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Chi
ha scritto centinaia chi ha scritto migliaia chi ha detto 5 mila e
chi addirittura 10 mila, ma forse questa volta i numeri non
contano, conta invece quel “No” corale tuonato all’unisono
da una folla di armeni provenienti da tutte le parti d’Europa. Donne,
vecchi, bambini, giovani, riuniti
per reclamare un diritto a loro negato da 90 anni: Il diritto alla
memoria. Cittadini
Europei a tutti gli effetti con pieno titolo ad esprimere il loro
parere e a manifestare il loro dissenso. Cittadini armeni con il
cuore e con l’anima.
Sotto
una pioggia battente bandiere francesi, greche, tedesche e
italiane sventolavano vicino a quella rosso, blu e arancione
armena ad esprimere l’appartenenza alla madre patria e la
gratitudine a quella adottiva. Manifesti in tutte le lingue ma con
lo stesso pensiero: “No alla Turchia in Europa”. A questa
Turchia bellica, arrogante, non rispettosa dei diritti umani. A
questa Turchia che ha le mani macchiate di sangue di 1 milione e
mezzo di esseri umani e non vuole pentirsi del crimine compiuto,
anzi continua a negarlo ricorrendo a qualsiasi mezzo.
Uno
ad uno i rappresentanti delle varie comunità armene si sono
susseguiti sul palco allestito sotto l’arco del “Parco del
Cinquantenario” a pochi passi dal Parlamento Europeo
a Bruxelles, per ribadire il loro pensiero,
mentre una delegazione si recava al Parlamento Europeo per
consegnare un memorandum all’ufficio di Presidenza del
Parlamento.
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C’eravamo
anche noi in quella folla, sotto quelle bandiere italiane
sbandierate da un gruppo di giovani universitari italiani del
movimento "gioventù europea", presenti per manifestare
la loro solidarietà agli armeni e la loro contrarietà
all’ingresso della Turchia nel’UE.
Si
c’eravamo anche noi, la piccola ma laboriosa comunità armena
d’Italia (Roma, Milano, Bergamo...) non è mancata all’appuntamento.
Saremo
stati 40, 60, 100 che importa, i numeri non contano, conta la
presenza, conta l’ atto di dovere verso quel milione e mezzo di
martiri per assicurare che la loro memoria non sia morta, e che
sarà da noi difesa fino all’ultimo respiro e non importa se
qualche potenza Europea, ora come allora, girerà il
suo sguardo altrove per non vedere il nostro dolore e non sentire
i nostri lamenti. Non importa se passeranno ancora altri 10, 30 o
50 anni, i numeri per noi non contano, conta la nostra
determinazione ed il nostro credere che verità e giustizia non
possono essere offuscate in nome di interessi economici e ragioni
politiche.
Riconoscere
il genocidio armeno è un atto di civiltà e noi civilmente lo
pretendiamo.
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