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La
tragedia di Terrasanta, che abbiamo sotto gli occhi, ci ricorda
come la memoria di un genocidio possa avere valore, a molti anni
di distanza, ed essere spesa per giustificare azioni politiche e
militari di grande durezza.
E'
evidente che nessuno può restare insensibile alle ragioni degli
eredi di un orrore che viene ricordato nei suoi dettagli
praticamente ogni giorno da giornali radio e televisioni; e di
conseguenza anche il suo giudizio sui fatti di oggi non può
prescinderne, volenti o nolenti.
E'
un tipo di capitalizzazione della tragedia che certamente
non è avvenuto per il genocidio armeno; una tragedia fastidiosa
per troppe persone, e che ancora attende di essere
riconosciuta per quello che era. Fastidiosa per gli eredi politici
degli assassini di allora; fastidiosa per chi vede minacciata dal
riconoscimento un'orrenda primazia nella tragedia (non a caso i
turchi sono fra i più strenui sostenitori dell'unicità della
Shoah); fastidiosa per gli Stati Uniti, timorosi di irritare il
loro alleato più importante nella regione. La guerra di Bush
junior rende troppo preziosi Ankara e Tel Aviv agli occhi dei
generali americani perché ci si possa attendere una qualche buona
notizia d'oltreoceano. E anche in Europa, dopo la coraggiosa presa
di posizione di due anni fa, si avverte qualche tentennamento, un
desiderio di rivedere quelle clausole così rigide per l'ingresso
della Turchia in Europa; e perciò un declassamento del nodo genocidio
armeno.
Non
è un panorama favorevole, per tutti coloro che attendono da
troppo tempo che sia resa giustizia alle vittime del primo
genocidio del secolo. Però un panorama che certo non sembra
favorevole, esistono fatti ed elementi positivi, sia per il nostro
paese, che a livello internazionale. E' cresciuta moltissimo,
rispetto a qualche anno fa il panorama editoriale relativo
all'Armenia, alla sua storia, e a quel momento tragico. Mi ricordo
che quando - alla metà degli anni '90 - cercammo libri in
italiano relativi al genocidio del 1915 trovammo uno titolo
disponibile (Metz Yeghern di Mutafian). Adesso, grazie soprattutto
all'attività di Guerini, questa voragine conoscitiva tende a
colmarsi.
Il
fatto più importante, però, a mio modo di vedere, riguarda la
posizione della Santa Sede; un elemento sia internazionale che
italiano. Dopo la visita di Karekin II in Vaticano, nell'autunno
del 2000, e la firma della dichiarazione congiunta in cui il capo
della Chiesa Apostolica e il Pontefice usavano il termine genocidio,
c'è stato il tanto atteso - anche dal Papa - viaggio in Armenia
di Giovanni Paolo II. E' una memoria viva e vivida, così come è
nitida nel ricordo l'immagine del Papa a Dzidzernagapert, la sua
richiesta a Dio di “asciugare ogni lacrima del popolo armeno”.
Il significato della visita, e seconda dichiarazione relativa al
genocidio hanno tolto ogni sospetto di casualità alla
prima. Una posizione confermata, qualche settimana più tardi,
dalla beatificazione di Ignace Maloyan, vescovo martire, insieme
al suo gregge, del genocidio. La reazione turca è stata -
formalmente - stizzita. Anche se naturalmente Ankara era stata
informata in anticipo del tenore delle dichiarazioni del Papa,
subito dopo la visita minacciò addirittura di richiamare
l'ambasciatore presso la Santa Sede.
La
struttura stessa della chiesa cattolica fa sì che una posizione
del genere, espressa soprattutto dal Pontefice, venga assunta e
ripetuta senza difficoltà. Anche quando possano esserci dei
problemi “diplomatici”. In questo senso assumono un
significato ancora più importante - in modo paradossale - delle
dichiarazioni pontificie due articoli usciti su Civiltà
Cattolica, il 15 dicembre 2001 3 il 19 gennaio 2002, intitolati
rispettivamente “La strage degli Armeni” e “Lo sterminio
degli armeni”, a firma del padre Giovanni Sale S.I. Si parla di
genocidio armeno, e delle sue responsabilità. L'elemento
fondamentale però è un altro; ogni numero de La Civiltà
Cattolica, quindicinale dei gesuiti, autorevolissimo, viene
letto in Segreteria di Stato prima di andare in stampa. Questo
significa, molto semplicemente, che se il giornale ha potuto
esprimere - in due articoli - questa tesi, essa è condivisa e
sostenuta al massimo livello diplomatico vaticano. L'ultima volta
che La Civiltà Cattolica aveva trattato il problema
era nel 1919.
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