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Pietre sul cuore
Diario
di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni
Un
libro cura di Alice Tachdjian (Sperling & Kupfer,
200 p., 15€)
Spesso
quando ricordiamo le vittime delle guerre, dei massacri, dei
genocidi, facciamo riferimento al numero dei morti e a quello dei
pochi sopravvissuti senza soffermarci a pensare cosa voglia dire
realmente essere sopravvissuti al massacro della propria famiglia
e del proprio popolo, alla distruzione del proprio mondo in pochi
attimi. Il diario di Varvar descrive con lucidità le
vicissitudini di una sopravvissuta ad un genocidio, ponendo
l'accento sì su quest'ultimo, ma soprattutto sulle drammatiche
conseguenze che da esso sono scaturite.
"Ma
perché Dio ha voluto che noi bambini sopravvivessimo? Perché
siamo stati risparmiati dalla furia omicida? Forse noi fummo
dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra
fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la
via impervia e dolorosa del perdono."
Varvar,
una delle sopravvissute al genocidio del popolo armeno, perpetrato
nel 1915 dai Giovani turchi, aveva allora solo sei anni, viveva
immersa nell'azzurro del cielo, nel verde dei campi, quando il suo
idillio è stato improvvisamente spezzato. Arresti, incendi,
saccheggi, fucilazioni. Pur
non capendo ciò che accadeva intorno a lei i suoi occhi le
mostravano la casa, il cielo e le foglie degli alberi del suo
amato giardino come se avessero perso il colore. Da allora
l'esistenza di Varvar non è stata più la stessa e sul suo cuore
hanno cominciato a pesare tante pietre, che le hanno insegnato a
diffidare di tutti, ma anche ad essere riconoscente a coloro che
le hanno dato affetto e che hanno cercato di liberare la sua
memoria delle orrende visioni che l'avevano colpita durante la
deportazione.
Salvata
dall'amore della madre che, dopo un lungo abbraccio l'ha lasciata
fuggire dalla colonna dei deportati con la zia in un villaggio
turco, nella speranza che almeno sua figlia sopravvivesse alle
barbarie dei turchi, la piccola Varvar ha trovato rifugio presso
la famiglia di un turco, legato al padre da un debito di
riconoscenza. Lo stesso uomo aveva salvato in precedenza anche suo
fratello Hovhannes, ma per farli accettare alla comunità locale,
tutti e tre sono stati islamizzati con una breve cerimonia,
dopodiché i tre armeni hanno ripagato la famiglia turca della
loro ospitalità servendoli.
Allora Varvar ha imparato il turco.
Diverse
vicissitudini hanno riportato Hovhannes nel villaggio natale, ad
Ulaş, Varvar così si è sentita nuovamente abbandonata dai
suoi famigliari, non capiva ancora il gesto disperato di sua
madre, mentre la zia era stata costretta a sposarsi con un vedovo
turco avente tre figli. Ma Hovhannes non l'aveva dimenticata, dopo
un anno la mandò a chiamare cosicché dopo quattro lunghissimi
anni, la piccola Varvar tornò anche lei ad Ulaş.
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Aveva
vissuto con la famiglia turca quattro anni come «figlia adottiva»,
o meglio come serva, ma le avevano salvato la vita, cosa che lei
non ha mai dimenticato.
"Quattro
anni erano trascorsi, quattro secoli di angoscia e di
dolore".
E'
solo nel brefotrofio di Sivas, dove lei stessa ha chiesto al
fratello di trasferirsi per studiare, che Varvar, infelice tra gli
infelici, ha ricominciato a vivere superando "il senso di
umiliazione e di frustrazione che si aggiungeva alle sofferenze
per la famiglia distrutta", è lì che condividendo con le
sue compagne le esperienze vissute, ha trovato nuove sorelle a cui
è rimasta unita da un legame indistruttibile e ha ritrovato la
purezza della sua lingua madre persa negli anni in cui è stata
ospitata dalla famiglia turca.
Varvar
è stata poi portata in Grecia, da lì in Francia, un percorso
lungo difficile che preannunciava nuove separazioni, ma che ha
portato anche al ricongiungimento con la sorella residente a
Parigi, all'incontro con Assadur Taschdjan, al matrimonio con
quest'ultimo, all'integrazione, alla speranza del rimpatrio nella
Repubblica Socialista Sovietica d'Armenia negli anni Quaranta e
infine al dramma dell'assimilazione.
Tutto
ciò è descritto da Varvar nel suo diario con un linguaggio
semplice e diretto, con la consapevolezza che la sua vita e tutte
le pietre che ha dovuto sopportare non debbano cadere nell'oblio,
come l'aveva severamente invitata a fare sua sorella, dopo averle
racconto sottovoce ciò che sapeva della loro famiglia e della sua
personale esperienza.
"Abbiamo
attraversato l'inferno e siamo vive per miracolo. I nostri sono
morti, non si può far nulla per loro. Ora devi pensare a
sopravvivere. Cerca di dimenticare, perché se ricorderai, non
potrai più campare. La nostalgia è la più grave delle malattie,
per noi immigrati. E, soprattutto, non riferire a nessuno ciò che
ti ho raccontato, perché non ti crederebbero".
Pur
non riuscendo mai a capire le ragioni delle crudeltà subite,
durante tutta la loro vita Varvar e Assadur hanno voluto ricordare
il loro triste passato e ricordarlo ai loro tre figli, orgogliosi
di essere Armeni non volevano che i loro figli e i loro nipoti
dimenticassero le loro origini. Questo è il motivo per cui Varvar
ha trascritto le sue memorie e Alys, sua figlia le ha volute
divulgare ad un pubblico più ampio.
"I
turchi mi hanno rubato la vita, grandi sono le pietre che ho
dovuto mettere sul cuore……In fondo è stato bello vivere,
nonostante tutto, perché la vita è vita, e ogni giorno che
giunge è un dono di Dio che trascende la nostra volontà. Quando
ormai tutto entra nel passato, quando il percorso dell'emigrante
è terminato, allora, e solamente allora, la memoria può
ricomporsi, e ricordare diventa rivivere."
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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