dei deportati. Questo sarà un altro grande problema delle
deportazioni. Un clima di disperazione si respirava, in quei mesi
di aprile e maggio, tra i responsabili ecclesiastici armeni. Il
catholicos di Cilicia, Sahak, scriveva al patriarca Zaven, in
conclusione del suo rapporto: «I miei dodici anni di ministero mi
paiono un'eternità di dolore e di tormento. Se non fossi
cristiano, maledirei il giorno in cui sono nato, o piuttosto
quello in cui sono stato chiamato a funzioni così cariche di
responsabilità».
In
questa situazione il patriarca armeno si rivolse a un'altra
autorità religiosa, con cui tradizionalmente non aveva avuto
buoni rapporti, il delegato apostolico, cioè il rappresentante
del papa a Istanbul, che non godeva di alcuno statuto diplomatico.
Si trattava di un vescovo italiano, da poco giunto nella capitale
ottomana, mons. Angelo Maria Dolci, trovato si a fronteggiare la
scomparsa della presenza francese che, da secoli, aveva
rappresentato gli interessi dei cattolici nell'impero ottomano.
La Santa Sede fin dal pontificato di Leone XIII aveva cercato di
porre le basi per una nuova politica verso la Sublime Porta. Ma si
era scontrata con il veto francese. Questa politica venne ripresa
e rafforzata da Benedetto XV e dal suo segretario di Stato, il
cardinale Gasparri, dopo la soppressione del regime delle
capitolazioni che poneva fine, tra l'altro, alle protezioni
europee sui cristiani. La Santa Sede aveva nell'impero ottomano
tre delegazioni apostoliche: a Costantinopoli, in Siria-Libano,
in Mesopotamia-Kurdistan. Le comunicazioni con la Santa Sede
sono molto difficili e si snodano attraverso un complicato
canale diplomatico: dalle rive del Bosforo si comunica con il
Vaticano passando attraverso la nunziatura di Vienna. Il delegato
apostolico Dolci nel maggio 1915, pochi giorni dopo l’arresto di
più di 2.000 armeni, comincia ad avere notizia che qualcosa sta
avvenendo contro gli armeni non soltanto nella capitale, ma anche
nel resto dell'impero. Sono notizie confuse e frammentarie, ma
l'allarme serpeggia tra i cristiani della capitale. Monsignor
Dolci comincia a impegnarsi per difendere gli armeni cattolici, anche
se da Roma non sono ancora giunte istruzioni precise.
È
molto significativo che, mentre la situazione armena si faceva
sempre più delicata, il patriarca gregoriano invii, nel luglio
1915, il suo vicario da monsignor Angelo Dolci per comunicargli
alcune notizie dettagliate sui massacri, tra cui quello di
Mardin, nel quale sono rimasti vittima anche molti cattolici. Il
prelato cerca di contattare le autorità ottomane ma, non avendo
uno statuto diplomatico, ogni intervento incontra molte difficoltà.
D'altra parte il delegato trova negativo l'atteggiamento delle
ambasciate di Germania e di Austria -Ungheria presso le quali è
intervenuto tentando di coinvolgerle in difesa degli
armeno-cattolici.
L'atteggiamento
della Santa Sede e del suo delegato a Istanbul durante gli anni
dei massacri degli armeni e degli altri cristiani è stato di
recente ricostruito, sulla base di documenti vaticani inediti e di
fonti diplomatiche francesi, da Andrea Riccardi. La ricostruzione
dell'azione vaticana a proposito di questa tragedia offre un
ulteriore aspetto della vicenda, poiché non rappresenta soltanto
l'atteggiamento delle diverse diplomazie con cui la Santa Sede
viene a contatto, ma riflette singolarmente il vissuto delle
varie comunità cristiane durante la persecuzione.
La
documentazione raccolta da Riccardi ci consente di vedere
dall'interno uno spaccato unico di questi anni difficili: dalle
sofferenze di tanti cristiani all'impotenza delle potenze
occidentali, al cinismo dei più alti responsabili della
politica turca. L'opera di monsignor Angelo Dolci, per quel che
risulta dai documenti vaticani, appare instancabile nel perorare
la causa dei cristiani in Turchia, mentre da Roma il sostegno
che giunge da Benedetto XV, dal segretario di Stato, cardinale
Gasparri, e dal segretario degli Affari Ecclesiastici
Straordinari, Eugenio Pacelli è totale. I documenti danno conto
delle tante testimonianze oculari di scampati o di persone ben
informate che giungono tra il 1915 e il 1916 alla delegazione
apostolica per descrivere le sofferenze dei cristiani, le stragi
e le deportazioni subite. Il delegato non manca di informare Roma
ogni volta che può. I suoi dispacci allarmanti dimostrano,
nonostante la frammentarietà delle notizie che giungono al
rappresentante della Santa Sede, le prove dell'esistenza di un piano
del governo ottomano contro i cristiani in Turchia.
Tra
i testimoni che si recano alla delegazione vaticana, oltre ai
rappresentanti ufficiali delle comunità cristiane, ci sono anche
i missionari che da anni condividono la vita di quelle comunità
cristiane nei villaggi e nelle cittadine dell' Anatolia orientale,
della Mesopotamia e del Medio Oriente.
Le
descrizioni dei missionari sul destino degli scampati ai massacri
sono molto simili, a tratti uguali, a quelle riportate da padre Rhétoré
nelle sue Memorie. Marce senza senso, senza meta e senza tregua a
cui sono costretti i deportati. I superstiti costretti ad
abbandonare tutto il loro avere, case, proprietà, denaro, e
forzati a partire per l'interno. Accompagnati per lo più da
gendarmi brutali, migrano di villaggio in villaggio, di pianura in
pianura, senza tregua, sempre verso destinazione ignota.
In
pochi mesi queste notizie circostanziate fanno sì che il delegato
sia in grado di tracciare un quadro complessivo di ciò che sta avvenendo
ai cristiani in Turchia. In agosto le trasmette a Roma e in breve
tempo riceve un forte incoraggiamento dal cardinale Gasparri per
l'opera che sta compiendo nella ricerca di vie per salvare le
comunità cristiane dai massacri. Contemporaneamente la Santa Sede
decide di intervenire direttamente con una lettera del papa al
sultano. «Questo gesto», ha scritto Andrea Riccardi, «rappresenta
un avviso al governo turco, che la Chiesa cattolica e l'opinione
pubblica sono decise a non lasciare gli armeni soli». Benedetto
XV così scrive a Mehemet V:
“Ci
giunge dolorosissima l'eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale
nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze.
La nazione armena ha già veduto molti dei suoi figli mandati al
patibolo, moltissimi, tra i quali non pochi ecclesiastici e
anche qualche Vescovo, incarcerati o inviati in esilio. Ci vien
riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono
costrette ad abbandonare le loro case per trasferirsi con indicibili
stenti e patimenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali
oltre le angosce morali debbono sopportare le privazioni della più
squallida miseria e le torture della fame. Noi crediamo, Sire,
che tali eccessi avvengano contro il volere del Governo di Vostra
Maestà. Ci rivolgiamo, pertanto, fiduciosi a Vostra Maestà e
ardentemente la esortiamo di volere, nella Sua magnanima generosità,
avere pietà e intervenire a favore di un popolo, il quale, per
la religione medesima, che professa, è spinto a mantenere la
fedele sudditanza verso la Persona della stessa Maestà Vostra. Se
vi sono tra gli armeni traditori o colpevoli di altri delitti, che
essi siano legalmente giudicati e puniti. Ma non permetta Vostra
Maestà, nell'altissimo Suo sentimento di giustizia, che nel
castigo siano travolti gl'innocenti e anche sui traviati scenda
la Sovrana Sua clemenza. Dica Vostra Maestà l'invocata e possente
Sua parola di pace e di perdono e la nazione Armena, resa sicura
da violenze e da rappresaglie, benedirà, al nome augusto del
suo Protettore.”
Il
passo di Benedetto XV è deciso e mostra, nonostante la delicatezza
della questione, una ferma volontà del papa di far sentire la sua
voce su questa vicenda che lo ha "inorridito». Il papa,
soprattutto, cerca di spingere il sultano a intervenire per
fermare i massacri. La Santa Sede, nel contempo, trasmette la
stessa preoccupazione per la sorte dei cristiani in Turchia ai
governi alleati dell'impero ottomano, Germania e Austria-Ungheria.
La
risposta del sultano al papa arrivò nel mese di ottobre nel corso
di un'udienza concessa al delegato, monsignor Angelo Dolci. Il
prelato invia in Vaticano un rapporto su questo colloquio che non
sembra determinante per la salvezza dei cristiani a causa della
scarsa rilevanza che il sovrano aveva sulla vita politica e
militare del paese, allora saldamente nelle mani del triunvirato
«giovane turco». Il sultano, nel corso del colloquio, si
sarebbe limitato a ribadire le tesi del governo: l'impero è
entrato «in questa lotta non per ambizione di conquista», ma
unicamente per difendere l'integrità del paese dalle minacce dei
suoi nemici russi e dalle pericolose posizioni «dell'elemento
perturbatore» armeno. Il sovrano scrive a Benedetto xv che «era
impossibile alle Nostre Autorità poter fare una distinzione tra
l'elemento tranquillo e quello perturbatore, e da parte turca si
ammette che l'operazione contro i rivoluzionari ha coinvolto anche
«l'elemento tranquillo».
Le
carte vaticane fanno emergere un notevole avvicinamento tra il
patriarcato armeno e la delegazione apostolica dopo quel 24 aprile
1915 in cui iniziarono ufficialmente le persecuzioni ai danni
degli armeni di Istanbul prima e del resto dell' Anatolia poi.
Tel
Armen e Mardin
Ma
torniamo alle memorie di Rhetoré. Il percorso da lui compiuto da
Mossul a Mardin sfiorò anche un villaggio di coltivatori armeno-cattolici,
Tel Armen, che si trovava sulla via carovaniera, sosta e luogo
sicuro a quattro ore da Mardin: i 2.000 abitanti, tutti cattolici,
sarebbero scomparsi nel luglio 1915 durante una razzia curda che
ne avrebbe uccisi più di tre quarti. La strage è stata
raccontata da un testimone padre Simon che ha descritto lo
sterminio di gran parte degli abitanti all'interno della chiesa
armena a cui fu dato fuoco alla fine della carneficina: più di
1.500 armeno-cattolici persero la vita in questa circostanza.
Quando
il domenicano giunse a Mardin la situazione non si era ancora
deteriorata. Il jihad era stato proclamato, ma questo non
aveva dato luogo, in un primo momento, a grandi violenze. La città
di Mardin, su di un monte di quasi mille metri, dominava una larga
piana spoglia di alberi e piuttosto brulla. A poca distanza dalla
città, si vedeva l'antico monastero siriaco di Der ez-Za'fran,
dal 1293 sede del patriarca siriaco. Qui era il centro di questa
antica e periferica Chiesa orientale.
Mardin,
all'epoca, contava circa 42.700 abitanti di cui 25.000 musulmani e
17.700 cristiani delle varie confessioni. Si contavano 7.000
siriaci, 6.000 armeni cattolici, 3.000 siro-cattolici, 1.200 caldei
e un piccolo gruppo di 500 protestanti. Era la città con il più
alto numero di cattolici in tutta la Mesopotamia. A metà
Ottocento a Mardin vivevano anche gli yezidi (adoratori del
diavolo), circa un centinaio di famiglie, duramente repressi dal
regime ottomano. Mardin, antica piazzaforte, era un punto di
incontro tra genti diverse, curdi, turchi, arabi, al limitare del
mondo anatolico verso la Siria. La grande moschea, Ulu Camil, o la
Sultan Isa Medresesi sono i monumenti di un islam antico e
radicato, con una sua storia secolare alle spalle. Dopo Mardin si
leva il massiccio montuoso dell' Armenia e del Kurdistan, al di là
di Nisibe, che scivola verso le steppe del deserto siriano, dove
vivono i nomadi arabi. In questo senso la città rappresenta un
centro di confluenza, uno degli ultimi del mondo anatolico, e un
nodo stradale di un qualche rilievo.
All'inizio
della guerra la vita a Mardin era piuttosto tranquilla. I
cristiani erano leali sudditi dell'impero. La comunità armena era
interamente formata da cattolici, poco sensibili ai movimenti
nazionalistici o rivoluzionari che altrove si manifestavano in
seno a questo popolo. L'arcivescovo armeno-cattolico, monsignor
Ignace Maloyan, aveva sempre predicato l'ubbidienza al governo
ed era stato anche decorato due volte dal sultano con una
particolare distinzione. Complessivamente
i rapporti tra musulmani e cristiani a Mardin erano buoni. Lo
stesso Rhétoré ricorda nelle sue Memorie un importante episodio
di solidarietà da parte dei musulmani della città verso i loro
concittadini cristiani nel corso dei primi massacri del 1896. In
quell’occasione i mardinesi musulmani si rifiutarono di
massacrare i loro concittadini cristiani.
Mardin
fu definita da «Les Missions Catholiques» come la «città più
cattolica della Mesopotamia». I cattolici di Mardin erano
appoggiati da un robusto impianto di missionari: i cappuccini e le
suore francescane che tenevano una scuola per ragazze (ma tutti
dovettero abbandonare il paese nel 1914 eccetto pochi indigeni). I
siro-cattolici di Mardin erano l’altra forte presenza cattolica
nella cittadina che fu per lungo tempo sede tradizionale del
patriarcato.
A
Mardin, a differenza dei villaggi aperti a molteplici influenze,
l'autorità del governo si faceva sentire in senso
tranquillizzante. Rhetorè e i suoi compagni si potevano trovare a
loro agio nell'ambiente cattolico di Mardin, abituato ai
missionari francesi, anzi con sentimenti di pronunciata
francofilia, dovuta all'educazione ricevuta e alla
considerazione naturale della Francia come protettrice dei
cristiani. Mardin, nonostante la guerra, offriva una condizione di
relativa tranquillità.
Tale
tranquillità, che si respirava ancora nei primi mesi del 1915,
non era turbata da conflitti tra cristiani e musulmani. Si è anzi
detto come l'autorità locale fosse decisamente contraria a farsi
coinvolgere in questo processo, mantenendo quello stile che si
ritrovava in alcuni funzionari dell'amministrazione ottomana.
C'era poi a Mardin, come notano gli stessi domenicani nei loro
appunti, una «certa fraternità tra i suoi abitanti musulmani e
cristiani». La sollecitazione a cambiare questo clima di «antica
concordia» venne dal valì di Diyarbakir, Rachid Bey, il quale
anche per superare l'opposizione alle persecuzioni del
mutessarif, cominciò a prendere contatto, attraverso un
deputato del capoluogo, con i responsabili musulmani della città
per guadagnarli alla causa del massacro.
Queste
argomentazioni cominciarono ad aprire una breccia nella resistenza
dei capi musulmani, che «affascinati dalle assicurazioni del
deputato, e non osando separarsi dal resto dell'islam [...] si
convertirono all'idea dei massacri». Ci si appellò a molti
motivi per iniziare le persecuzioni verso i cristiani: il jihad
proclamato contro i nemici (e i cristiani non erano forse
collaboratori degli stranieri?), l'invidia sociale, la spinta al
conformismo con presunti orientamenti di tutta la comunità
musulmana, l'autorità del potere centrale e il timore di
contrastarlo. Le motivazioni nazionalistiche, a contatto con il
mondo dell'interno dovevano rivestirsi di contenuti religiosi:
che cosa facevano nella casa dell'islam, questi collaboratori
del nemico? Il senso nazionale non era particolarmente sviluppato
presso queste popolazioni in prevalenza curde. Infatti nota Rhétoré:
“Per
supplire alla mancanza di patriottismo, la Turchia ricorse al
fanatismo chiamando il popolo musulmano alla guerra santa [...].
Il popolo musulmano comprese bene che la guerra santa contro gli
infedeli francesi, inglesi o russi gli avrebbe procurato il
quasi certo vantaggio di divenire Chahid o martire”.
Si
tratta di osservazioni particolarmente importanti che mettono in
luce il ruolo della mobilitazione religiosa e antireligiosa in
luogo di un carente senso nazionale diffuso tra i turchi. E’ qui
la «nuova politica» dei Giovani Turchi. È quella politica che
nasce dalla ricerca di un'identità nazionale ottomana. In turco
patria si dice vatan, ma indica il luogo di nascita; millet
vuol dire nazione, ma con riferimento alla comunità religiosa.
C'era un millet musulmano, ma non c'erano un millet turco, uno
arabo o uno curdo. Il patriottismo e il nazionalismo di marca europea
non trovano immediatamente un vocabolario con cui esprimersi. La
religione restava l'appello capace di scendere in profondità,
richiamando l'impegno del buon musulmano a lottare e a morire
per la vera fede. In guerra il soldato turco si sacrificava e moriva
non per la patria, come quello europeo, ma per l'islam. L'islam
sarebbe rimasto il vero collante per la mobilitazione,
coinvolgendo anche gli arabi accanto ai turchi in nome della
fedeltà musulmana e non di inesistenti valori nazionali comuni.
È vero che, dalla fine del secolo, si era sviluppato il turchismo,
con il recupero delle origini turaniane, fondando finalmente
un'identità nazionale turca. I Giovani Turchi, voltate le spalle
a un ottomanismo multinazionale e cosmopolita che sembrava
impossibilitato a resistere agli attacchi nazionalisti, avevano
sentito profondamente il richiamo di questo nazionalismo turco.
L'identità nazionalistica turca era il tratto principale della
loro politica. Il programma del comitato Unione e Progresso puntava
essenzialmente a far considerare come caduca la concezione
tradizionale dell'ottomanismo multietnico, per rimpiazzarla con un
nazionalismo stretto, che mettesse in luce il «turchismo» e
portasse alla turchizzazione dell'intero tessuto della società
ottomana.
Ma
i dirigenti «giovani turchi» dovevano fare i conti con la tradizione
imperiale ottomana e con il sentimento religioso musulmano diffuso
tra le masse popolari, anche non turche, ma curde e arabe. La
difesa degli interessi nazionali doveva, allora, essere filtrata
attraverso questo senso di appartenenza musulmana. Nelle lontane
province dell'impero l'interesse dei politici «giovani turchi»
di Istanbul doveva essere difeso e proclamato come la causa
santa dell'islam. E gli armeni, di cui i Giovani Turchi temevano
il movimento nazionalistico, dovevano essere osteggiati come giaur,
infedeli da combattere. La «nuova politica», quando da
Istanbul arrivava a Mardin, assumeva i panni tradizionali della
lotta all'infedele, spogliandosi di ogni atteggiamento
nazionalistico turco, in un ambiente non preparato e, oltretutto,
curdo. Non era un caso che Rachid Bey, il valì di Diyarbakir, per
operare a Mardin trovasse qualche ostacolo nei funzionari pubblici
ottomani e dovesse fare appello ai sentimenti religiosi dei capi
musulmani.
Ordine
di morte
Due
strutture create dal governo «giovane turco» ebbero un ruolo
fondamentale nelle deportazioni e nei massacri che ne seguirono.
La prima è l'Organizzazione Speciale, fondata quasi
all'inizio del potere «giovane turco». Si trattava di un'unità
paramilitare, comandata da ufficiali delle forze armate, il cui
scopo era quello di sorvegliare e «neutralizzare» i nemici
interni. Tuttavia la sua missione segreta consisteva nel liquidare
alla prima occasione le minoranze discordanti e «straniere».
La seconda struttura è la cosiddetta Sottodirezione dei
Deportati, creata nel 1915 per gestire la liquidazione fisica
dei deportati al riparo da testimoni, con sede ad Aleppo. Il ruolo
di questa seconda organizzazione crebbe molto nella seconda fase
delle deportazioni. Aram Andonian pubblicò a Parigi, nel 1920,
un volume dal titolo, Documents officiels concernant les
massacres arméniens, in cui vengono rese note le memorie di
Naim Sefa, un funzionario turco della Sotto direzione dei
Deportati. Nel libro vengono pubblicati alcuni telegrammi del
ministro dell'Interno, Talaat, che proverebbero la trasmissione
degli ordini di morte alle autorità periferiche. I turchi hanno
duramente contestato l'autenticità di questi documenti, asserendo
che essi avevano la funzione di fondare le pretese armene. La
tesi turca, come ha sostenuto il già citato Rustem Bey, è che
non vi sia stata una premeditata strage degli armeni, ma la
repressione di una rivolta. Il resto sarebbe conseguenza delle
cattive condizioni del paese in guerra. Inoltre il numero dei
morti turchi sarebbe maggiore di quello armeno.
Tuttavia
nel mondo di provincia, pur non essendo a conoscenza di
un'esplicita trasmissione di ordini, si aveva la sensazione che i
contatti tra alcuni personaggi chiave, come, ad esempio, il valì
Rachid Bey, e il Ministero dell'Interno fossero piuttosto
costanti. A Diyarbakir si parlava di una stazione telegrafica
istallata nel palazzo del governatore per comunicare direttamente
con il Ministero. Per i domenicani che osservano lo sviluppo della
situazione da Mardin, Rachid Bey è l'uomo che organizza tutte le
operazioni contro i cristiani.
Non
soltanto le fonti cristiane descrivevano gli eccessi di Rachid,
nominato nel 1915 alla prefettura di Diyarbakir, ma anche la diplomazia
tedesca li conosceva bene. Il 12 luglio 1915 l'ambasciatore von
Wangenheim reclamava contro di lui severe misure da parte della
Sublime Porta. In un telegramma inviato da Rachi Bey a Djemal Pacha,
ministro della Marina, in risposta a uno precedente nel quale il
triunviro si lamentava della presenza di cadaveri che
galleggiavano nell'Eufrate, il prefetto di Diyarbakir ha lasciato
un saggio del suo cinismo, risponde a Djemal:
“L'Eufrate
ha pochi rapporti con il nostro vilayet. I cadaveri citati provengono
probabilmente dalle parti dei vilayet di Erzurum e Kharput. Quelli
che cadono morti qui [nella zona di Diyarbakir] o vengono gettati
in profonde caverne o, come capita più spesso, vengono bruciati.
C'è poco spazio, infatti, per sotterrarli”.
Da
Mardin si guardava con apprensione a quanto Rachid Bey stava
facendo nel centro del vilayet, anche se si continuava a sperare
di sfuggire al dramma per le caratteristiche proprie della città
e per l'importante precedente dei massacri del 1896, nel corso dei
quali i cristiani di Mardin erano stati difesi dagli stessi
musulmani.
Deportazione
ovunque
La
deportazione del clero, quella delle donne e dei bambini allarga
in maniera in discriminata il campo dei soprusi e delle violenze
nei confronti dei cristiani. Già nel mese di giugno 1915 ci si
poté accorgere che il piano di eliminazione o deportazione dei
cristiani si estendeva a tutto il vilayet oltre che a ogni
categoria di persone. Dopo i primi cortei di deportati, i
cristiani capirono che le misure di Rachid Bey avevano superato il
limite di qualche caso particolare, per toccare in maniera
indiscriminata le varie comunità. Il 2 giugno l'arcivescovo
armeno-cattolico di Mardin, monsignor Ignace Maloyan, si recò
all’arcivescovado siro-cattolico che sorgeva sulla strada
principale della città. Il prelato armeno era angustiato da una
vicenda di cui era stato informato da un amico musulmano
nell'amministrazione. Un giovane armeno-cattolico del villaggio di
Tel Armen era stato costretto a firmare un foglio su cui era
scritta questa dichiarazione: «Il sottoscritto dichiara di aver
trasportato venticinque fucili e cinque bombe all'arcivescovado
armeno-cattolico di Mardin».
Questa
vicenda si era svolta alla metà di maggio. Il vescovo era
preoccupato che una qualche congiura si stringesse attorno a lui.
Veniva all'arcivescovado siro-cattolico per raccontare la storia
e all'incontro erano presenti anche i tre domenicani francesi che
annotano espressioni di profondo pessimismo da parte del
vescovo: «Sono cosciente della mia prossima dipartita da
questo, mondo e della condanna a morte che subirò con la mia
amata comunità». A Mardin non c'erano armeni gregoriani, ma solo
cattolici. Da Costantinopoli si dava ogni assicurazione
sull’atteggiamento benevolo del governo verso questi ultimi, che
non potevano essere accusati di partecipazione al movimento
nazionalista. I cristiani di Mardin speravano di restar fuori
dalla tempesta che si era scatenata sui loro correligionari di
Diyarbakir.
Non
ci si poteva fidare degli armeni; non si potevano lasciare loro le
armi. Ma dietro questi timori dei dirigenti ottomani si nascondeva
un piano di eliminazione preventiva di ogni rischio? E il «furore
musulmano» esplodeva spontaneo o nasceva per abile regia? Nel
1920 Aram Andonian pubblicava alcuni documenti che provavano come
fossero stati diramati ordini a questo proposito. Tuttavia la
storiografia turca ha sempre contestato la validità di questi
documenti. Altri ancora furono esibiti al processo contro i
dirigenti dei Giovani Turchi fatto a Istanbul nell'immediato
dopoguerra. Ma, al di là della documentazione, la sensazione che
serpeggia tra la gente, tra i cristiani della provincia, è quella
di trovarsi innanzi a un preciso disegno teso a eliminarli dalle
terre dove hanno sempre vissuto.
Una
cittadina nella tormenta
Sotto
la finestra dei tre domenicani, ospiti nell'edificio
siro-cattolico, si stava per svolgere la tragedia che avrebbe
colpito la comunità cristiana di Mardin. Fu costituito un
comitato che aveva a disposizione gruppi di miliziani che erano
stati raccolti per la sorveglianza delle città e delle campagne,
reclutati in genere tra i curdi; c'erano anche bande di circassi,
i tchétés, comandati da Haroun. Il comitato poteva anche contare
sulla gendarmeria, gli zaptiés. Le operazioni cominciarono con
l'ordine di consegna di tutte le armi, intimato ai cristiani.
Questi obbedirono consegnando i fucili da caccia che avevano. Le
perquisizioni nelle case, nelle chiese armeno-cattolica e siriaca
non portarono alla scoperta di altre armi. I domenicani
raccolsero voci sulla brutalità di questa perquisizione.
Il
primo gruppo di prigionieri era composto da 410 persone, raccolte
tra il 3 e il 5 giugno: armeno-cattolici, caldei, siro-cattolici.
Con loro furono arrestati il vescovo Maloyan e vari altri preti.
La gente cominciò a visitare gli amici o i parenti imprigionati:
“I
prigionieri furono interrogati per strappare loro confessioni
sulla politica antipatriottica che gli veniva imputata. Non
avendo niente da dichiarare furono ancor più tormentati dai
torturatori. Uno dei principali notabili, tre giorni dopo il loro
imprigionamento, poté essere visitato da un suo amico che lo trovò
irriconoscibile. Il volto sfigurato dalla sofferenza e gli abiti
in uno stato pietoso; nella stessa condizione erano anche tutti
gli altri. Il vescovo e i preti non furono risparmiati dagli insulti
e dai maltrattamenti.”
In
prigione, a differenza dei notabili di Diyarbakir, furono trattenuti
poco. Non si racconta di interminabili e insistenti interrogatori
come avvenne in altri casi -anche perché non c'era molto da scoprire
tra i cristiani di Mardin. Tra loro infatti solo poche decine di
armeni aderivano al comitato hentchakista. L'accusa
maggiore contro gli armeni di Mardin fu quella di essere
filofrancesi. Una delle prove era considerata l'iscrizione di
molti, comprovata da registri, all'associazione francescana che i
cappuccini avevano propagandato presso i loro fedeli. I poliziotti
turchi asserivano che la parola «Francesco» avesse un
collegamento occulto con la Francia e dunque provasse la
complicità e la sudditanza degli iscritti all'associazione, con
un paese nemico. Presto le autorità decisero di avviare i
prigionieri a Diyarbakir. Un pubblico banditore, nei quartieri
cristiani, informava che chiunque fosse uscito dalle proprie
case sarebbe stato punito con la morte.
Mardin,
città costruita sulla cima di una collina, ha le strade tutte in
pendenza, eccetto la via principale che la attraversa. Le case,
sul declivio della collina, hanno sempre una terrazza
sull'ultimo piano dove l'estate, per il gran caldo, dormono gli
abitanti. I tre padri domenicani nelle loro memorie hanno
lasciato una descrizione accurata di questo primo convoglio in
partenza da Mardin; passato sotto le finestre dello stabile
siro-cattolico dove abitavano. Rhétoré afferma che la partenza
sarebbe avvenuta di notte, ma in una notte molto chiara, tanto che
si poté osservare tutto «dalle finestre e dalle terrazze ». I
prigionieri erano mal vestiti o mezzi nudi. Al contrario della
descrizione di padre Berré, colloca monsignor Maloyan non
all'inizio ma alla fine del convoglio, scalzo, con le manette ai
polsi come un malfattore, ma sembrava fiero di questo insulto, e
marciava con un passo sicuro benedicendo con il volto e con il
cuore i suoi figli spirituali rimasti a Mardin.
Rhétoré
ricorda un vescovo fiero, mentre -osserva -prima dell'arresto
era stato molto angosciato. Nelle memorie di padre Berré era
padre Léonard, un cappuccino d'origine libanese, ad aprire il convoglio,
che passò sotto il convento da lui abitato fino a poco prima. Era
un convento, con chiesa e scuole, tenuto dai cappuccini francesi,
costretti ad abbandonarlo alla dichiarazione di guerra. Erano rimasti
padre Léonard, suddito ottomano, e un confratello italiano. La
guardia che scortava Léonard lo insultava con l'appellativo di «sporco
frandji», un'espressione che deriva da franco o francese, ma che
designava gli europei e i cattolici.
Anche
padre Hyacinthe Simon ha lasciato i suoi ricordi, coincidenti
con quelli dei due compagni. Egli racconta che il convoglio partì
da Mardin all'una di notte. Attribuisce gran parte delle responsabilità
dell'operazione a Memdouh Bey, che avrebbe dato molta importanza
alla lista dei confratelli trovata nella chiesa dei cappuccini.
Un ruolo notevole sarebbe stato svolto dai miliziani reclutati
tra i curdi fra aprile e maggio. Le testimonianze sono coincidenti
su questo primo episodio di deportazione che tocca la tranquilla
cittadina di Mardin. Qui i cristiani non avevano avuto vittime
nemmeno all'epoca di Abdul Hamid; forse speravano, anche per
l'assenza di una comunità armeno-gregoriana e di gruppi
nazionalisti, di restare fuori della tormenta. Ma anche qui, da
Diyarbakir, era arrivato l'ordine di deportazione. I tre
domenicani francesi, capitati a Mardin per caso, avevano potuto
vedere avviarsi questo primo convoglio di deportati. Lo avevano
osservato come tante famiglie di Mardin dalle loro finestre e
dalle loro alte terrazze. In quel momento maturò in loro la
convinzione che nella città sarebbe accaduto quello che era
successo altrove. Quella del 5 giugno non sarebbe stata l'unica
deportazione.
I
convogli dei deportati
Jacques
Rhétoré che, assieme ai suoi due confratelli, assistette dalle
finestre dell'edificio siro-cattolico al triste rito del passaggio
dei convogli nella cittadina di Mardin, racconta le condizioni di
violenza, paura e incertezza in cui avvennero le deportazioni, ma
anche delle differenze di trattamento da parte dei carcerieri a
seconda dei paesi o delle regioni che i convogli
attraversavano.Alla frontiera del vilayet di Diyarbakir tutto
cambiava. “Era come l'inferno: i soldati li maltrattavano in
tutti i modi e li uccidevano soltanto per rubare o per alleggerire
il convoglio. Era come l'inferno: un caldo insopportabile per il
clima torrido e una sete impossibile da placare. Così molti tra
loro, soprattutto i bambini, morivano lungo il cammino. Alle
volte i soldati imponevano al convoglio una marcia precipitosa
che gente debole o indebolita in tutti i modi non poteva sopportare;
allora su di loro piovevano colpi, mentre i ritardatari venivano
raggruppati sulla strada per formare nuovi convogli.
Si
è saputo, in effetti, che quel convoglio quando giunse alla
frontiera di Diyarbakir contava ancora 8.000 persone, mentre
arrivando a Mardin era ridotto alla metà. La strada era, dunque,
disseminata di cadaveri annegati nelle riviere mentre il resto
era stato rapito dai curdi, autorizzati a far tutto contro i
deportati. Alcuni soldati cristiani provenienti da Erzurum, nel
novembre 1915, raccontarono di aver attraversato, al di sopra di
Diyarbakir, due valli piene di cadaveri di donne armene, sdraiate
le une accanto alle altre come fossero montoni a riposo. I soldati
stimarono il numero di quelle donne intorno alle 50.000. Anche
se la cifra sembra esagerata indica comunque un numero molto
elevato. In seguito questi cadaveri, che infettavano l'aria,
vennero bruciati.
Il
ruolo delle donne fu decisivo per la loro esemplarità. Le donne
sono tra i grandi protagonisti della tragedia per molti motivi.
Innanzitutto affrontano quasi sempre da sole le vicende dolorose
della deportazione. Una delle direttive più applicate dai turchi
era quella di dividere le donne dagli uomini. Le donne potevano
essere maggiormente integrate nell’ambiente musulmano. Essendo
considerate meno pericolose degli uomini subirono maggiori
tentativi di assimilazione da parte dei turchi, dei curdi e anche
degli arabi. Si tentò di convertirle all’islam o di comprarle,
ma spesso resistettero e molte trovarono la morte a causa di tale
resistenza. Esse mostrarono un grande coraggio di fronte nella
persecuzione.
Il
vilayet di Diyarbakir rappresentò un appuntamento tragico per
tutti i convogli: l'esperienza suscitò tra i deportati la
sensazione diffusa che, una volta entrati in questa regione, le
loro condizioni sarebbero peggiorate rapidamente. Tuttavia
accanto alle storie di soprusi e sofferenze inflitte dai soldati
ottomani o dai curdi loro complici emergono, di tanto in tanto,
episodi di solidarietà verso i cristiani ovvero di opposizione
agli ordini di morte che provenivano dalle massime autorità
dell'impero. Si è già citato il caso degli yezidi, la setta
degli «adoratori del diavolo", presso il territorio dei
quali molti cristiani trovarono rifugio e salvezza. Ma ci sono
anche storie di singole persone, turchi, arabi o curdi che in modi
diversi vennero in soccorso dei deportati. Rhétoré li definisce
«musulmani intelligenti» che «avevano vergogna» dei delitti
dei loro soldati e lo «dicevano ad alta voce». Anche tra i curdi,
spesso complici dei turchi nei massacri, si registrano episodi
di solidarietà con i cristiani.
Ho
cercato di aprire, attraverso la vicenda di Mardin, una finestra
sul massacro. Ma è necessario aprire ancora tante finestre su
questa tragedia. Anche perché bisogna continuare a rispondere a
quella domanda di Hitler rimasta senza risposta nell’agosto del
1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Chi parla
ancora, oggi, del massacro degli armeni?”.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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