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La memoria è il futuro
Ho intitolato il progetto,
“I giusti per gli armeni”, ”La memoria è il futuro”,
perchè solo approfondendo la ricerca sul passato si può
combattere il negazionismo, che è
una memoria inquinata da esigenze del presente, e si può
sperare nel futuro, che non dovrebbe essere la continuazione del
presente, ma una sua proiezione nel tempo, costruito sulle
fondamenta della memoria storica. La nostra sola speranza di
discernere le forze che attualmente operano nel mondo che ci
circonda è di confrontarle saldamente al passato, come ci ricorda
lo storico Geoffrey Barraclough.
Ricordare i non armeni che
hanno aiutato gli armeni prima, durante e dopo il genocidio del
1915 impedisce che la Storia degli omicidi di massa e delle
deportazioni sia solo quella costruita dagli aggressori o quella
reinventata dai loro successori.
La voce dei non armeni che sono
stati testimoni dei tragici eventi del 1915-1923 può salvare
dall’oblio il primo genocidio del XX secolo.
In occasione della mostra
fotografica sulla figura di Armin T. Wegner, un testimone oculare
del genocidio degli armeni, che a rischio della vita fotografò i
lager di sterminio degli armeni, conobbi il figlio Mischa .
Mischa Wegner conservava in casa
le ceneri del padre: decidemmo di portarle in Armenia, tumularle
nel “Muro della Memoria” del monumento al genocidio di
Dzidzernagapert. Un albero venne piantato nel “Giardino dei
Giusti”e una lapide deposta in una via di Yerevan. Ad Armin
T.Wegner era già stato conferito nel 1967 il titolo di
“Giusto” dallo Yad Vashem per la lettera di denuncia contro i
comportamenti antiebraici del regime inviata a Hitler nel 1933,
che gli era costata l’arresto e la detenzione. Era con noi una
troupe televisiva della RAI diretta da Carlo Massa che ha
realizzato in Armenia e in Siria, nel deserto di Deir es Zor, il
documentario sulla figura di Armin T. Wegner, dal titolo
“Destinazione il nulla”. La causa armena e la causa ebraica
trovano in Wegner il punto di congiunzione.
Negli anni seguenti ho
trasportato in Armenia la terra tombale di altri giusti per gli
armeni, persone che di fronte al male estremo hanno avuto la forza
di reagire, hanno salvato i deportati, hanno raccolto gli orfani,
hanno protestato durante la tragedia del genocidio, hanno
disobbedito agli ordini criminali, hanno testimoniato nei
processi, hanno
portato a conoscenza dei parlamenti ciò che stava accadendo,
hanno scritto memorandum e libri in favore delle vittime: Johannes
Lepsius, pastore tedesco fondatore della Missione d’Oriente e di
orfanotrofi; Franz Werfel, lo scrittore del più popolare romanzo
sul genocidio, “I 40 giorni del Mussa Dagh”; James Bryce, il
lord inglese compilatore del Libro Blu, una relazione sul
genocidio occultato, coeva ai massacri, presentata alla Camera dei
Lord; Henry Morgenthau, l’ambasciatore americano che si è
battuto fino all’ultimo per salvare gli armeni
dall’estinzione; Anatole France, fondatore del quindicinale
“Pro Armenia” e sostenitore della questione armena in
pubbliche assemblee; Giacomo Gorrini, console italiano in Turchia,
testimone oculare del genocidio del 1915 a Trebisonda, che
contribuì a salvare 50.000 armeni già in procinto di essere
inviati nei campi di sterminio del deserto di Deir es Zor.
Il
concetto d
i Giusto
Per gli ebrei il concetto di
“Giusto” è di derivazione biblica, concetto che nella
tradizione talmudica recita: ”Chi salva una vita salva il mondo
intero”. Comporta un atto deciso di fronte al male, a rischio
reale della propria vita: tale concetto non nasce dopo la Shoah,
è insito nella religione e nella cultura ebraica ed è anche alla
base dei criteri adottati dalla commissione per i “Giusti fra le
Nazioni” dello Yad Vashem: “La salvezza di uno è la salvezza
del mondo”.
Per gli
armeni, che hanno adottato il concetto ebraico di giusto dopo il
genocidio del 1915, non essendo stato tale crimine contro
l’umanità riconosciuto dal governo
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che
l’ha attuato e nemmeno dai governi che si sono succeduti, il
concetto di “Giusto” è più vasto e comprende, oltre a coloro
che hanno salvato gli armeni, anche i testimoni attivi, i
militanti della memoria, che potranno un giorno dare sepoltura
morale alle vittime. Per gli armeni quindi, il testimone attivo è
un giusto.
Il
giusto è un trasgressore, un fuorilegge che in modo
illegale ( e questo è tanto più vero per i regimi
totalitari) si schiera contro la legalità ingiusta, contro la
barbarie legale.
Parlando
di giusti ci si riferisce ai concetti di dignità e di autostima.
Se si vuole preservare la propria dignità, si è costretti a
scegliere e nel momento della scelta, preferire l’incolumità o
la vita a tutti i costi, può significare la perdita delle ragioni
stesse del vivere. Poco rimane all’uomo che ha perso la dignità.
Scegliere il rischio sembra invece essere il fondamento di ogni
atto giusto. Ma ciò richiede coraggio, la dote del giusto, virtù
necessaria per interrompere la catena del male, per realizzare il
bene altrui e il proprio. Il giusto vince la paura, sceglie il
rischio (pericolo di vita, di sicurezza, di libertà propria, di
condizione individuale), agisce non riconoscendo nè patria, nè
religione, nè appartenenza politica. Il giusto spesso è un uomo
comune che, nel momento cruciale, è in grado di pensare seguendo
la morale naturale, la morale universale dei diritti dell’uomo.
Giusto è colui che compie anche un solo atto giusto in favore
anche di una sola persona di un gruppo etnico, religioso, sociale,
politico, in pericolo di estinzione, a rischio genocidario o a
genocidio in atto. Il giusto si adopera anche per dare una patria
ai sopravvissuti, per compensarli delle loro perdite. Il giusto
agisce non solamente salvando vite umane, ma anche concedendo
rifugio alle vittime delle persecuzioni, procurando vie di fuga,
portando aiuto ai sopravvissuti. Agisce prendendo posizione quando
il male si manifesta, o durante l’azione del male,
riconoscendolo, pensando in modo autonomo, lottando contro il
conformismo generale, che disumanizza le vittime. Il giusto può
trovarsi dalla parte degli aggressori, fino a quando non trova
dentro di sé il coraggio di opporsi al male. Il giusto può far
parte anche dei perseguitati e delle vittime, ma riuscendo a
conservare la propria dignità, aiuta l’altro. Uomini deboli,
persino malvagi, sono a volte capaci di atti giusti.
Il
giusto supera la storia.
Il
giusto e il testimone attivo che si sacrificano per l’altro,
trovano unicamente dentro di loro la spinta all’azione, si
mettono dalla parte di chi subisce abusi ad opera del potere e,
salvando la propria dignità salvano anche quella della vittima.
L’umanesimo coltiva la figura del giusto per dare speranza ai
disperati, per far sopravvivere certi valori anche quando la
giustizia viene sospesa per esigenze politiche.
Santi,
eroi, giusti, martiri, testimoni attivi possono essere uomini
normali. Talvolta però compiono atti eroici, atti spirituali,
atti giusti, testimonianze attive, e tali atti, indipendentemente
dal loro grado di consapevolezza, dai ruoli, dalle personalità,
incidono sulla realtà e hanno la forza di provocare un
cambiamento, di ricostruire un tessuto lacerato. Quando mi trovavo
in Armenia, un vecchio sopravvissuto al genocidio, abbracciò
riconoscente Mischa Wegner, il figlio di un giusto appartenente
all’esercito tedesco. All’epoca dei massacri i tedeschi erano
alleati dei turchi e hanno partecipato agli eccidi. Con
quell’atto il vecchio armeno si riconciliava, inconsapevole, con
il popolo tedesco.
Martiri,
testimoni attivi e giusti si accomunano, divengono immortali in
quanto vivono per sempre attraverso le generazioni, nella memoria
dei vivi.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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