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Come ogni armeno sa, e ha percepito sulla sua pelle
in una o in un’altra occasione, per molto tempo (e fino ad anni
recenti!) parlare del genocidio del 1915 e’ stato in qualche
modo, in Europa, se non proibito, vivamente sconsigliato; e il
pervicace, deciso negazionismo di parte turca e’ stato
accompagnato da un’incredibile serie di contorsionismi e
giustificazionismi dei responsabili delle nazioni europee, volti
ad attenuare, distinguere, negare infine la realtà dei fatti
accaduti in Anatolia durante la prima guerra mondiale.
Sembrava che per il caso degli Armeni e della loro
tragedia le prove non bastassero mai, che ogni testimonianza nuova
riscoperta, ogni fotografia, ogni voce di sopravvissuto fosse
destinata ad un rapido oblio o a non essere creduta; e comunque
della tragedia armena soprattutto non si doveva parlare.
Basta ricordare il caso della mancata circolazione in Italia del
film di Henri Verneuil (Quella strada chiamata Paradiso), interpretato da attori molto amati dal
pubblico italiano come Claudia Cardinale e Omar Sharif: mai
proiettato nelle sale, il film viene ancora oggi proposto per
contratto dalla RAI una volta all’anno, il 15 agosto alle due
del pomeriggio, il 22 luglio alle 9 di mattina, o in orari simili:
come ognuno vede, di grande ascolto. E’ opportuno anche
ricordare che questa labilità di memoria e’ intervenuta
successivamente agli eventi; nel 1915-18 i giornali riferirono dei
massacri armeni in tutto il mondo con dovizia di particolari e di
servizi.
Oggi finalmente qualcosa si muove, e i reiterati tentativi
del governo turco si scontrano con un diffondersi della conoscenza
dei fatti accaduti che lascia spazio a un cauto ottimismo. I
riconoscimenti ufficiali del genocidio si sono susseguiti negli
ultimi anni, i giornali ne hanno parlato spesso, molti libri sono
usciti e soprattutto l’informazione che genocidio c’e’
stato e’ ormai largamente condivisa. Ma vorrei ricordare qui
alcuni fatti particolarmente significativi, nella direzione del
coinvolgimento attivo di intellettuali turchi che si battono perché
una grande nazione - come certo e’ la Turchia - non
si attardi in questa battaglia di retroguardia, ma
finalmente trovi il coraggio di guardare in faccia i propri
scheletri nell’armadio e di seppellirli onorevolmente.
Mi riferisco a Taner Akcam, che oggi insegna negli
Stati Uniti, e che ho avuto il piacere di ascoltare personalmente,
insieme al famoso Vahakn Dadrian, in un convegno dedicato al
genocidio armeno a St.Paul (Minnesota) il 2 novembre 2001, e alla
coppia di editori Ragip e Aysenur Zarakoglu, che sono stati
premiati a Padova in occasione della presentazione degli atti del
convegno internazionale Si puo’ sempre dire un si’ o un no.
I Giusti contro i genocidi degli Armeni e degli Ebrei,
tenutosi a Padova dal 30 novembre al 2 dicembre del 2000.
La loro casa editrice si batte per i diritti umani,
e ha pubblicato in turco molte opere relative al genocidio armeno,
che si esauriscono appena stampate, dimostrando la vastità
dell’interesse che l’argomento suscita nell’opinione
pubblica. D’altronde, i due coraggiosi editori si sono abituati
a trascorrere qualche tempo in prigione a ogni nuovo libro
sull’argomento…! Purtroppo Aysenur, gravemente malata, si e’
spenta due mesi fa.
Vorrei
concludere con un altro fatto, di cui sono stata testimone,
proprio in occasione del convegno di Padova, che si deve a Yves
Ternon, lo storico francese autore fra l’altro del libro Lo
stato criminale. I genocidi del Ventesimo secolo, tradotto in
italiano da Corbaccio. Egli concluse il suo bellissimo intervento,
intitolato La verita’ rifiutata. Studio comparativo della
negazione della Shoah e della negazione del genocidio armeno,
con un vibrante appello ai governanti turchi, che certo,
disse, in questo momento ci ascoltano, perché il riconoscimento
del genocidio “e’ necessario agli Armeni e ai Turchi affinché
essi possano vivere fianco a fianco, senza questa insopportabile
menzogna che ferisce la memoria dei primi e la dignità dei
secondi”.
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akhtamar@comunitaarmena.it
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