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Il
“Mare di Van”, come lo chiamano da queste parti, in realtà è
un lago, ma l’aereo in fase di atterraggio nello scalo
dell’omonima cittadina impiega parecchi minuti per attraversarlo
tutto , da ovest verso est.
Fa
caldo in questo lembo di Anatolia orientale, a 1700 metri di
altitudine: la foschia rende bianco il cielo e sfuma il contorno
delle montagne circostanti le cui cime , a luglio inoltrato, sono
ancora ammantate di neve.
Seguiamo
per circa quaranta chilometri la sponda di questo bacino (esteso
dieci volte quello di Garda) in direzione sud ovest fin tanto che
non scorgiamo , là, come a galleggiare sulle sue calme acque, il
profilo della piccola isola di Akhtamar.
Non
possiamo che incominciare da quaggiù il nostro viaggio alla
ricerca di un’armenità ormai quasi
del tutto scomparsa da queste terre; l’emozione è
forte in tutti noi, ma soprattutto per chi il nome riporta
alle pagine della rivista romana dei giovani armeni .
Il
battello ci trasporta lentamente; lo scafo sciaborda sull’acqua
immobile, la quiete del paesaggio è rotta solo dal rumore sordo
del diesel del natante che in una ventina di minuti attracca ad un
piccolo molo proprio sotto quella chiesa che avevamo appena
intuito dalla costa e che, via via che ci avvicinavamo
all’isola, si era fatta sempre più nitida, imponente nella sua
semplicità ed ora stava, lì, davanti a noi e ci guardava e ci
parlava.
Un
strana sensazione pervade tutti noi: non ci ritroviamo lì, a
migliaia di chilometri dalle nostre abitazioni (in Svizzera, in
Italia, in Francia , in Scozia) semplicemente per visitare un
posto nuovo, mai visto; non ci sentiamo turisti pronti ad
immortalare con un click un monumento o un paesaggio , non importa
dove sia , quale sia , che cosa rappresenti, basta che la foto
venga bene.
Saliamo
tutti , su, per il sentiero, fino a raggiungere la soglia
dell’edificio.
Entriamo
con rispetto, in silenzio; la luce filtra dalle strette finestre
ed illumina i pallidi affreschi dell’abside.
Dario
(dell’associazione svizzera Kasa, (www.kasarmenia.org)
intona un suggestivo
canto religioso fra le grigie pietre di questa chiesa del X secolo
resistita – coriaceo usbergo – alle ingiurie del tempo e degli
uomini.
E
lì, su quel verde boscoso lembo di terra, in mezzo a quella
distesa d’acqua che lo esalta separandolo dal resto del
mondo,uno dal tutto, il tempio ci appare ormai come un baluardo,
un simbolo della memoria e della fede.
La
magnificenza degli altorilievi, con scene e personaggi tratti
dall’Antico e Nuovo Testamento, esalta la fiera nudità dei muri
esterni della costruzione al punto tale che appare difficile
considerare Akhtamar solo dal punto di vista dell’architettura,
per quanto le sue geometrie, semplici ed innovative al tempo
stesso , i suoi volumi , le sue differenze rispetto alle
tradizionali chiese cruciformi a cupola centrale, la rendano un
esempio di studio per gli esperti della materia.
Numerosi
khatchkar appoggiati intorno alla chiesa rafforzano, se mai ve ne
fosse bisogno, la sacralità del luogo.
Dall’alto
della collinetta che sovrasta l’isola, lo sguardo domina il
paesaggio circostante; sul lato opposto a quello della chiesa ,
verso sud, le rocce si stagliano, a strapiombo, per un centinaio
di metri: guardi giù le acque azzurre che si infrangono,
delicatamente, contro le rocce e pensi che potrebbe essere
qualsiasi tratto di costa mediterranea del sud d’Italia .
Ora,
una leggera brezza da nord ha reso l’aria più limpida: si
stagliano, a nord ovest, i profili del Suphan Dagi (4058 metri) e
del Namrut Dagi (2935 metri, omonimo del più famoso che si trova
al centro dell’Anatolia), mentre
sulla costa vicino a noi la “Jandarma” (l’esercito
turco) ha composto con le pietre una grande scritta che recita
“la patria è una ed indivisibile” e noi tutti non possiamo
che domandarci a quale patria si riferissero
i ligi estensori di tale proclama, giacchè in questa che
fu terra d’Armenia ora vivono solo, quasi esclusivamente, i
curdi; molti dei quali non parlano neppure la lingua di Ataturk e
le cui donne girano tutte con il capo velato o completamente
avvolte nel chador.
Ormai
è pomeriggio inoltrato e qui, sempre in nome dell’unità
nazionale, vige lo stesso fuso orario di Istambul per cui,
in piena estate il sole ci lascia non molto dopo le
diciannove per
risorgere alle quattro del mattino
(mentre nella confinante Armenia si è due ore avanti).
Il
battello, dunque, ci
riporta , con la stessa lentezza dell’andata,
sulla costa.
Osserviamo
con melanconia la nostra chiesa
che si allontana, l’emozione che rimane nei nostri animi
si mescola alla tristezza per l’addio.
Nella
parte scoperta dell’imbarcazione
siede una famiglia francese: i tratti somatici, i
lineamenti di lui richiamano, inequivocabilmente ,
le origini armene.
Suo
figlio, un ragazzo che avrà avuto circa diciotto anni, guarda
l’isola che si allontana e si copre il volto con un cappello.
<Qu’est-ce
qu’ il a? >, chiede la madre al marito.
<Il
pleure >
.
Arrivederci
Akhtamar.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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