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Dopo
aver dato scritto La vera storia del Mussa Dagh nel 2003,
Flavia Amabile e Marco Tosatti, propongono ora un volume denso e
toccante sul seguito di quella epica vicenda che, fino alla
edizione del loro libro, era stata conosciuta in Europa attraverso
il grande romanzo di Franz Werfel, scritto nel 1934 e pubblicato
negli anni Cinquanta. Oggi il volume Mussa Dagh. Gli eroi
traditi, (Ed. Guerini 2005), ci porta nuovamente a riflettere
sulla storia di quel gruppo di armeni che evitò i massacri dei
turchi durante la prima guerra mondiale su quella montagna bagnata
dal Mediterraneo che gli armeni chiamano Mussa Ler. Quella
montagna passò fino al 1939 in territorio siriano per poi essere
definitivamente ceduta alla Turchia dalle potenze mandatarie prima
del secondo conflitto mondiale. Il libro di Amabile e Tosatti, che
esce mentre gli armeni di tutto il mondo ricordano i novant’anni
del genocidio, narra una storia, purtroppo vera, non soltanto
delle grandi difficoltà vissute da migliaia di esuli armeni per
trovare un posto dopo essere scampati al genocidio, ma anche
dell’equivoco rappresentato dalle cosiddette
“potenze cristiane”, in questo caso la Francia, nella
mancata difesa dei cristiani. In particolare nel caso della
cessione del sangiaccato di Alessandretta alla Turchia da parte
della Francia per garantire almeno la neutralità turca nella
seconda guerra mondiale.
Tra
le terre abitate e amate dagli armeni in Turchia non si può non
ricordare la Cilicia, tanto che uno dei canti popolari armeni più
famosi è dedicato proprio a questa terra oggi in Turchia. Sulla
Cilicia ha scritto pagine molto importanti Paul De Voeu, nel suo La
Passion de la Cilicie (1919-1922). Si dovrebbe anche ricordare
che contemporanea alla vicenda del Mussa Dagh, c’è quella che
vide protagonista la popolazione armena di Urfa che cercava di
resistere alle deportazioni, ma fu sterminata da un bombardamento
guidato dall’ufficiale tedesco Wolffskeel.
Mussa
Dagh. Gli eroi traditi è indubbiamente un bel libro, a tratti
avvincente, in cui si intercalano lunghe citazioni di
testimonianze di armeni scampati e ricostruzioni puntuali dei
nostri autori. E’ un libro di storia, ma non freddo o
distaccato, (anche perché gli autori da anni hanno maturato una
vera passione per la causa armena) che si sofferma anche a
descrivere i particolari drammatici della vita dei 4058 esuli
armeni, di cui più di un terzo bambini, come avviene al tempo
dello sbarco a Porto Said, dove gli esuli vissero per quattro
anni, loro montanari, abituati a boschi e giardini, tenuti per
quattro anni nelle tende sulla sabbia (pp.30-31). Ma pagine
drammatiche sono anche quelle relative al ritorno di molti di loro
in Cilicia e nella regione del Mussa Dagh. Qui gli esuli
trovarono, qualche anno dopo: “non la patria: quella viveva nei
loro ricordi. Ma villaggi vuoti, spopolati. Campi incolti. Coperti
di ortiche e sterpaglie gli alberi. Distrutte e disabitate le
case” (p.109).
Così
come sono tristi le vicende legate allo sgombero dei villaggi del
Mussa Dagh, nel luglio del 1939, dopo l’annessione del
sangiaccato alla Turchia. Scrive un armeno, Madourian:
“Emigrazione… una Parola!”Un terribile atto, le cui
conseguenze quotidiane nella vita di qualsiasi persona non erano
mai state così pesanti come per questa gente”. Ma – come
scrivono gli autori – il Calvario di questa gente non era ancora
finito. Prima di trovare una definitiva sistemazione in Libano,
nella valle della Bekaa, gli armeni sono costretti a fermarsi
sulla costa siriana a Basit. Quaranta giorni in una “inospitale
spianata di costa che ospita molti dolorosi ricordi” (p.127). La
scelta del governo francese, in fine, cadde su un luogo allora
poco conosciuto (ma forse anche oggi ai non armeni) Anjar, nella
valle della Bekaa, dove gli esuli trovarono una spianata vasta e
nuda alle pendici dell’Antilibano. E’ qui che gli armeni si
stabilirono definitivamente, dopo avere inutilmente sperato di
tornare sulla loro amata montagna.
“Questo
è il nostro orgoglio: in sessanta anni questo villaggio è
cambiato, da un deserto a un giardino” – così dice un giovane
armeno di Anjar agli autori in visita al villaggio per completare
la loro ricerca alla base di questo libro. Questa frase nella sua
verità ci apre a una riflessione sul Libano. E’ su questo Paese
(insieme alla Siria), infatti, che si sono concentrate molte
speranze dei cristiani mediorientali, specie a partire dal periodo
dei “mandati”. Vi erano arrivati emigrati armeni, caldei,
assiri, curdi e più tardi palestinesi. Il Libano è additato come
modello di convivenza cristiano musulmana, quasi unico e vero
erede dell’impero ottomano nel suo aspetto multireligioso e
multietnico. Ma nel 1975 questa coabitazione entra in crisi e il
Libano si rivela il Paese più fragile del Medio Oriente, con una
lunga guerra civile. Qui abbiamo varia saggistica italiana, di cui
segnalo solo il piccolo ma splendido libro di Antonio Ferrari, Sami.
Una storia libanese, (Ed. Liberal 2001). Del resto
recentemente una certa letteratura italiana ricostruisce il clima
della crisi di coabitazione con Miro Silvera, Il prigioniero di
Aleppo, e Flavia Amabile e
Marco Tosatti con I baroni di Aleppo, (Roma 1998).
Il
libro Mussa Dagh. Gli eroi traditi, non è il primo sulla
vicenda dei profughi armeni. Si pensi ad esempio a quello curato
da Alice Tachdjian, Pietre sul cuore, tratto dal diario di
Varvar una bambina armena scampata al genocidio che con grandi
difficoltà trova una suo posto, insieme a migliaia di altri
scampati in Francia.
Tuttavia
la vicenda del Mussa Dagh ci porta inevitabilmente a soffermarci
su quello che è stato definito non soltanto un tragico episodio
di pulizia etnica, al pari di altri già registrati negli anni
precedenti al tramonto dell’impero ottomano: fu il primo
sterminio di massa del XX secolo e, nonostante le differenze
storiche e geografiche, un “modello” per le più moderne
pulizie etniche avvenute recentemente nei Balcani o altrove. Gli
autori hanno avuto la gentilezza di citare il mio Finestra sul
massacro, che comincia proprio con la famosa domanda di Hitler:
“Chi parla ancora, oggi, del massacro degli armeni?”. Con
questa celebre espressione Hitler si preparava, nell’agosto del
1939, ad invadere la Polonia usando ogni brutalità possibile. Non
a caso: i dirigenti nazisti e lo stesso Hitler consideravano la
“soluzione armena” come un importante precedente per tanti
motivi, ma soprattutto per la relativa facilità con cui venne
attuata, la sostanziale impunità ottenuta dai suoi responsabili e
la generale dimenticanza di quell’avvenimento negli anni
successivi.
Quella
tragedia, che si consumò tra il 1915 e il 1916 in Anatolia, fu il
primo massacro di massa del XX secolo. In pochi anni in quel vasto
territorio scomparve più di un milione di persone, in gran parte
armeni ma anche cristiani di altre confessioni, e il quadro
politico, sociale e religioso venne completamente stravolto. Dopo
quei tragici avvenimenti avvenne infatti la definitiva separazione
di popoli, religioni e tradizioni che, fino a quella data, avevano
convissuto per secoli nel vasto impero ottomano. Questa realtà,
all’inizio del Novecento, presentava ancora un quadro
interessante di convivenza multireligiosa, sconosciuta a tanti
Paesi europei e in alcuni combattuta in nome del nazionalismo.
Tutto cambiò con l’avvento dei “Giovani-Turchi” che,
volendo costruire un nuovo Stato-nazione etnicamente omogeneo,
iniziarono a guardare con sospetto tutte le comunità non
musulmane, minoritarie nell’impero ma presenti da secoli in
quell’area geografica.
Ed
in effetti uno dei grandi
problemi dei mondi religiosi mediterranei è proprio la
coabitazione. Nel XX secolo si sviluppano due percorsi
apparentemente contraddittori, ma profondamente legati l’uno
all’altro: la fine della coabitazione islamocristiana, o
arabo-ebraica, in quasi tutti i paesi del Sud Mediterraneo e
d’altra parte nuove forme di coabitazione in Europa attraverso
il fenomeno migratorio. La storia del Novecento realizza il
divorzio tra popolazioni di culture e religioni diverse che
avevano coabitato per secoli con la fine degli imperi, ottomano,
austro-ungarico e zarista, proprio all’inizio del secolo. Nei
paesi che appartenevano all’impero ottomano, è innanzi tutto il
nazionalismo che mette in crisi la coabitazione tra gente di
religione diversa, perché la religione diviene un elemento di
identificazione dell’identità nazionale.
Coabitazione
e nazione divengono, nel Mediterraneo del Novecento, termini non
più complementari, come ha ben scritto Andrea Riccardi. Questo
storico, da una decina di anni, ha animato a una serie di studi
sul Mediterraneo nel Novecento in cui ha messo a fuoco il tema
della coabitazione e del rapporto tra religioni come centrale per
comprendere tante dinamiche mediterranee. Da un convegno
internazionale di studi, tenutosi a Napoli nel 1991, che ha avuto
come seguito il volume Il Mediterraneo nel Novecento. Religioni
e Stati, edito nel 1994, ci si è mossi in un filone di nuove
ricerche sulla coabitazione.
Riccardi ha poi pubblicato, nel 1997, sulla crisi della
convivenza nel Mediterraneo, sulla questione armena, sulla
liberazione di Gerusalemme nel 1917, il volume, Mediterraneo.
Cristianesimo e islam tra coabitazione e conflitto (Ed.
Guerini e associati).
Il libro di Amabile e Tosatti ha comunque il merito di tenere viva
quella che è stata definita nel Novecento “la questione
armena”. Gli storici si sono trovati in questo secolo alle prese
con la “questione armena” sviluppando un dibattito ampio e
ricco di documentazione, ma accompagnato anche da una buona dose
di polemiche e di distinguo. Si trattò comunque di un evento
“spartiacque”. Basta ricordare che all’inizio dei massacri
gli Alleati, in una dichiarazione congiunta, usarono per la prima
volta nella storia il termine “crimine contro l’umanità”.
La bibliografia a questo proposito, soprattutto da parte armena,
è sconfinata. Ad essa si affianca quella francese, sovietica,
anglosassone, che è molto vasta. Il romanzo di Franz Werfel ha
reso popolare la drammatica epopea armena negli anni tra le due
guerre.
Indubbiamente
il fervore nato attorno alla vicenda ha fatto emergere dagli
archivi una preziosa documentazione sui massacri. Oltre alle fonti
“alleate” anche quelle tedesche (la Germania combatteva con
l’Impero ottomano) hanno confermato l’ampiezza dello
sterminio: il pastore evangelico Johannes Lepsius, che conosceva
bene il mondo ottomano e aveva assistito da vicino a quegli
avvenimenti, pubblica nel 1919 documenti diplomatici tedeschi che
scagionano in parte la Germania dalle sue complicità, ma che
rivelano l’esistenza di massacri di cristiani in Anatolia. Ai
documenti raccolti da Lepsius vanno aggiunti, da parte tedesca,
quelli del soldato tedesco Armin Wegner che con le sue fotografie
e la sua testimonianza denuncia le uccisioni degli armeni e le
loro sofferenze lungo la strada del deserto siriano. Si tratta di
una testimonianza decisiva perché arriva da un uomo che lavorava
al fianco dei turchi.
Più
ristretta, ma agguerrita, la storiografia turca nega l’esistenza
di un genocidio e lo inserisce nel quadro normale delle traversie
di tutte le popolazioni anatoliche durante la prima guerra
mondiale. L’opinione turca, nonostante qualche ammissione anche
ufficiale, è sempre stata molto guardinga di fronte a quello che
la storiografia armena, occidentale e sovietica considera, pur con
sfumature diverse, un “genocidio”. Anche sulle statistiche dei
massacri la querelle è
forte. Lo mette in evidenza, tra gli altri, Yves Ternon notando
che la polemica “ruota intorno a due elementi: il numero
iniziale degli armeni che vivevano nell’Impero ottomano -
2.100.000 secondo il patriarcato, 1.290.000 secondo il censimento
ottomano -; la cifra delle vittime: 1.500.000 nella versione
armena; da 200.000 a 800.000 secondo le versioni turche. Poiché
la riduzione del numero iniziale degli armeni - continua Ternon -
aumenta la percentuale delle vittime, il governo turco riconosce
che in realtà un terzo, se non addirittura più della metà degli
armeni sono scomparsi”.
Tuttavia
i documenti ormai hanno messo in rilievo come non si tratti
soltanto di uno sterminio di armeni. Il popolo armeno è coinvolto
in primo piano nella persecuzione, negli spostamenti forzosi,
nella deportazione e nelle uccisioni, ma la tragedia tocca infatti
tutte le comunità cristiane dell’Impero, talvolta in maniera
sostanziosa. Indubbiamente sono gli armeni sono le vittime
principali del massacro: il timore dei turchi è indirizzato verso
di loro e contro eventuali tentativi di creazione di uno Stato
armeno. Tuttavia, per compiere un’azione di quel tipo, non
poteva bastare l’apparato di cui il governo “giovane-turco”
disponeva: occorreva
mobilitare le masse, più disposte a muoversi su una serie di
motivazioni “religiose”, islamiche o anticristiane, che lungo
il filo del nazionalismo turco.
Gli
armeni, hanno tenuto viva la memoria della strage a differenza
delle altre comunità colpite. Tra le poche voci che all’epoca
si levarono per denunciare la loro tragedia in Anatolia ci fu
quella di Benedetto XV che intervenne presso il sultano ottomano
perché fermasse i massacri. “Questo gesto - ha scritto Andrea
Riccardi - rappresenta un avviso al governo turco, che la Chiesa
cattolica e l’opinione pubblica sono decise a non lasciare gli
armeni soli”. Il passo di Benedetto XV fu deciso e mostrò,
nonostante la delicatezza della questione, una ferma volontà del
Papa di far sentire la sua voce su questa vicenda che lo aveva
“inorridito”.
Si
trattò di una preziosa presa di coscienza di ciò che era
avvenuto in Turchia. Qui –in fasi e modi che non si ha il tempo
di ricordare- si procede all’eliminazione progressiva della
presenza cristiana che in Anatolia, ancora agli inizi del
Novecento, raccoglieva fra il 30 ed il 40% della popolazione. Quel
che manda definitivamente in frantumi la coabitazione
ottomana è appunto la strage degli armeni
Devo
notare, in conclusione, che negli ultimi anni in Italia gli studi
sulla questione armena si sono recentemente affermati anche grazie
alle Edizioni Guerini che pubblicano una collana dal titolo
“Carte armene”, e Storia e cultura degli armeni. Io stesso ho
ricostruito in un recente volume, Una finestra sul massacro.
Documenti inediti sulle stragi degli armeni (1915-1916), la
vicenda concreta di una pagina del genocidio, in cui si vede come
la lotta nazionale agli armeni divenga progressivamente il jihad
contro i cristiani (siriaci, caldei, armeno-cattolici, estranei a
qualunque nazionalismo). Nel 1999, inoltre, sono usciti i primi
volumi a cura della Commissione per la pubblicazione dei documenti
italiani sull’Armenia (presieduta da Marta Petricioli),
conservati presso l’Archivio storico diplomatico del Ministero
degli Esteri. L’opera intende coprire il periodo compreso tra il
1878 e il 1923 e si presenta come un contributo molto
importante sulla questione armena. Non posso non ricordare il
grande romanzo di Antonia Arslan, La masseria delle allodole,
che ha avuto il merito oltre a scrivere uno stupendo libro da un
punto di vista letterario, di far conoscere al grande pubblico un
aspetto del genocidio armeno.
La
questione armena, quindi resta un paradigma fondamentale per
capire tante vicende del XX secolo: dalla fine della coabitazione,
alla deriva dei nazionalismi, al terribile sviluppo dei genocidi.
Per questo dobbiamo essere e grati a Flavia Amabile e Marco
Tosatti, che una volta di più, hanno attratto l’attenzione del
pubblico su questa dolorosa vicenda che non abbiamo il diritto di
dimenticare.
Marco
Impagliazzo, 6 maggio 2005
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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