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“Alla
pena il perdono, allo strumento di morte la libertà di vita”.
E’ una citazione dal noto “Libro di lamentazione” del poeta
armeno del X-XI secolo Gregorio di Narek. Un poeta-sacerdote che
diventa Santo ed un poema che viene usato come rimedio per le
malattie. Il “Narek” infatti, come viene chiamato popolarmente
il libro, veniva messo dagli armeni sotto il cuscino del malato
per una pronta guarigione – un’abitudine che esiste anche
oggi.
Abbiamo
scelto le parole del poeta come epigrafe perché ci sembravano
adatte per quest’incontro, il cui scopo non è tanto glorificare
l’Armenia per un atto assai naturale per un paese che si
considera europeo, quanto sensibilizzare i paesi, che ancora non
hanno compiuto quest’atto.
Nessuno
può negare il ruolo dell’Italia e in particolare
dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” nella lunga e
difficile lotta contro la pena capitale e sono contento che
l’adesione dell’Armenia sia avvenuta durante la presidenza
europea dell’Italia.
Vorrei
esporvi brevemente il percorso della Repubblica d’Armenia verso
l’abolizione della pena capitale.
La
situazione prima dell’abolizione era la seguente: la
costituzione della Repubblica d’Armenia del 1995 manteneva la
pena di morte, anche se c’erano già i presupposti per
l’abolizione. L’articolo 17 della Costituzione diceva: “Tutti
hanno diritto alla vita. La pena di morte, fino alla sua completa
abolizione come strumento eccezionale di punizione, può essere
erogata per legge solo per i delitti gravi”. C’erano 31
reati per i quali era prevista la pena di morte. La pena capitale
non veniva applicata né alle donne né ai bambini. Vorrei
sottolineare anche che l’Armenia rispettava la moratoria dal
1991.
Al
momento della sua adesione al Consiglio d’Europa il 25 gennaio
del 2001 l’Armenia firma la Convenzione europea sui diritti
umani con tutti i protocolli aggiuntivi. La Convezione verrà
ratificata poi dall’Assemblea Nazionale il 20 marzo del 2002 con
tutti i protocolli aggiuntivi, escluso il Sesto.
Il
18 aprile del 2003 il Parlamento armeno approva un nuovo codice
penale che sopprime la pena capitale. Ma allo stesso tempo è
approvato un ulteriore emendamento che precisa l’ancora
possibile applicabilità della condanna a morte per tre reati
gravi, quali il terrorismo, l’omicidio aggravato e gli atti di
violenza sui minori.
Infine,
il 9 Settembre del 2003 l’Assemblea Nazionale armena ratifica il
Sesto protocollo della Convenzione europea sui diritti umani che
elimina la pena capitale, limitandola solo ad atti commessi in
tempo di guerra o nell’imminenza di una guerra. La decisione è
presa con voto quasi unanime: 92 contro uno. L’Assemblea
Nazionale è composta da 131 deputati. Alla votazione non ha
partecipato l’opposizione. Inoltre, ancor prima, il Presidente
della Repubblica con un decreto speciale ha commutato tutte le
sentenze capitali già esistenti con l’ergastolo.
Raggiungere
questo obiettivo non è stato facile, considerando che
l’opinione pubblica in Armenia era condizionata dall’evento
del 27 ottobre 1999, quando un gruppo di uomini armati fece
irruzione nella sede del parlamento, uccidendo il primo ministro,
il presidente dell’Assemblea e altri sei deputati.
L’abolizione
della pena capitale, come ha dichiarato l’Unione Europea, non
solo cancella de jure la pena di morte dal sistema giuridico
armeno, ma permette altresì al paese di onorare uno degli impegni
principali assunti diventando membro del Consiglio d’Europa.
Questo atto rappresenta un passo significativo
dell’impegno dell’Armenia per quanto riguarda i valori e i
principi fondamentali della futura Europa. Auspico che anche i
paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale seguano
l’esempio dell’Armenia, compiendo questo passo importante
verso un mondo più umano.
Sono
certo che l’Armenia sosterrà con vigore, nel corso della
prossima Assemblea Generale dell’ONU, la risoluzione per
l’istituzione di una moratoria universale sulle esecuzioni
capitali.
Colgo
l’occasione per sottoporvi un altro problema grave che richiede
la stessa attenzione e gli stessi sforzi della lotta contro la
pena di morte. Parlo sempre di pena capitale, non per gli uomini
ma per i monumenti architettonici che vengono decapitati
spietatamente nel mondo. Basta ricordare soltanto la recente
distruzione delle statue buddiste in Afganistan, i bombardamenti
massicci del territorio iracheno e molti altri. Se la pena di
morte è un caso di violazione dei diritti dell’uomo, la
distruzione dei monumenti lo è dei diritti dell’umanità
intera.
In
questo senso è veramente tragica la situazione dei monumenti
armeni in Turchia e in Azerbaijan.
Come
risulta da un elenco pubblicato a Costantinopoli nel 1904,
nell’Impero Ottomano, cioè nel territorio dell’odierna
Turchia, c’erano 1.958 chiese
e 228 monasteri armeni. Dalle ricerche dell’ UNESCO svolte nel
1974 su 913 costruzioni di ben 464 si sono perse le tracce, di
altre 252 rimangono soltanto le rovine e 197 sono semidistrutte.
Completamente distrutta è stata anche la tomba di San Gregorio di
Narek, un santuario che per molti secoli è stato meta di
pellegrinaggio. Soltanto
negli anni del genocidio sono stati distrutti più di 20 mila
manoscritti e libri antichissimi, tra cui il manoscritto originale
di “Narek”, scritto direttamente dall’autore.
La
distruzione sistematica dei monumenti armeni continua fino ai
nostri giorni.
L’ultima
testimonianza delle barbarie di questo genere è la distruzione di
circa 4 mila khachkar nel cimitero armeno di Julfa, al confine tra
il Nakhichevan e l’Iran. I khachkar, o croci di pietra,
rappresentano una delle manifestazioni più originali della
cultura armena. Sono monumenti monolitici innalzati in segno
d’onore e di adorazione e si trovano in tutto il territorio
dell’Armenia odierna e di quella storica. Il maggior
concentramento dei khachkar era al Cimitero di Julfa, antico di
1500 anni. All’inizio del XVII secolo qui c’erano circa 10
mila khachkar, nel 1903-1904 ne rimanevano ancora 5 mila, nel
1971-1973 solo 4 mila, nel gennaio del 1998 l’antico cimitero è
stato completamente raso al suolo. Una parte dei khachkar è stata
distrutta, l’altra portata via ed usata come materiale di
costruzione. Se l’esecuzione capitale è un assassinio, il
vandalismo avvenuto a Julfa si può paragonare ad un massacro, ma
quello che è avvenuto nel tempo e continua ad avvenire con i
monumenti architettonici armeni in Turchia ed Azerbaijan, non è
nient’altro che un genocidio culturale.
Spero
tanto che la tutela dei monumenti trovi il suo “Nessuno tocchi
Caino”, un’organizzazione che con simile fermezza e coerenza
combatta per una moratoria universale per i monumenti.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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