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Filippo
Facci (Il Giornale, 4 ottobre 2005) Franco Frattini e il
giornalista Carlo Panella, rispettivamente sul Giornale e sul
Foglio, hanno scritto due articoli sulla questione turca e sono
incappati perlomeno in un grave errore. I due articoli, nonostante
Frattini e Panella di recente abbiano scritto un libro insieme,
differiscono nel linguaggio ma non nella comune asserzione secondo
la quale il genocidio turco degli armeni sia una materia di cui
l'Unione Europea non dovrebbe più di tanto occuparsi, questo
perché i due popoli starebbero già risolvendola attraverso una
commissione congiunta. Ciò hanno scritto.
Il contenzioso, ricordiamo, sarebbe la mera ammissione che i
turchi nel 1915 deportarono e affamarono e violentarono e
decapitarono e impalarono un milione e
mezzo di cristiani armeni, ciò che la storiografia turca nega a
tutt'oggi.
Scrive Frattini: «Il Parlamento europeo ignora la decisione del
premier turco di affidare coraggiosamente ad una commissione, cui
gli armeni hanno tra l'altro aderito, il compito di far luce su
questa pagina sanguinosa». Sentenzia Panella: «La Vecchia Europa
entra a gambe giunte nel dramma storico che turchi e armeni stanno
risolvendo con la trattativa, boicottando così la reciproca
volontà di pacificazione». Commissione? Trattativa?
Pacificazione? Frattini e Panella forse ignorano che la
commissione, in realtà, non esiste più, anzi in un certo senso
non è mai esistita: nacque in segreto su finanziamento del
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ma i quattro esponenti
armeni che vi presero parte (i turchi erano sei) più volte furono
invitati a dimettersi dal governo armeno che non vi
aderì mai.
La Commissione fece tuttavia in tempo a rivolgersi ad un neonato
organismo, l'Istituto di Giustizia Transizionale, affinché il
medesimo si esprimesse sull'applicabilità o meno del termine
genocidio, ma poi successe che i sei membri turchi intimarono
all'Istituto di annullare la richiesta: da qui le dimissioni dei
membri armeni nonché l'esaurimento di una commissione peraltro
mai riconosciuta. Non solo: venne fuori che la premessa della
Commissione stessa era che non si occupasse del genocidio non fu
chiaro di che cosa doveva occuparsi e la conferma giunse da
un'incauta intervista rilasciata dal membro
turco Ozdem Sanberk: «Lo scopo principale della commissione»,
disse, «è di impedire le iniziative a favore del genocidio del
Congresso degli Usa e dei Parlamenti occidentali». Lasciando poi
da parte lo strabiliante negazionismo di Carlo Panella, che scrive
l'espressione «genocidio degli armeni» tra virgolette e ammette
solo una «pulizia etnica» che avrebbe ucciso 300mila persone e
non un milione e mezzo, resta notevole che persino Frattini abbia
scritto di «improvvisa preoccupazione europea» per la questione
armena, con Panella a chiosare che «l'Ue accampa scuse, alibi e
pretesti» nonché «miopi interessi di bottega elettorale»: come
se l'Europarlamento si fosse svegliato ieri mattina e
non nel 1987, anno della prima mozione che chiedeva alla Turchia
di riconoscere il genocidio come condizione per entrare in Europa;
e come se in questi anni, soprattutto, il genocidio non fosse già
stato riconosciuto da Argentina, Russia, Grecia, Libano, Belgio,
Cipro, Svezia, Bulgaria, Francia (addirittura con una legge) e
soprattutto Vaticano (l'attivismo di Giovanni Paolo II fu
straordinario) e infine dall'Italia: il Parlamento italiano,
all'unanimità e su proposta di un membro di questo governo,
allora all'opposizione, riconobbe il genocidio armeno il 17
novembre 2000.
A non riconoscere il genocidio armeno, dato il loro eccellente
rapporto coi turchi, sono rimasti giusto Inghilterra, Germania,
Israele e Stati Uniti: l'opportunità politica in questo caso
consiste nel non ammettere, formalmente, qualcosa che è però
inopinatamente esistita. La Turchia, frattanto, consolidava un
negazionismo davvero poco europeo. L'estate scorsa, nello stesso
periodo in cui la stampa italiana raccontava della commissione
inesistente, entrava in vigore il nuovo articolo 306 del codice
penale di Ankara che punisce con dieci anni di carcere chiunque
affermi che gli armeni hanno subìto un genocidio; pochi mesi
prima, l'8 marzo, la Bbc rendeva invece noto che sarebbero stati
cambiati tutti i nomi di animali che facessero riferimento
all'Armenia o al Kurdistan: il ministero dell'Ambiente spiegò che
la pecora chiamata Ovis Armeniana sarebbe stata ribattezzata Ovis
Orientalis Anatolicus, il cervo chiamato Capreolus
Armenus sarebbe divenuto Capreolus Cuprelus, la Volpe Kurdistanica
sarebbe diventata Vulpes. E via così. Questo, ammisero, per
salvaguardare la purezza turca. Il resto, più serio, è noto. La
Turchia è un Paese che riverserebbe in Europa settantun milioni
di musulmani, un Paese in cui le donne sono completamente assenti
dalla vita pubblica, un Paese in cui cinque ragazze sedicenni che
stavano facendo un bagno in mare con il chador, si ricorderà,
furono lasciate affogare perché la religione islamica proibiva ai
bagnini di poterle toccare, è un Paese in cui Amnesty
International ha rilevato violazioni
e torture e sevizie da noi inimmaginabili.
Si può credere che una Turchia europea limiterebbe l'espansione
dell'Islam fondamentalista, ma nondimeno si può credere che ciò
snaturerebbe quelle radici che l'Europa ha assai bisogno di
ritrovare: e che affondano, anche, nella viva memoria dei propri
errori e dei propri genocidi, nella salvaguardia delle istituzioni
dello Stato liberale, nei valori fondamentali quali per esempio lo
Stato di diritto e il rispetto delle minoranze etniche e
politiche. Altrimenti, come disse qualcuno, diventa Eurasia.
David
dalla Francia
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