Intervento dell'Ambasciatore Armeno Dr. Gaghik Baghdassarian al convegno "L'Armenia abolisce la pena di morte"  Roma, 17.11.2003 (Akhtamar  On-line)

“Alla pena il perdono, allo strumento di morte la libertà di vita”. E’ una citazione dal noto “Libro di lamentazione” del poeta armeno del X-XI secolo Gregorio di Narek. Un poeta-sacerdote che diventa Santo ed un poema che viene usato come rimedio per le malattie. Il “Narek” infatti, come viene chiamato popolarmente il libro, veniva messo dagli armeni sotto il cuscino del malato per una pronta guarigione – un’abitudine che esiste anche oggi.

Abbiamo scelto le parole del poeta come epigrafe perché ci sembravano adatte per quest’incontro, il cui scopo non è tanto glorificare l’Armenia per un atto assai naturale per un paese che si considera europeo, quanto sensibilizzare i paesi, che ancora non hanno compiuto quest’atto. 

Nessuno può negare il ruolo dell’Italia e in particolare dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” nella lunga e difficile lotta contro la pena capitale e sono contento che l’adesione dell’Armenia sia avvenuta durante la presidenza europea dell’Italia.

Vorrei esporvi brevemente il percorso della Repubblica d’Armenia verso l’abolizione della pena capitale. 

La situazione prima dell’abolizione era la seguente: la costituzione della Repubblica d’Armenia del 1995 manteneva la pena di morte, anche se c’erano già i presupposti per l’abolizione. L’articolo 17 della Costituzione diceva: “Tutti hanno diritto alla vita. La pena di morte, fino alla sua completa abolizione come strumento eccezionale di punizione, può essere erogata per legge solo per i delitti gravi”. C’erano 31 reati per i quali era prevista la pena di morte. La pena capitale non veniva applicata né alle donne né ai bambini. Vorrei sottolineare anche che l’Armenia rispettava la moratoria dal 1991.

Al momento della sua adesione al Consiglio d’Europa il 25 gennaio del 2001 l’Armenia firma la Convenzione europea sui diritti umani con tutti i protocolli aggiuntivi. La Convezione verrà ratificata poi dall’Assemblea Nazionale il 20 marzo del 2002 con tutti i protocolli aggiuntivi, escluso il Sesto.

Il 18 aprile del 2003 il Parlamento armeno approva un nuovo codice penale che sopprime la pena capitale. Ma allo stesso tempo è approvato un ulteriore emendamento che precisa l’ancora possibile applicabilità della condanna a morte per tre reati gravi, quali il terrorismo, l’omicidio aggravato e gli atti di violenza sui minori.

Infine, il 9 Settembre del 2003 l’Assemblea Nazionale armena ratifica il Sesto protocollo della Convenzione europea sui diritti umani che elimina la pena capitale, limitandola solo ad atti commessi in tempo di guerra o nell’imminenza di una guerra. La decisione è presa con voto quasi unanime: 92 contro uno. L’Assemblea Nazionale è composta da 131 deputati. Alla votazione non ha partecipato l’opposizione. Inoltre, ancor prima, il Presidente della Repubblica con un decreto speciale ha commutato tutte le sentenze capitali già esistenti con l’ergastolo.

Raggiungere questo obiettivo non è stato facile, considerando che l’opinione pubblica in Armenia era condizionata dall’evento del 27 ottobre 1999, quando un gruppo di uomini armati fece irruzione nella sede del parlamento, uccidendo il primo ministro, il presidente dell’Assemblea e altri sei deputati. 

L’abolizione della pena capitale, come ha dichiarato l’Unione Europea, non solo cancella de jure la pena di morte dal sistema giuridico armeno, ma permette altresì al paese di onorare uno degli impegni principali assunti diventando membro del Consiglio d’Europa.  Questo atto rappresenta un passo significativo dell’impegno dell’Armenia per quanto riguarda i valori e i principi fondamentali della futura Europa. Auspico che anche i paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale seguano l’esempio dell’Armenia, compiendo questo passo importante verso un mondo più umano.

Sono certo che l’Armenia sosterrà con vigore, nel corso della prossima Assemblea Generale dell’ONU, la risoluzione per l’istituzione di una moratoria universale sulle esecuzioni capitali.

Colgo l’occasione per sottoporvi un altro problema grave che richiede la stessa attenzione e gli stessi sforzi della lotta contro la pena di morte. Parlo sempre di pena capitale, non per gli uomini ma per i monumenti architettonici che vengono decapitati spietatamente nel mondo. Basta ricordare soltanto la recente distruzione delle statue buddiste in Afganistan, i bombardamenti massicci del territorio iracheno e molti altri. Se la pena di morte è un caso di violazione dei diritti dell’uomo, la distruzione dei monumenti lo è dei diritti dell’umanità intera.

In questo senso è veramente tragica la situazione dei monumenti armeni in Turchia e in Azerbaijan.

Come risulta da un elenco pubblicato a Costantinopoli nel 1904, nell’Impero Ottomano, cioè nel territorio dell’odierna Turchia, c’erano 1.958  chiese e 228 monasteri armeni. Dalle ricerche dell’ UNESCO svolte nel 1974 su 913 costruzioni di ben 464 si sono perse le tracce, di altre 252 rimangono soltanto le rovine e 197 sono semidistrutte. Completamente distrutta è stata anche la tomba di San Gregorio di Narek, un santuario che per molti secoli è stato meta di pellegrinaggio.  Soltanto negli anni del genocidio sono stati distrutti più di 20 mila manoscritti e libri antichissimi, tra cui il manoscritto originale di “Narek”, scritto direttamente dall’autore.

La distruzione sistematica dei monumenti armeni continua fino ai nostri giorni.

L’ultima testimonianza delle barbarie di questo genere è la distruzione di circa 4 mila khachkar nel cimitero armeno di Julfa, al confine tra il Nakhichevan e l’Iran. I khachkar, o croci di pietra, rappresentano una delle manifestazioni più originali della cultura armena. Sono monumenti monolitici innalzati in segno d’onore e di adorazione e si trovano in tutto il territorio dell’Armenia odierna e di quella storica. Il maggior concentramento dei khachkar era al Cimitero di Julfa, antico di 1500 anni. All’inizio del XVII secolo qui c’erano circa 10 mila khachkar, nel 1903-1904 ne rimanevano ancora 5 mila, nel 1971-1973 solo 4 mila, nel gennaio del 1998 l’antico cimitero è stato completamente raso al suolo. Una parte dei khachkar è stata distrutta, l’altra portata via ed usata come materiale di costruzione. Se l’esecuzione capitale è un assassinio, il vandalismo avvenuto a Julfa si può paragonare ad un massacro, ma quello che è avvenuto nel tempo e continua ad avvenire con i monumenti architettonici armeni in Turchia ed Azerbaijan, non è nient’altro che un genocidio culturale.

Spero tanto che la tutela dei monumenti trovi il suo “Nessuno tocchi Caino”, un’organizzazione che con simile fermezza e coerenza combatta per una moratoria universale per i monumenti.

 

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