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Il
27 gennaio, giorno in cui gli ebrei commemorano il loro olocausto,
presso l’aula 5 della Terza Università si è tenuto un convegno
per ricordare e riflettere su alcuni dei genocidi avvenuti nel XX
secolo e per capire quale ideologia possa essere stata così
efficace da convincere popoli o eserciti a sopprimere una genia
diversa dalla propria per razza, cultura o religione.
I
relatori intervenuti infatti hanno posto l’accento, più che
sulle modalità delle epurazioni, sulle teorie filosofiche alla
base del razzismo e quindi del genocidio. Il prof .G. Caggiano,
docente di diritto dell’unione europea e diritto internazionale
nella facoltà di giurisprudenza della Terza Università, ha
aperto i lavori e salutato il pubblico.
Il professor Ottavio
di Grazia, che avrebbe dovuto parlare delle radici
dell’antisemitismo moderno, per motivi personali non è potuto
intervenire.
Adolfo
Morganti
Alle
radici dell’ideologia razzista
Quando
si parla di razzismo e di genocidio ci si riferisce quasi sempre
al Terzo Reich, alla Germania
nazista, alla seconda guerra mondiale, all’olocausto
ebraico, si fa coincidere quindi l’origine ideologica del
problema con i fatti degli anni 1933-1945.
In
realtà le radici della ideologia razzista vanno cercate molto più
indietro nel passato, paradossalmente esse si impiantarono e
trovarono terreno fertile in un’epoca che chiamava se stessa
“epoca dei lumi”, un’era in cui la ragione avrebbe trionfato
sull’ignoranza, sul sopruso sull’assolutismo. Fu infatti
durante l’illuminismo, nella seconda metà del settecento, che
Darwin formulò le sue teorie sull’evoluzione. Scoprire che le
varie specie animali si erano evolute e diversificate tra loro per
meglio adattarsi alle condizioni esterne fece giungere alla
conclusione che lo stesso processo si era verificato per l’uomo.
Questo motivava
l’esistenza di varie razze ma soprattutto portava alla
conclusione che la razza più antica (quella nera africana) fosse
necessariamente la meno evoluta e che quindi la razza caucasica,
essendo la più recente, fosse la perfezione. Ne derivò quindi
una scala qualitativa delle razze (nera, gialla, bianca) che
giustificò ogni sopruso verso altre popolazioni, giustificò il
colonialismo, la tratta dei negri, la schiavitù.
Lo
studio e le riflessioni su questo argomento andarono
avanti, nacquero pseudo-scienze che studiavano le
caratteristiche fisiche degli uomini e del loro rapporto con le
capacità intellettive: la frenologia sosteneva che una
particolare conformazione del viso secernesse inevitabilmente una
corrispondente capacità dello spirito.
Tutto
ciò non basta a spiegare il genocidio ma ne è comunque
l’origine. Infatti la convinzione di appartenere a quella che
secondo tali scienze dovrebbe essere il prodotto migliore della
evoluzione umana, porta ad una utopia di miglioramento
dell’umanità dato dalla selezione della stirpe. Tale teoria
positivista e coloniale, sviluppatasi in territorio britannico,
prese il nome di eugenetica. Per favorire la discendenza bisognava
quindi selezionare gli esemplari più evoluti sterilizzando o
isolando i portatori di malattie genetiche ma anche gli stranieri
non bianchi, addirittura i poveri (white trash). Si attribuiva
alla presenza di queste persone infatti il declino della potenza
britannica dell’ottocento.
Il
genocidio dunque non spunta fuori dal nulla ma è il frutto del
colonialismo, della scienza e dal bisogno di trovare
colpevoli per la propria decadenza.
In
Inghilterra furono emanate varie leggi contro la contaminazione
tra le razze e gli Usa importarono presto questo regime
sterilizzando, per un periodo che va dal 1909 al 1964 tutti
gli individui considerati “difettosi”. Va dunque sottolineato
come in Germania il sogno di creare una razza eletta giunga per
canali anglo-americani.
La
questione ebraica per tanto fu affrontata come un problema di
carattere sociale, essendo gli ebrei un elemento di
“decadenza” per la Germania che intendeva sposare senza remore
la teoria eugenetica della creazione di una nuova civiltà di
semidei.
Tuttavia
l’idea che “l’altro” sia perseguitabile proprio perché
diverso trovò ragione di essere anche per motivazioni che non
coincidevano con quella
puramente razziale. La condizione di inferiore non risiede solo
nel colore della pelle ma anche nella scelta religiosa, nella
scelta politica, nella scelta culturale o economica. Civiltà
intere furono distrutte per questa etica di pulizia sociale, basti
pensare allo sterminio degli indios,
degli armeni, e dei tibetani, all’impoverimento selettivo
della Cina maoista, alle purghe staliniane, agli italiani
infoibati dagli slavi, alla Manchuria evaporata dalla faccia della
terra con tutta la sua gente, la sua cultura, le sue città.
Pietro
Kuciukian
Le
radici ideologiche del genocidio armeno
La
questione armena fu più volte affrontata dal mondo occidentale ma
la parola “riconoscimento” non è stata ancora pronunciata
dalla Turchia. Negli anni venti il processo a Sohomon Telerian,
colpevole dell’attentato verso Talat Pasha (uno degli autori del
genocidio armenio), si risolse, in pochissimo tempo, con
l’assoluzione dell’imputato. Le testimonianze dei
sopravvissuti, numerose e dettagliate, non lasciarono dubbi alla
giuria: Telerian aveva agito secondo giustizia.
Con
riferimento al massacro degli armeni gli alleati nel 1915
coniarono l’espressione “Crimini contro la civiltà e contro
l’umanità”, a
Sevre fu riconosciuto lo stato armeno ma a Losanna
fu praticamente annullato tutto.
La
volontà omicida verso l’elemento diverso per cultura e
religione trova la sua radice nell’ideologia Panturchista. I
giovani turchi usarono gli strumenti della persuasione per operare
una pulizia etnica che durò per trenta anni (1894-1924). Il
Corano infatti ammette l’uso della forza contro gli infedeli
allo scopo di sottometterli, combatterli e ridurli alla propria
mercé (sono 200 i versetti contro gli infedeli).
L’impero Ottomano aveva raggiunto il massimo della sua
espansione nel XVII secolo per conoscere un rapido declino nel
secoli seguenti. Il sultano era non solo capo politico ma anche
Califfo, cioè successore di Maometto nelle funzione di guida
religiosa. Era dunque una teocrazia che postulava la superiorità
dei musulmani sugli altri individui di religioni diverse.
Gli
armeni riuscirono a sopravvivere alle pulizie che toccarono gli
altri cristiani dell’impero pagando le protezioni, rinunciando a
molti diritti ma soprattutto rendendosi utili nell’economia del
paese. Tuttavia le condizioni di vita per gli armeni erano
diventate intollerabili e fu per questo che si richiese
l’intervento delle potenze europee per ottenere delle riforme
che garantissero l’uguaglianza di diritti a vantaggio di tutti i
cristiani dell’impero. Era il 1878 e gli armeni riponevano le
loro speranze nel Congresso di Berlino, speranze che furono presto
deluse. La situazione non poté che degenerare: la richiesta di
diritti aveva reso gli armeni pericolosi per l’integrità
dell’impero, essa aveva rotto il contratto che essi avevano
stipulato con i turchi ed aveva fatto perdere loro il diritto alla
clemenza.
I
fase. Nel
1894 iniziarono i massacri in tutto l’impero. La popolazione
musulmana fu incitata al saccheggio, la rapina, la violenza verso
il popolo cristiano che aveva messo in discussione il proprio
statuto di inferiorità. La propaganda antiarmena dilagava,
l’Anatolia era in
fiamme.
Tuttavia
non fu solo il “tradimento” a generare l’esplosione di
violenza ma l’ideologia del Panturchismo. Esso sosteneva la
necessità dell’ unificazione tra tutti i popolo di etnia e
lingua turca, aspirando
quindi ad un allargamento inverosimile dell’impero fino
al Nord-ovest della Cina della Cina e all’eliminazione di
ogni elemento non turco (armeno, arabo o greco) che si frapponesse
nel cammino.
Nel
1908 il Sultano fu esautorato in seguito alla rivoluzione guidata
dai Giovai Turchi unitisi ai militari. Seguendo le dottrine del
panturchismo o panturanesimo il compito da essi scelto come
primario era l’eliminazione della barriera armena tra il
territorio corrispondente all’attuale Turchia e l’attuale
Azerbaigian. Guglielmo
II di Germania definì la Turchia “La Prussica di Oriente”
avvicinandosi così alla sua futura alleata.
II
fase. Nel
1909 ad Adanà furono uccisi 30.000 armeni. A spingere il governo
turco a questo passo era stata la perdita di tutti i territori in
Europa (Montenegro, Grecia, Bulgaria) in seguito alla I
guerra balcanica. La
Turchia era infatti in piena crisi, si richiedeva una soluzione
radicale del problema armeno. La guerra avrebbe
coperto i crimini, nessuno si sarebbe accorto di come
ci si sarebbe liberati di tutti i cristiani dell’impero.
Furono
emanati vari decreti nei confronti degli armeni
per l’abrogazione delle riforme, per la deportazione, per
la confisca dei beni.
Il
24.04.1915 intellettuali, ministri, giornalisti
armeni furono deportati e uccisi. È l’inizio del
genocidio, è la data che ancora oggi gli armeni ricordano e
commemorano come gli ebrei il 27 gennaio.
Gli armeni di leva furono disarmati e fucilati; i sacerdoti
incarcerati e uccisi, i bambini e le donne giovani islamizzati a
forza. I militari tedeschi
collaborarono alle operazioni di arresto e deportazione che
coinvolsero due milioni di individui. Di essi solo 500.000
sopravvissero grazie all’intervento delle popolazioni arabe e
dei russi.
III
fase.
Inizia il nazionalismo esasperato. Le etnie minoritarie non
possono più essere tollerate ed il progetto si fa più ambizioso:
non basta eliminare gli armeni all’interno dei confini
dell’impero, bisogna iniziare l’avanzata contro l’Armenia
russa e massacrare tutti gli armeni transacaucasici fino a Baku e
Tiblisi per ricongiungersi agli azeri. Nessun aiuto venne dagli
alleati per fermare Mustafà Khemal nel suo attacco alla piccola
Repubblica armena, solo con l’intervento della IX armata rossa
i 30.000 chilometri di territorio vengono salvati.
In
Cilicia intanto i massacri continuavano ed erano gli italiani a
rifornire i turchi. Khemal era abile a destreggiarsi tra
capitalisti e socialisti per contenere le richieste armene. Nel
1923 Losanna sancì la scomparsa del popolo armeno da una terra
che esso abitava da 3000 anni.
Domanda
a Pietro Kuciukian. Se
è mai stato nell’Armenia turca può dirci in quali condizioni
ha trovato le chiese armene? Ha incontrato qualche armeno che
abitasse in quelle zone?
Le
chiese armene non solo sono nel più completo abbandono, ma spesso
sembrano portare evidenti i segni di un atavico disprezzo.
Sono adibite a stalle, magazzini,
urinatoi, sono gravemente danneggiate
e in molti casi i Khach
kar che ornavano le mura
sono stati divelti e gettati via. Molte, dopo anni di
disprezzo e di decadenza,
finiscono col diventare moschee. Per fare alcuni esempi S.
Bartolomeo da stalla è diventata moschea, Akhtamar è una chiesa
bizantina, altre sono diventate musei. Esclusa quella
di Costantinopoli non esistono chiese armene che abbiano
mantenuto la loro funzione iniziale. Lo stesso trattamento è
stato riservato ad ogni resto della storia armena.
La città di Ani, fondata dagli armeni e capitale famosa
dell’Armenia storica, conserva ancora le sue mura ma sono
citati, sui cartelli informativi posti accanto alle rovine, tutti
i popoli che vi hanno risieduto (persiani, georgiani, selgiuchidi) tranne i suoi fondatori.
Di
armeni in Armenia è assolutamente impossibile incontrarne per il
semplice fatto che non ce ne sono più. Forse una o due famiglie
di sangue armeno si potrebbero
rintracciare, ma si tratta di gente che si è convertita
all’islam e che quindi per paura preferisce evitare di parlare
con cristiani (soprattutto se armeni).
Marco
Pirina
Scomparsi
dalla storia: Istria e Dalmazia
Sono
circa 30.000 gli italiani scomparsi nelle terre slave durante la
seconda guerra mondiale. 30.000 che non sono più tornati a casa e
di cui non si ha più notizia. Eppure la storia non ci spiega dove
siano state inghiottite queste persone. Una risposta ce la
abbiamo, sono state inghiottite dall’ingiustizia,
dall’indifferenza, dalla paura di colpire chi la storia ci ha
consegnati come eroi. “Il genocidio etnico perpetrato dal ’43
al ’56 in Dalmazia e in Venezia Giulia - per citare le parole di
Pirina- ci ricorda
l’italianità calpestata in luoghi in cui pure le pietre parlano
dell’arte e della
storia del nostro paese”.
Istria
e Dalmazia facevano parte delle terre irredente, abitate da
italiani già da prima della Grande Guerra.
Gli accordi presi col Patto di Londra avrebbero dovuto far
raggiungere all’Italia i suoi confini naturali ma le cose
andarono diversamente: non fu possibile
strappare all’impero austro-ungarico più che Trento e il
Trentino. Tuttavia nessuno ricorda che gli Asburgo abbiano fatto
del male alle popolazioni di quelle terre ma anzi esse furono
rispettate in ogni tempo.
Gli
slavi invece, durante la Seconda Guerra Mondiale (quando ormai
l’impero austro-ungarico era totalmente smembrato), scatenarono
verso gli abitanti italiani di quelle che erano diventate le
loro terre, tutto il loro odio e disprezzo. Scaraventarono
gli italiani catturati nelle foibe senza neppure preoccuparsi di
ucciderli prima. Le foibe (grotte carsiche), profonde 180 metri
(come un palazzo di sessanta piani), divennero tombe ignote per
migliaia di uomini. Le loro ossa sono state riportate alla luce
negli ultimi decenni e recano i segni di una morte atroce. Il
professor Pirina stesso ha partecipato ai lavori di riesumazione
delle ossa dei morti di una foiba nel 1992 ma ricostruire i corpi
è stato impossibile tanto erano piccoli i frammenti (e non un
proiettile è stato rinvenuto). Le operazioni sono state seguite
da ufficiali proprio perché ogni cosa fosse documentata. I resti
sono stati disposti in casse ed a una stima sul numero dei teschi
e delle parti di ossa si può parlare di un
migliaio di persone.
Ma
per gli slavi nulla di tutto ciò è avvenuto. A chi
volesse saperne di più sulle foibe e su Pirina e decidesse di
cercare pagine su internet, si aprirebbero migliaia di siti di
detrattori del Pirina, di “studiosi” che dicono di
lui: “di storia non sa nulla ma è un buon
mistificatore”. Trovarci le sue idee è come cercare un ago in
un pagliaio.
Intanto
giacciono i
padani barbaramente uccisi dai partigiani comunisti titini. Il
dramma dei giovani giulio-dalmati espropriati delle loro case,
picchiati, torturati, infoibati, è stato volutamente dimenticato
dalla storiografia ufficiale.
Il
primo sotterramento avvenne nel ’43, subito dopo l’8 settembre
e, secondo di detrattori di Pirina, non fu un’azione degli
slavo-comunisti dell’esercito partigiano di Tito, ma un fatto di
“giustizia popolare” spontaneo
contro “l’oppressione” italiana verso gli slavi
istriani. Tuttavia essi non possono negare che dal ’45 inizia
una fase di epurazione di dimensioni molto più consistenti che fu
attuata dall’Esercito di Liberazione di Tito con intenti
nazionalistici.
Lo
stato italiano impiega miliardi
ogni anno per 32.000 pensioni a beneficio di ex jugoslavi autori di questo
orribile genocidio. È uno dei pochi casi di
pensione del cento per cento e questo lo si deve al loro
essere stati partigiani.
Alle vedove degli infoibati tocca tirare avanti con una pensione
di duecento euro.
Ma
allora una domanda è inevitabile. Perché non si parla mai di
questo genocidio? Perché una mattanza del genere, avvenuta contro
italiani, sembra non essere mai avvenuta? Perché migliaia di
persone continuano a sostenere che essi non sono morti, sono semplicemente scappati dalle loro mogli
o chissà cos’altro? La risposta è evidente: perché furono i
partigiani italiani a consegnare i loro compatrioti nelle mani
degli slavi infoibatori. Il destino degli abitanti di queste terre
non interessò neppure gli alleati che per paura di scontrarsi con
l’esercito tedesco che passava di lì, evitarono di salvare la
vita a migliaia di italiani.
Il
buio della memoria arriva anche all’oltraggio: a Padova una
placca ricorda Norma Cossetto vittima della resistenza
consegnandola quindi ai posteri come una partigiana martire. In
realtà essa fu inchiodata a una porta proprio dai partigiani (con
i quali evidentemente aveva ben poco in comune), da loro
violentata e scaraventata così, con tutta la porta, in una foiba.
A
maggio la Slovenia intende entrare in Europa e, come la Turchia,
non pensa che per compiere quest’atto sia il caso di scaricarsi
la coscienza. I deportati italiani hanno chiesto di poter
ricomprare le case che allora furono strappate loro con la
violenza. Non vogliono riaverle gratis come spetterebbe loro come
minimo compenso, sono disposti a pagarle il giusto prezzo. La
Slovenia ha rifiutato anche questo.
È
difficile immaginare lo stato d’animo di una signora originaria
di Pola che ogni anno compie un pellegrinaggio verso la sua
città e pone le mani sulle pietre della sua vecchia casa.
A chi le chiede cosa sta facendo lei risponde: «Lasciatemi fare,
questa è la mia casa». Come gli armeni, deportati in nuove città
a ricostruirsi una vita, magari nell’indigenza e
nell’umiliazione, anche gli italiani di Istria e Dalmazia devono
fuggire spesso con il ricordo a quegli anni, quando ancora tutto
doveva accadere,
quando la città più amata del mondo, il posto più caro perché
nativo, era ancora la loro dimora. Essi uscivano dalle loro
case, frequentavano quegli amici e conoscenti, ora
ammonticchiati in cumuli di ossa ignote in fondo alle
foibe, respiravano l’aria della loro terra, chiudevano le
imposte la sera per riunirsi nel caldo abbraccio della famiglia in
seguito decimata.
La
cosa più dura da sopportare per i sopravvissuti, ebrei, armeni,
italiani o di qualunque altra etnia o religione, è il peso del
ricordo, la nostalgia che strappa al presente per far tornare
sempre a quei giorni
lontani, alla calma prima della tempesta, alle ultime ore di
quella che per molti era l’unica cosa che si potesse chiamare
vita. Dopo è venuto il dolore, la morte, la lotta per la
sopravvivenza, l’umiliazione, l’assimilazione, la fine di un
popolo. Sopravvivere non corrisponde esattamente a vivere, forse
si salva l’esistenza ma tante cose (come ricorda Alice Tasdjan
nel suo libro Una pietra sul cuore) muoiono lì, insieme ai
propri cari.
Ricordare
significa non solo aprire un libro di storia ma capire che
il male, questo tipo di male, non è identificabile con un potere
politico o con le azioni di un singolo uomo, ma ha la radice
proprio nell’odio che divide gli uomini tra loro per differenze
fisiche, religiose, culturali o politiche. Non esiste infatti una
ideologia o una religione che si possa definire innocente da
questa logica: il genocidio è stato perpetrato da tutti, destra,
sinistra, islam o cristianesimo. Continuare a negare la verità ed
incolpare l’altro può solo preparare il terreno per il
germogliare di altro male.
N.d.r. (Il
10 agosto 1920 i Turchi firmarono il trattato di Sèvres, il
cui articolo 88 obbligava la Turchia a riconoscere la
Repubblica armena come Stato indipendente e libero,
sottomettendosi inoltre all'arbitrato del presidente degli
Stati Uniti per la determinazione delle frontiere tra la
Turchia e l'Armenia nei vilayet d'Erzerum, Trebisonda, Van e
Bitlis, e per tutte le disposizioni che egli prescriverà
sull'accesso dell'Armenia al Mar Nero e la smilitarizzazione
di tutto il territorio ottomano. Con il trattato d'Alessandropoli
(poi Leninakan e oggi Gumri), stipulato tra la Repubblica
armena e la Turchia il 2 dicembre 1920, si riducevano
ulteriormente i confini tracciati a Batumi nel 1918, cosicché
la Repubblica si estendeva su 10.000 Km2 e la
Turchia assumeva anche i distretti di Kars ed Ardahan. Una
seconda conferenza, riunitasi a Losanna nel luglio del 1923
mutò le conclusioni del trattato di Sèvres grazie
all'intervento del generale Mustafà Kemal: le potenze
vincitrici rinunciavano alla riscossione delle riparazioni di
guerra, riconoscevano alla Turchia tutta l'Asia Minore, la
Tracia orientale e il controllo degli stretti del Bosforo e
dei Dardanelli. Il trattato di Losanna, non menziona nemmeno
la questione armena, dimenticata dalla politica delle grandi
potenze. A questa conferenza erano ufficiosamente presenti
anche gli Armeni, purtroppo – come sempre - con due
delegazioni distinte e perlopiù in disaccordo tra
loro, mentre la Turchia era rappresentata da un diplomatico
abilissimo Ismet Pascià)
). N.d.r. per
i musulmani i cristiani non sono propriamente infedeli infatti
ci sono due categorie di infedeli: i pagani, politeisti, atei
ecc…e la gente del Libro – ebrei e cristiani-. Ebrei e
cristiani, in quanto gente del Libro e in virtù di un
contratto detto di dhimma devono essere protetti in territorio
islamico ma in quanto stranieri non godono pienamente dei
diritti civili e politici; diverso è il caso degli infedeli
propriamente detti – cioè i politeisti- che non hanno il
diritto di vivere in territorio islamico)
N.d.r.
Il sistema
d'amministrazione adottato dai dirigenti dell'impero rimase
invariato dal XV secolo al XIX secolo basandosi su una
distinzione fondamentale, gli aderenti all'Islam, detenevano
tutti i diritti civili e politici loro concessi dal sultano e
seguivano gli insegnamenti dello Sheik-ul-Islam, il guardiano
della fede. L'edificio politico, giuridico e sociale aveva
dunque le sue fondamenta nella sharia, legge fondamentale
dell'Islam, emanata dal profeta con il corano. Il sultano
poteva modificare le strutture ricorrendo all'espressione
temporale della sua volontà, ma tutto doveva in ogni caso
essere in conformità con la sharia. Per i non mus. la
giurisdizione era lasciata ai capi religiosi delle
diverse confessioni religiose che amministravano per i
rispettivi millet; per quanto riguarda gli armeni era il
Catholicos; si pagavano ai funzionari turchi le imposte
correnti, la decima sui raccolti, il tributo gravante sul
suddito non musulmano per vivere nell'Impero e le tasse per
l'esenzione dal servizio militare. Essendo gli Armeni
cristiani non avevano la facoltà di appellarsi ai tribunali
turchi dipendendo il diritto civile ed amministrativo dai
tribunali religiosi della sharia, non c'era perciò alcuna
difesa di fronte ai soprusi, alle razzie delle popolazioni
curde ecc. )
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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