ANSELMO
FRANCESCONI
Lugo
di Ravenna 29 luglio 1921 – Milano 19 maggio 2004
Dopo
una lunga malattia, giovedì pomeriggio 20 maggio,
il nostro amico Anselmo Francescani ha chiuso gli occhi
alla sua vita terrena.
Era
nato a Lugo di Ravenna nel 1921 da una famiglia di
agricoltori. Nonostante la severa opposizione del padre,
aveva intrapreso gli studi d’arte frequentando il
Liceo artistico di Ravenna. Nel 1941 si era iscritto alla
Accademia di Belle Arti di Bologna e aveva frequentato
dapprima i corsi di pittura del maestro Romagnoli che ne aveva
apprezzato le doti eccezionali. Il desiderio di affrontare la
scultura era però sempre molto forte in lui per cui, dopo un
anno, aveva scelto di passare ai corsi tenuti dal maestro Drei.
La
tappa di studi successiva è a Milano, all’Accademia di
Brera, dove frequenta i corsi di pittura sotto la guida di
Aldo Carpi. Si distingue subito per la sua capacità di
ritmare le masse con pochi inconfondibili segni. Sostiene
l’esame finale con Marino Marini e si diploma con la lode.
Nel
1954 e nel 1955 è chiamato ad esporre in personali a New York
nella Galleria di Catherine
Viviano dove presenta alcune sue sculture:
sono particolarmente apprezzate le maternità, alcune
chine e le tecniche miste su carta. Con le sue opere partecipa
anche alla mostra itinerante “Contemporary Italian Art”
allestita in vari musei universitari americani.
Resta
prevalentemente scultore per molti anni. Il disegno è
essenzialmente un supporto progettuale per le sue sculture.
Lavora incessantemente, produce molto, ed è sempre in
evoluzione ed in ricerca.
Le mostre si susseguono numerose e sono sempre
recensite dai massimi nomi della critica d’arte
internazionale.
Ho
conosciuto Anselmo nel lontano 1966 mentre dipingeva una delle
tele più interessanti dedicate ai temi del Genocidio degli
Armeni, “Il Massacro”. Rimasi colpita dal suo segno
angoloso, dai colori freddi che dominavano il campo e dal
rosso di sangue che sembrava sgorgare a fiotti negli spazi
senza corpo. Nella sua tela si muovevano masse di corpi senza
volto che si assiepavano nel terrore, e masse di piedi che si
strascicavano senza altra meta che la morte. Ci mostrò la
tela senza fare commenti: non amava parlare della sua pittura
né esprimere le tensioni da cui nasceva la sua opera.
Ascoltava attentamente le parole dei suoi ospiti, quasi
volesse, attraverso le impressioni degli altri, scoprire se
stesso.
Solo
alcuni anni più tardi, seppi come mai avesse ripreso a
dipingere. Egli stesso me ne narrò con emozione i
particolari.
Nell’aprile
1965 era a Teheran mentre
fervevano nella comunità armena
i preparativi per la commemorazione del 50°
anniversario del Genocidio. Era ospite della famiglia della
moglie Margo Tomassian e venne invitato a partecipare con una
sua opera alla mostra che si stava allestendo:
“….da
quanti anni non
dipingevo!…. provare?…. forse!…. Siamo andati in città,
abbiamo acquistato carta, tela e colori….ma ero perso….,
non sapevo cosa fare…. Arriva un giorno un amico di
famiglia, Zareh: gli confido che
conosco, è vero! certi fatti del Genocidio ma non so
cosa fare. Come
sempre, se dentro di me l’emozione non vibra, non so
dipingere, non so creare nulla. Zareh ha vissuto a 7 anni la
tragedia della deportazione. I suoi,
sono ricordi dolorosi che ha sempre sepolto nel
silenzio, ma, mi capisce e, pian piano, lascia riemergere in
un racconto alcuni episodi della sua drammatica
esperienza!…. Il fischio del Turco a cavallo…. La
separazione degli uomini dalle donne…. Le lunghe marce
estenuanti….. Lo sterminio…. La violenza…. E,
sempre terrificante e lancinante, il ricordo
incancellabile del fischio di un turco a cavallo…. Lo shock
è stato forte e ho potuto dipingere il quadro per la
mostra…. Ma non è stato sufficiente….,Si era scatenato il
dramma in me…., mi identificavo con le famiglie armene che
avevano vissuto questo dramma…. Non mangiavo, non dormivo,
l’orrore e l’indignazione mi angosciavano….e dipingevo
un quadro dopo l’altro:
è nata così la serie del Massacro.”
Una
serie che lo impegnerà per quasi cinque anni!
Il
Massacro verrà esposto a Ginevra,
dal 20 aprile al 19 maggio 1968,
nella Salle des Casemates del Museo d’Arte e di
Storia: un gruppo di amici armeni di Milano parteciperà
all’inaugurazione; mentre pubblico,
critica e giornali confermeranno il grande successo
della mostra. Marco
Valsecchi vedrà
in quella pittura “….un inconscio affiorare di
illustri modelli, le battaglie araldiche di Paolo Uccello, gli
eserciti furiosi di Piero della Francesca….”
Nel
maggio del 1995 viene invitato ad esporre alla Fondazione del
Castello di Gruyère. Monsieur
Chatton, Conservatore dei Monumenti Storici del Canton
di Friburgo, conosce bene le opere di Anselmo, è un amico e
dieci anni prima gli ha anche affidato la realizzazione delle
nuove vetrate per la chiesetta di Grangettes.
Mentre
si decide il titolo della mostra “Masques et Célébrations”e
si scelgono i quadri, Chatton
esprime ad Anselmo il suo rammarico che la mostra non contenga
neanche un’opera della serie del Massacro. Prima che la
mostra si inauguri, in soli tre giorni, di getto, Anselmo
realizza una grande tela nuova che ripropone il tema antico:
il dramma è ancora intenso, ma è espresso in linee più
morbide, con colori nuovi, più tenui, su una tela grezza
senza preparazione di fondo. Anche Anselmo, come ogni uomo,
ha rielaborato nel tempo il suo dramma.
La tela attrae l’attenzione di molti visitatori.
Monsieur
Catton nel testo redatto per l’invito alla mostra aveva
presentato così Anselmo:
« ….Après
les Carpaccio, Veronèse et Tiepolo dont il est l’héritier,
Anselmo traduit l’Odyssée de l’homme dans les mutations
les plus imprévisibles….Puis….dans
les Massacres des Arméniens en territoire ottoman, il
peint l’horreur en action et la soudaine présance de la
mort…. «
Anselmo
desidera che il quadro del Massacro, dipinto per la mostra di
Gruyère, sia destinato al Museo del Genocidio a Erevan. E nel
1999 Sua Eccellenza il dott. Baghdassarian, Ambasciatore della
repubblica d’Armenia in Italia, lo affida di persona al
Museo sulla Collina delle Rondini.
Ad
Anselmo non piaceva parlare delle sue opere; era felice di
esporre le sue creature ad un pubblico sempre più vasto,
felice di avere acquirenti e felice di vedere nelle case degli
acquirenti, che diventano poi i suoi amici, le sue
opere. Ma non è mai stato disposto alla commercializzazione
in senso lato che lo poteva piegare a “creare su
commissione” opere non scaturite dalla sua vena creativa.
Amava scrivere poesie ed affiancarle alla sua opera di
artista. Amava ascoltare la musica classica e tracciare
schizzi sull’onda dell’ascolto su quaderni a fisarmonica.
Amava le espressioni dell’Arte Popolare e, durante i suoi
frequenti viaggi, amava visitare i mercatini e, con la moglie
appassionata quanto lui,
amava scegliere le espressioni più genuine della
fantasia di artigiani ed di artisti sconosciuti. Le cose a cui
nessuno dava importanza,
potevano meritare un suo apprezzamento ed un posto
accanto alle sue opere.
Amava
l’Armenia, aveva desiderato una casa laggiù per potervi
andare più di frequente, si compiaceva di saper parlare anche
l’armeno ed aveva deciso con la moglie di arricchire
l’Armenia di un Museo etnografico, donando alcune delle
collezioni, che il tempo aveva rivalutato in tutto il mondo.
La
donazione era stata accuratamente programmata e la data era
stata fissata già da tempo per sabato, 22 maggio che ha
coinciso purtroppo con la data dei suoi funerali.
In
presenza di amici commossi, raccolti attorno alla moglie Margo,
la firma formale di questo atto, ha assunto il significato di
una celebrazione alla memoria.
Alle pareti della Casa Armena figuravano alcune stampe
persiane provenienti da una Storia di Alessandro Magno in una
edizione ormai introvabile ed alcune vecchie Mola,
raffigurazioni in stoffa che le donne Cuna delle Isole Saint
Blase in Panama usano montare sulle camicette.
Destinatario
delle collezioni, è il Museo di Stepanavan, rimasto chiuso
dopo il forte terremoto che ha sconvolto la zona alla fine del
1998. E’ una
costruzione in
tufo rosa senza finestre, edificata attorno alla vecchia casa
di legno che era stata la casa di Stepan Shahumian.
Piero
Cuciukian, che è cittadino onorario di Stepanavan e che ha
assunto l’incarico di consegnare la donazione, ci racconta
che la cittadina
é situata in una valle particolarmente fiorente di
vegetazione e che fino alla costruzione del tunnel sotto la
montagna era difficilmente raggiungibile in macchina. Era
quindi anche isolata da frequenti
contatti culturali, mentre oggi può diventare un polo di
attrazione per le scolaresche del posto, per gli armeni e per
i turisti.
Dare
vita ad un museo etnografico, scegliere una sede in provincia,
ed offrire un incentivo culturale nuovo e coraggioso, affinché
sale chiuse al pubblico riaprano i battenti alla loro funzione
originale, è segno di una profonda sensibilità culturale e
sociale.
Questo
è il messaggio fondamentale che hanno sviluppato da vari
punti di vista anche l’Ambasciatore dott.Gaghig
Baghdassarian, il dott.Hagopig Manoukian, il dott.Domenico
Montaldo giornalista dell’Avvenire e soprattutto Hermann
Vahramian, l’amico architetto che si è preso a cuore la
realizzazione dei desideri di Anselmo e Margo.
La
serata si è conclusa con un dono altamente significativo che
Margo a offerto alla
Casa Armena: un quadro di Anselmo della serie “Il
Massacro”.
Cusano
Milanino 27
maggio 2004