27 gennaio 2004. Terza Università degli studi - Facoltà di Giurisprudenza. Voci della memoria: L'ideologia del genocidio, volto oscuro della modernità.

Il 27 gennaio, giorno in cui gli ebrei commemorano il loro olocausto, presso l’aula 5 della Terza Università si è tenuto un convegno per ricordare e riflettere su alcuni dei genocidi avvenuti nel XX secolo e per capire quale ideologia possa essere stata così efficace da convincere popoli o eserciti a sopprimere una genia diversa dalla propria per razza, cultura o religione.

I relatori intervenuti infatti hanno posto l’accento, più che sulle modalità delle epurazioni, sulle teorie filosofiche alla base del razzismo e quindi del genocidio. Il prof .G. Caggiano, docente di diritto dell’unione europea e diritto internazionale nella facoltà di giurisprudenza della Terza Università, ha aperto i lavori e salutato il pubblico.

            Il professor Ottavio di Grazia, che avrebbe dovuto parlare delle radici dell’antisemitismo moderno, per motivi personali non è potuto intervenire.

 

 

Adolfo Morganti

Alle radici dell’ideologia razzista

 

Quando si parla di razzismo e di genocidio ci si riferisce quasi sempre al Terzo Reich, alla Germania  nazista, alla seconda guerra mondiale, all’olocausto ebraico, si fa coincidere quindi l’origine ideologica del problema con i fatti degli anni 1933-1945.

In realtà le radici della ideologia razzista vanno cercate molto più indietro nel passato, paradossalmente esse si impiantarono e trovarono terreno fertile in un’epoca che chiamava se stessa “epoca dei lumi”, un’era in cui la ragione avrebbe trionfato sull’ignoranza, sul sopruso sull’assolutismo. Fu infatti durante l’illuminismo, nella seconda metà del settecento, che Darwin formulò le sue teorie sull’evoluzione. Scoprire che le varie specie animali si erano evolute e diversificate tra loro per meglio adattarsi alle condizioni esterne fece giungere alla conclusione che lo stesso processo si era verificato per l’uomo. Questo  motivava l’esistenza di varie razze ma soprattutto portava alla conclusione che la razza più antica (quella nera africana) fosse necessariamente la meno evoluta e che quindi la razza caucasica, essendo la più recente, fosse la perfezione. Ne derivò quindi una scala qualitativa delle razze (nera, gialla, bianca) che giustificò ogni sopruso verso altre popolazioni, giustificò il colonialismo, la tratta dei negri, la schiavitù.

Lo studio e le riflessioni su questo argomento andarono  avanti, nacquero pseudo-scienze che studiavano le caratteristiche fisiche degli uomini e del loro rapporto con le capacità intellettive: la frenologia sosteneva che una particolare conformazione del viso secernesse inevitabilmente una corrispondente capacità dello spirito.

Tutto ciò non basta a spiegare il genocidio ma ne è comunque l’origine. Infatti la convinzione di appartenere a quella che secondo tali scienze dovrebbe essere il prodotto migliore della evoluzione umana, porta ad una utopia di miglioramento dell’umanità dato dalla selezione della stirpe. Tale teoria positivista e coloniale, sviluppatasi in territorio britannico, prese il nome di eugenetica. Per favorire la discendenza bisognava quindi selezionare gli esemplari più evoluti sterilizzando o isolando i portatori di malattie genetiche ma anche gli stranieri non bianchi, addirittura i poveri (white trash). Si attribuiva alla presenza di queste persone infatti il declino della potenza britannica dell’ottocento.

Il genocidio dunque non spunta fuori dal nulla ma è il frutto del colonialismo, della scienza e dal bisogno di trovare  colpevoli per la propria decadenza.

In Inghilterra furono emanate varie leggi contro la contaminazione tra le razze e gli Usa importarono presto questo regime  sterilizzando, per un periodo che va dal 1909 al 1964 tutti gli individui considerati “difettosi”. Va dunque sottolineato come in Germania il sogno di creare una razza eletta giunga per canali anglo-americani.

La questione ebraica per tanto fu affrontata come un problema di carattere sociale, essendo gli ebrei un elemento di “decadenza” per la Germania che intendeva sposare senza remore la teoria eugenetica della creazione di una nuova civiltà di semidei.

Tuttavia l’idea che “l’altro” sia perseguitabile proprio perché diverso trovò ragione di essere anche per motivazioni che non coincidevano con  quella puramente razziale. La condizione di inferiore non risiede solo nel colore della pelle ma anche nella scelta religiosa, nella scelta politica, nella scelta culturale o economica. Civiltà intere furono distrutte per questa etica di pulizia sociale, basti pensare allo sterminio degli indios,  degli armeni, e dei tibetani, all’impoverimento selettivo della Cina maoista, alle purghe staliniane, agli italiani infoibati dagli slavi, alla Manchuria evaporata dalla faccia della terra con tutta la sua gente, la sua cultura, le sue città.

 

Pietro Kuciukian

Le radici ideologiche del genocidio armeno

 

La questione armena fu più volte affrontata dal mondo occidentale ma la parola “riconoscimento” non è stata ancora pronunciata dalla Turchia. Negli anni venti il processo a Sohomon Telerian, colpevole dell’attentato verso Talat Pasha (uno degli autori del genocidio armenio), si risolse, in pochissimo tempo, con l’assoluzione dell’imputato. Le testimonianze dei sopravvissuti, numerose e dettagliate, non lasciarono dubbi alla giuria: Telerian aveva agito secondo giustizia.

Con riferimento al massacro degli armeni gli alleati nel 1915 coniarono l’espressione “Crimini contro la civiltà e contro l’umanità”,  a Sevre fu riconosciuto lo stato armeno ma a Losanna[1] fu praticamente annullato tutto.

La volontà omicida verso l’elemento diverso per cultura e religione trova la sua radice nell’ideologia Panturchista. I giovani turchi usarono gli strumenti della persuasione per operare una pulizia etnica che durò per trenta anni (1894-1924). Il Corano infatti ammette l’uso della forza contro gli infedeli allo scopo di sottometterli, combatterli e ridurli alla propria mercé (sono 200 i versetti contro gli infedeli)[2]. L’impero Ottomano aveva raggiunto il massimo della sua espansione nel XVII secolo per conoscere un rapido declino nel secoli seguenti. Il sultano era non solo capo politico ma anche Califfo, cioè successore di Maometto nelle funzione di guida religiosa. Era dunque una teocrazia che postulava la superiorità dei musulmani sugli altri individui di religioni diverse.[3]

 Gli armeni riuscirono a sopravvivere alle pulizie che toccarono gli altri cristiani dell’impero pagando le protezioni, rinunciando a molti diritti ma soprattutto rendendosi utili nell’economia del paese. Tuttavia le condizioni di vita per gli armeni erano diventate intollerabili e fu per questo che si richiese l’intervento delle potenze europee per ottenere delle riforme che garantissero l’uguaglianza di diritti a vantaggio di tutti i cristiani dell’impero. Era il 1878 e gli armeni riponevano le loro speranze nel Congresso di Berlino, speranze che furono presto deluse. La situazione non poté che degenerare: la richiesta di diritti aveva reso gli armeni pericolosi per l’integrità dell’impero, essa aveva rotto il contratto che essi avevano stipulato con i turchi ed aveva fatto perdere loro il diritto alla clemenza.

I fase. Nel 1894 iniziarono i massacri in tutto l’impero. La popolazione musulmana fu incitata al saccheggio, la rapina, la violenza verso il popolo cristiano che aveva messo in discussione il proprio statuto di inferiorità. La propaganda antiarmena dilagava, l’Anatolia  era in fiamme.

Tuttavia non fu solo il “tradimento” a generare l’esplosione di violenza ma l’ideologia del Panturchismo. Esso sosteneva la necessità dell’ unificazione tra tutti i popolo di etnia e lingua turca,  aspirando quindi ad un allargamento inverosimile dell’impero fino  al Nord-ovest della Cina della Cina e all’eliminazione di ogni elemento non turco (armeno, arabo o greco) che si frapponesse nel cammino.

Nel 1908 il Sultano fu esautorato in seguito alla rivoluzione guidata dai Giovai Turchi unitisi ai militari. Seguendo le dottrine del panturchismo o panturanesimo il compito da essi scelto come primario era l’eliminazione della barriera armena tra il territorio corrispondente all’attuale Turchia e l’attuale Azerbaigian.  Guglielmo II di Germania definì la Turchia “La Prussica di Oriente” avvicinandosi così alla sua futura alleata. 

II fase.  Nel 1909 ad Adanà furono uccisi 30.000 armeni. A spingere il governo turco a questo passo era stata la perdita di tutti i territori in Europa (Montenegro, Grecia, Bulgaria) in seguito alla I  guerra balcanica.  La Turchia era infatti in piena crisi, si richiedeva una soluzione radicale del problema armeno. La guerra avrebbe  coperto i crimini, nessuno si sarebbe accorto di come  ci si sarebbe liberati di tutti i cristiani dell’impero.

Furono emanati vari decreti nei confronti degli armeni  per l’abrogazione delle riforme, per la deportazione, per la confisca dei beni.

Il 24.04.1915 intellettuali, ministri, giornalisti  armeni furono deportati e uccisi. È l’inizio del genocidio, è la data che ancora oggi gli armeni ricordano e commemorano  come gli ebrei il 27 gennaio.  Gli armeni di leva furono disarmati e fucilati; i sacerdoti incarcerati e uccisi, i bambini e le donne giovani islamizzati a forza. I militari  tedeschi collaborarono alle operazioni di arresto e deportazione che coinvolsero due milioni di individui. Di essi solo 500.000 sopravvissero grazie all’intervento delle popolazioni arabe e dei russi.

III fase. Inizia il nazionalismo esasperato. Le etnie minoritarie non possono più essere tollerate ed il progetto si fa più ambizioso: non basta eliminare gli armeni all’interno dei confini dell’impero, bisogna iniziare l’avanzata contro l’Armenia russa e massacrare tutti gli armeni transacaucasici fino a Baku e Tiblisi per ricongiungersi agli azeri. Nessun aiuto venne dagli alleati per fermare Mustafà Khemal nel suo attacco alla piccola Repubblica armena, solo con l’intervento   della IX armata rossa  i 30.000 chilometri di territorio vengono salvati.

In Cilicia intanto i massacri continuavano ed erano gli italiani a rifornire i turchi. Khemal era abile a destreggiarsi tra capitalisti e socialisti per contenere le richieste armene. Nel 1923 Losanna sancì la scomparsa del popolo armeno da una terra che esso abitava da 3000 anni.

 

Domanda a Pietro Kuciukian.  Se è mai stato nell’Armenia turca può dirci in quali condizioni ha trovato le chiese armene? Ha incontrato qualche armeno che abitasse in quelle zone?

 

Le chiese armene non solo sono nel più completo abbandono, ma spesso sembrano portare evidenti i segni di un atavico disprezzo.  Sono adibite a stalle, magazzini,   urinatoi, sono gravemente danneggiate  e in molti casi i  Khach kar che ornavano le mura  sono stati divelti e gettati via. Molte, dopo anni di  disprezzo e di decadenza,  finiscono col diventare moschee. Per fare alcuni esempi S. Bartolomeo da stalla è diventata moschea, Akhtamar è una chiesa bizantina, altre sono diventate musei. Esclusa quella  di Costantinopoli non esistono chiese armene che abbiano mantenuto la loro funzione iniziale. Lo stesso trattamento è stato riservato ad ogni resto della storia armena.  La città di Ani, fondata dagli armeni e capitale famosa dell’Armenia storica, conserva ancora le sue mura ma sono citati, sui cartelli informativi posti accanto alle rovine, tutti i popoli che vi hanno risieduto (persiani, georgiani, selgiuchidi)  tranne i suoi fondatori.

Di armeni in Armenia è assolutamente impossibile incontrarne per il semplice fatto che non ce ne sono più. Forse una o due famiglie di sangue armeno si potrebbero  rintracciare, ma si tratta di gente che si è convertita all’islam e che quindi per paura preferisce evitare di parlare con cristiani (soprattutto se armeni).

 

Marco Pirina

Scomparsi dalla storia: Istria e Dalmazia

 

Sono circa 30.000 gli italiani scomparsi nelle terre slave durante la seconda guerra mondiale. 30.000 che non sono più tornati a casa e di cui non si ha più notizia. Eppure la storia non ci spiega dove siano state inghiottite queste persone. Una risposta ce la abbiamo, sono state inghiottite dall’ingiustizia, dall’indifferenza, dalla paura di colpire chi la storia ci ha consegnati come eroi. “Il genocidio etnico perpetrato dal ’43 al ’56 in Dalmazia e in Venezia Giulia - per citare le parole di Pirina-  ci ricorda l’italianità calpestata in luoghi in cui pure le pietre parlano dell’arte  e della storia del nostro paese”.

Istria e Dalmazia facevano parte delle terre irredente, abitate da italiani già da prima della Grande Guerra.  Gli accordi presi col Patto di Londra avrebbero dovuto far raggiungere all’Italia i suoi confini naturali ma le cose andarono diversamente: non fu possibile  strappare all’impero austro-ungarico più che Trento e il Trentino. Tuttavia nessuno ricorda che gli Asburgo abbiano fatto del male alle popolazioni di quelle terre ma anzi esse furono rispettate in ogni tempo.

Gli slavi invece, durante la Seconda Guerra Mondiale (quando ormai l’impero austro-ungarico era totalmente smembrato), scatenarono verso gli abitanti italiani di quelle che erano diventate le  loro terre, tutto il loro odio e disprezzo. Scaraventarono gli italiani catturati nelle foibe senza neppure preoccuparsi di ucciderli prima. Le foibe (grotte carsiche), profonde 180 metri (come un palazzo di sessanta piani), divennero tombe ignote per migliaia di uomini. Le loro ossa sono state riportate alla luce negli ultimi decenni e recano i segni di una morte atroce. Il professor Pirina stesso ha partecipato ai lavori di riesumazione delle ossa dei morti di una foiba nel 1992 ma ricostruire i corpi è stato impossibile tanto erano piccoli i frammenti (e non un proiettile è stato rinvenuto). Le operazioni sono state seguite da ufficiali proprio perché ogni cosa fosse documentata. I resti sono stati disposti in casse ed a una stima sul numero dei teschi e delle parti di ossa si può parlare di un   migliaio di persone.

Ma  per gli slavi nulla di tutto ciò è avvenuto. A chi volesse saperne di più sulle foibe e su Pirina e decidesse di cercare pagine su internet, si aprirebbero migliaia di siti di detrattori del Pirina, di “studiosi” che dicono di  lui: “di storia non sa nulla ma è un buon mistificatore”. Trovarci le sue idee è come cercare un ago in un pagliaio.

Intanto giacciono   i padani barbaramente uccisi dai partigiani comunisti titini. Il dramma dei giovani giulio-dalmati espropriati delle loro case, picchiati, torturati, infoibati, è stato volutamente dimenticato dalla storiografia ufficiale. 

Il primo sotterramento avvenne nel ’43, subito dopo l’8 settembre e, secondo di detrattori di Pirina, non fu un’azione degli slavo-comunisti dell’esercito partigiano di Tito, ma un fatto di “giustizia popolare” spontaneo  contro “l’oppressione” italiana verso gli slavi istriani. Tuttavia essi non possono negare che dal ’45 inizia una fase di epurazione di dimensioni molto più consistenti che fu attuata dall’Esercito di Liberazione di Tito con intenti nazionalistici.

Lo stato italiano impiega  miliardi   ogni anno per  32.000 pensioni a beneficio di ex jugoslavi autori di questo orribile genocidio. È uno dei pochi casi di  pensione del cento per cento e questo lo si deve al loro essere stati  partigiani. Alle vedove degli infoibati tocca tirare avanti con una pensione di duecento euro.

Ma allora una domanda è inevitabile. Perché non si parla mai di questo genocidio? Perché una mattanza del genere, avvenuta contro italiani, sembra non essere mai avvenuta? Perché migliaia di persone continuano a sostenere che essi  non sono morti, sono semplicemente scappati dalle loro mogli o chissà cos’altro? La risposta è evidente: perché furono i partigiani italiani a consegnare i loro compatrioti nelle mani degli slavi infoibatori. Il destino degli abitanti di queste terre non interessò neppure gli alleati che per paura di scontrarsi con l’esercito tedesco che passava di lì, evitarono di salvare la vita a migliaia di italiani.

Il buio della memoria arriva anche all’oltraggio: a Padova una placca ricorda Norma Cossetto vittima della resistenza consegnandola quindi ai posteri come una partigiana martire. In realtà essa fu inchiodata a una porta proprio dai partigiani (con i quali evidentemente aveva ben poco in comune), da loro violentata e scaraventata così, con tutta la porta, in una foiba.

A maggio la Slovenia intende entrare in Europa e, come la Turchia, non pensa che per compiere quest’atto sia il caso di scaricarsi la coscienza. I deportati italiani hanno chiesto di poter ricomprare le case che allora furono strappate loro con la violenza. Non vogliono riaverle gratis come spetterebbe loro come minimo compenso, sono disposti a pagarle il giusto prezzo. La Slovenia ha rifiutato anche questo.

 È difficile immaginare lo stato d’animo di una signora originaria di Pola che ogni anno compie un pellegrinaggio verso la sua  città e pone le mani sulle pietre della sua vecchia casa. A chi le chiede cosa sta facendo lei risponde: «Lasciatemi fare, questa è la mia casa». Come gli armeni, deportati in nuove città a ricostruirsi una vita, magari nell’indigenza e nell’umiliazione, anche gli italiani di Istria e Dalmazia devono fuggire spesso con il ricordo a quegli anni, quando ancora tutto doveva  accadere, quando la città più amata del mondo, il posto più caro perché  nativo, era ancora la loro dimora. Essi uscivano dalle loro case, frequentavano quegli amici e conoscenti, ora   ammonticchiati in cumuli di ossa ignote in fondo alle foibe, respiravano l’aria della loro terra, chiudevano le imposte la sera per riunirsi nel caldo abbraccio della famiglia in seguito decimata.

 

La cosa più dura da sopportare per i sopravvissuti, ebrei, armeni, italiani o di qualunque altra etnia o religione, è il peso del ricordo, la nostalgia che strappa al presente per far tornare sempre  a quei giorni lontani, alla calma prima della tempesta, alle ultime ore di quella che per molti era l’unica cosa che si potesse chiamare vita. Dopo è venuto il dolore, la morte, la lotta per la sopravvivenza, l’umiliazione, l’assimilazione, la fine di un popolo. Sopravvivere non corrisponde esattamente a vivere, forse si salva l’esistenza ma tante cose (come ricorda Alice Tasdjan nel suo libro Una pietra sul cuore) muoiono lì, insieme ai propri cari.

Ricordare  significa non solo aprire un libro di storia ma capire che il male, questo tipo di male, non è identificabile con un potere politico o con le azioni di un singolo uomo, ma ha la radice proprio nell’odio che divide gli uomini tra loro per differenze fisiche, religiose, culturali o politiche. Non esiste infatti una ideologia o una religione che si possa definire innocente da questa logica: il genocidio è stato perpetrato da tutti, destra, sinistra, islam o cristianesimo. Continuare a negare la verità ed incolpare l’altro può solo preparare il terreno per il germogliare di altro male.



[1] N.d.r. (Il 10 agosto 1920 i Turchi firmarono il trattato di Sèvres, il cui articolo 88 obbligava la Turchia a riconoscere la Repubblica armena come Stato indipendente e libero, sottomettendosi inoltre all'arbitrato del presidente degli Stati Uniti per la determinazione delle frontiere tra la Turchia e l'Armenia nei vilayet d'Erzerum, Trebisonda, Van e Bitlis, e per tutte le disposizioni che egli prescriverà sull'accesso dell'Armenia al Mar Nero e la smilitarizzazione di tutto il territorio ottomano. Con il trattato d'Alessandropoli (poi Leninakan e oggi Gumri), stipulato tra la Repubblica armena e la Turchia il 2 dicembre 1920, si riducevano ulteriormente i confini tracciati a Batumi nel 1918, cosicché la Repubblica si estendeva su 10.000 Km2 e la Turchia assumeva anche i distretti di Kars ed Ardahan. Una seconda conferenza, riunitasi a Losanna nel luglio del 1923 mutò le conclusioni del trattato di Sèvres grazie all'intervento del generale Mustafà Kemal: le potenze vincitrici rinunciavano alla riscossione delle riparazioni di guerra, riconoscevano alla Turchia tutta l'Asia Minore, la Tracia orientale e il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il trattato di Losanna, non menziona nemmeno la questione armena, dimenticata dalla politica delle grandi potenze. A questa conferenza erano ufficiosamente presenti anche gli Armeni, purtroppo – come sempre - con due delegazioni distinte e perlopiù in disaccordo tra loro, mentre la Turchia era rappresentata da un diplomatico abilissimo Ismet Pascià)

 

[2] ). N.d.r. per i musulmani i cristiani non sono propriamente infedeli infatti ci sono due categorie di infedeli: i pagani, politeisti, atei ecc…e la gente del Libro – ebrei e cristiani-. Ebrei e cristiani, in quanto gente del Libro e in virtù di un contratto detto di dhimma devono essere protetti in territorio islamico ma in quanto stranieri non godono pienamente dei diritti civili e politici; diverso è il caso degli infedeli propriamente detti – cioè i politeisti- che non hanno il diritto di vivere in territorio islamico)

 

[3]N.d.r. Il sistema d'amministrazione adottato dai dirigenti dell'impero rimase invariato dal XV secolo al XIX secolo basandosi su una distinzione fondamentale, gli aderenti all'Islam, detenevano tutti i diritti civili e politici loro concessi dal sultano e seguivano gli insegnamenti dello Sheik-ul-Islam, il guardiano della fede. L'edificio politico, giuridico e sociale aveva dunque le sue fondamenta nella sharia, legge fondamentale dell'Islam, emanata dal profeta con il corano. Il sultano poteva modificare le strutture ricorrendo all'espressione temporale della sua volontà, ma tutto doveva in ogni caso essere in conformità con la sharia. Per i non mus. la giurisdizione era lasciata ai capi religiosi delle diverse confessioni religiose che amministravano per i rispettivi millet; per quanto riguarda gli armeni era il Catholicos; si pagavano ai funzionari turchi le imposte correnti, la decima sui raccolti, il tributo gravante sul suddito non musulmano per vivere nell'Impero e le tasse per l'esenzione dal servizio militare. Essendo gli Armeni cristiani non avevano la facoltà di appellarsi ai tribunali turchi dipendendo il diritto civile ed amministrativo dai tribunali religiosi della sharia, non c'era perciò alcuna difesa di fronte ai soprusi, alle razzie delle popolazioni curde ecc. )

 

 

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