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Gentile
Professoressa Arslan, signori e signore, amici tutti,
benvenuti
in questa casa. Sono lieto di salutarvi e di darvi il benvenuto a
nome della Radio Vaticana.
Con
le lingue e le nazionalità diverse che si trovano qui a lavorare
– sono rappresentate fra noi oltre 40 lingue e 60 nazionalità
diverse – desideriamo essere un piccolo specchio
dell’universalità e della varietà della famiglia umana dei
popoli e della Chiesa, e desideriamo che qui tutti si sentano a
casa loro.
Perciò
siamo contenti che le nostre diverse Sezioni prendano iniziative e
possano invitare le rispettive comunità, in modo da allargare la
cerchia dei nostri amici e di coloro che qui si sentono a casa.
Oggi
è la volta di questa bella iniziativa culturale della Sezione
armena, che parla una lingua per la massima parte di noi
misteriosa, ma che continua ad unire un grande popolo antico
sparso nei diversi continenti.
Il
Responsabile della nostra Sezione armena, Michel Jeangey, viene da
me e mi dice: “C’è una radio delle comunità armene in
Brasile che vorrebbe ritrasmettere il nostro programma, come
facciamo a farglielo arrivare?”. Dopo qualche mese torna e mi
dice: “In Australia c’è una radio della comunità armena che
ci vuole ritrasmettere. Come facciamo?”. Passa qualche mese e
torna: “In California ci sono molti armeni, tutti hanno il
computer, quando mettiamo il nostro programma su Internet perché
si possa ascoltare?”. Passa qualche altro mese e mi dice:
“Senti, gli armeni di Aleppo dicono che sentono male il
programma, non è che possono sentirlo da qualche satellite?”.
Poi torna ancora: “Nella patria armena vicino all’Ararat
dicono che si ascolta abbastanza bene, ma se si potesse migliorare
la trasmissione…”.
Quando
ho preso in mano “La masseria delle allodole” ho girato il
libro fra le mani e ho visto la quarta di copertina e ho letto:
“La zia lo ripeteva sempre: ‘Quando sarò proprio stanca di
stare con voi…io me ne andrò. A Beirut da Arussiag, ad Aleppo
da zio Zareh, a Boston da Philip e Mildred, a Fresno da mia
sorella Nevart, a New York da Ani, o anche a Copacabana dal cugino
Michel…’”. Allora mi sono detto fra me: “Ah, ho
capito…”.
Oggi,
oltre alle onde corte, i satelliti e l’Internet ci aiutano e ci
permettono più di ieri di dare un contributo – e ne siamo fieri
- perché questa lingua misteriosa continui ad unire un popolo così
ricco di storia e tradizione, un popolo che abbiamo imparato pian
piano a conoscere meglio lavorando vicino ai nostri colleghi
armeni e con loro. Abbiamo anche imparato che è stato il primo
popolo al mondo a dichiararsi cristiano, più di 1700 anni fa, ed
anche per questo lo ammiriamo, perché abbiamo capito che le
radici della loro fede cristiana sono profondissime.
L’occasione
che la Sezione armena oggi ci offre è la presentazione di un
libro, il primo romanzo della professoressa Arslan, che ha già
riscosso notevole attenzione in Italia.
Anche
se il mio compito è solo di darvi il benvenuto, e non di
presentare il libro, poiché il libro l’ho letto permettetemi di
dire anche io su di esso qualche breve parola.
Devo
dire onestamente che l’ho trovato un libro terribile. E’ un
libro che fa memoria di eventi terribili, di crudeltà
inimmaginabili, ma purtroppo sono eventi veri, che fanno parte
della nostra storia. Mia mamma mi diceva che quando era bambina, a
Torino, sentiva parlare dei profughi armeni che arrivavano,
soprattutto bambini, e che sua madre e altre signore si davano da
fare per questi profughi.
E’
un libro terribilmente attuale. Non parla di fatti lontani, ma di
fatti che si sono ripetuti troppe volte per popoli diversi fino ai
nostri giorni, anche se in modo diversi con uguale assurdità e
crudeltà: Shoà, Bosnia, Rwanda…E’ un libro che ci aiuta a
leggere e capire anche i fatti di oggi.
Ci
aiuta a leggerli non discutendoli dall’esterno, ma
coinvolgendoci, facendoci entrare dentro, nel mondo interiore di
chi li ha vissuti o li vive, aiutandoci a comprendere la
devastazione del mondo personale, umano e affettivo, che
comportano, le ferite profondissime che causano… Dopo la guerra
in Bosnia mi dicono che i miei confratelli gesuiti hanno cercato
di aprire una piccola comunità a Sarajevo, con la finalità non
tanto di fare opera di carità o solidarietà materiale, quanto
per fare opera di risanamento interiore, psicologico e spirituale;
e mi dicono che purtroppo hanno dovuto rinunciare, perché hanno
capito che questo era ancora molto più difficile di quanto non si
fossero immaginati. Entrare dentro, e vedere quali ferite la
violenza assurda lascia nell’anima…
Ma
voglio anche ringraziare per questo libro. Nonostante la
drammaticità di ciò che narra, da esso traspare in fondo una
certa indefinibile serenità. Vorrei dire che mi è sembrato un
libro terribile, ma sereno.
Perché?
Forse è il carattere di questo popolo che l’Autrice definisce
“mite”? Forse agisce qui l’antica radice, profondissima,
della fede cristiana?
Certamente
il libro parla di violenze orribili, ma non ispira odio. Sopra
questa terra devastata dalla crudeltà continua ad esserci un
cielo, in cui ci sono angeli, un cielo in cui ci si riunisce in
pace con chi vi è giunto prima di noi. Anche nella sofferenza più
atroce c’è un’umanità che sopravvive e si può risvegliare.
Nella
visita alla Basilica del Santo la bambina che è l’Autrice sente
dal nonno: “la chiesa è casa visibile che conduce alla casa
invisibile”. La casa invisibile è reale, e la sua presenza
accompagna anche nei tempi più oscuri.
Di
fronte al male più terribile la nostra fede è provata. Oggi la
nostra fede è provata di fronte alla violenza del mondo. Ci
domandiamo come si fa a credere in Dio dopo Auschwitz, come si fa
a credere in Dio dopo Sebrenica, come si fa a credere in Dio dopo
il Rwanda…
Gli
armeni hanno continuato a credere in Dio attraverso e dopo il loro
“grande male”, il genocidio, ad amare il vero, il bello, il
bene, la vita.
Per
questo, come cristiano, io li ringrazio, e ringrazio la
professoressa Arslan per essersene fatta testimone in questo
libro.
Federico
Lombardi S.I.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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