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Il
genocidio degli armeni nel 1915 è stato il primo genocidio del
secolo scorso; e come ha dimostrato molto bene, in Italia, lo
storico Marco Impagliazzo, la sostanziale impunità da cui è
stato seguito ha fatto sì che Hitler potesse pianificare
trent'anni più tardi, lo sterminio degli ebrei. E' storia, non
confutabile, la frase pronunciata dal dittatore, a chi gli
sollevava obiezioni sul suo folle progetto: <chi si ricorda
oggi del massacro degli armeni>?
Nel
1915 il Governo turco di allora - un triumvirato che governava in
nome del Sultano, ridotto a poco più che una funzione di pura
rappresentanza - diede il via a una pulizia etnica perfettamente
riuscita: una popolazione cristiana che abitava da millenni
un'ampia zona, che si stendeva da Nord a Sud dal Mar Nero alla
Cilicia, sulla costa del Mediterraneo, e da Ovest a Est da Cesarea
fino al monte Ararat è scomparsa, nel giro di pochissimo tempo.
Come sempre accade in questi casi, è polemica sul numero delle
vittime: ottocentomila, un milione e mezzo, due milioni. E' un
sport abbastanza disgustoso, quello di discutere sul numero dei
morti. E in questo caso ci sembra totalmente privo di senso. La
realtà, evidente a chiunque non sia prevenuto, è che un popolo
che prima c'era, ora non c'è più. Una nazione è' scomparsa,
lasciando però tracce - chiese, monasteri, monumenti - molti dei
quali sono stati distrutti, proprio per far scomparire i segni
fisici di questa presenza, e altri sono abbandonati al degrado.
Quando questo è accaduto, durante la guerra del 1915-1918, in cui
la Turchia decise di schierarsi al fianco della Germania e
dell'Austria, il termine <genocidio> non esisteva ancora; fu
inventato nel secondo dopoguerra. Ma la sostanza, se non il nome
di ciò che stava accadendo fu compreso immediatamente dagli
osservatori stranieri; ambasciatori di potenze allora neutrali,
come gli Stati Uniti, e da parte degli stessi alleati del <Triumvirato>.
Alcuni dei più duri, inequivocabili e spietati atti di accusa nei
confronti della politica di sterminio perpetrata dal governo turco
dell'epoca vengono proprio da loro, e sono per questo
difficilmente contestatibili.
Premesse
storiche
Ci
troviamo, temporalmente, nella fase finale dell'Impero Ottomano.
Nel 1821 la dichiarazione di indipendenza della Grecia segnò
l'avvio di un processo inarrestabile. Gli armeni all'interno
dell'Impero costituivano una minoranza molto rilevante da un punto
di vista numerico, culturale ed economico. Con l'ascesa al trono
di Abdul Hamid, nel 1876, si intensificarono le richieste di
maggiore eguaglianza, ma all'interno dell'Impero Ottomano, non
sotto forma di indipendenza, che avevano le minoranze come
protagoniste. Per il loro numero, importanza e collocazione
geografica gli armeni erano, agli occhi di Abdul hamid, i più
pericolosi. Nel 1894-1896 abbiamo l'inizio del processo di
sterminio, compiuto nell'indifferenza delle varie potenze europee.
Le vittime dei massacri raggiunsero una cifra che varia dalle
duecentomila alle trecentomila persone, a cui bisogna aggiungere
le conversioni forzate all'Islam, e gli esuli.
La
crisi dell'Impero portò a gravi rivolgimenti politici interni, e
alla costituzione di un organismo, l'Ittihad, Il Comitato Unità e
Progresso, che aveva come obiettivo la modernizzazione del paese,
la
sua laicizzazione, e l'eguaglianza fra le varie etnie e religioni.
Ma in realtà gli obiettivi erano diversi; già si stava
sviluppando la teoria del <panturchismo>, il ritorno al
legame storico fra i turchi che nell'XI secolo proveniendo dalle
steppe dell'Asia centrale avevano invaso l'Anatolia, e le
popolazioni che ancora abitavano le zone di origine: azeri, tatari,
kazachi, uzbechi. Appare evidente che una grande minoranza
cristiana dal centro dell'Anatolia al Mar Caspio costituiva (e lo
fa ancora adesso, così come è tutt'altro che morto l'ideale
panturco) una barriera alla realizzazione di questo progetto.
Il
genocidio cominciò il 24 aprile del 1915, quando a Costantinopoli
centinaia di leader intellettuali e politici della minoranza
armena furono rastrellati e soppressi. La comunità armena di
Costantinopoli sarà però quella che probabilmente soffrirà di
meno: la presenza di amabasciate e osservatori stranieri servirà
almeno parzialmente da ombrello. Altrove, l'efficienza della
burocrazia si sposa a crudeltà semi-barbarica. Vi invito a
leggere le descrizioni di ciò che accadeva nella letteratura
disponibile, e in particolare nelle testimonianze - imparziali -
come quella dell'ambasciatore statunitense Morghentau. Il
meccanismo dello sterminio era sempre lo stesso: prima gli uomini
venivano raggruppati, portati lontano e uccisi. Poi donne vecchi e
bambini venivano avviati - a piedi - verso i deserti dell'est
della Siria. Durante il viaggio chi non moriva di stenti, veniva
torturato, stuprato o ammazzato raggiungeva dei campi di
concentramento dove si concludeva la <soluzione finale>;
molto più efficace di quella tedesca, perchè il deserto
inghiottiva i loro corpi. Vogliamo citare, di passaggio, il fatto
che c'è qualcuno, a Milano, che ha compiuto il gesto pietoso di
raccogliere negli anni passati quantità notevoli di questi miseri
resti sepolti nelle sabbie siriane, per dare loro sepoltura.
Non
si può poi tacere del ruolo della religione, in questo sterminio,
come forse per troppo tempo è stato fatto, in nome di un irenismo
che finisce non solo per trasformarsi in un ulteriore ingiustizia
verso le vittime, ma non
aiuta a capire e a preparare il futuro. Una nuova percezione, meno
romantica e più realista si sta facendo strada in Occidente
riguardo l'Islam, una percezione nata negli ultimi anni, grazie
anche a una presenza crescente dei seguaci del Profeta in Europa.
Nelle nostre culture la <laicizzazione>, accompagnata spesso
da un clima culturale nettamente anticristiano, hanno fatto
passare in secondo piano un fenomeno importante maturato in
quell'oriente che ci è più vicino. L'assedio, e la progressiva
erosione del cristianesimo a est di Atene. E' un'onda lunga,
iniziata molto tempo fa e che ha assunto un ritmo precipitoso a
partire dalla seconda metà del secolo XIX. Il genocidio armeno
del 1915 ha impresso all'erosione un'accelerazione determinante,
con un effetto <domino> che non è ancora terminato. Da
ricordare, fra l'altro, che l'eliminazione non ha riguardato solo
gli armeni, ma anche le altre minoranze cristiane; e che da questo
punto di vista il processo è tutt'altro che terminato, in
Turchia.
Il lungo e colpevole
silenzio che per decenni ha avvolto il genocidio del 1915 ha
evitato anche che si desse attenzione al meccanismo che ha segnato
la vita dei cristiani del Vicino Oriente, e che si riproduce anche
adesso in quella zona geografica. Un'alternanza di periodi di
crisi e di momenti di tranquillità apparente, seguiti da un
<picco> drammatico: l'esodo, magari un tentativo di ritorno
fino all'esilio definitivo, ed ecco che un altro tassello del
mosaico culturale, multietnico e multireligioso di quelle terre -
un tassello cristiano - scompare, aprendo la strada ad altre
cadute. Lo vediamo in questi giorni, nell'esodo dei cristiani,
arabi questa volta, dalla Terrasanta, dove il fondamentalismo
islamico si allea all'ostilità di molti, in Israele, e a una
politica di ebraizzazione decisa di Gerusalemme e dintorni.
Sono
considerazioni che a nostro parere gettano una luce diversa anche
sul genocidio del 1915. Frutto, certamente, di una decisione
politica aberrante, ma non privo, anche di una motivazione e di un
substrato profondamente religioso. Un aspetto questo che i due
eccellenti articoli apparsi su <La Civiltà Cattolica> (15-12-
2001, 19 -01- 2002), meritori perchè infrangono un silenzio
vaticano durato troppo a lungo, tendono a sottovalutare. Forse per
non esacerbare i toni di una polemica anti-islamica scottante.
Ma
non si può negare che il primo genocidio del secolo, quello che
avrebbe fornito l'ispirazione, come molto puntualmente ricorda lo
storico Marco Impagliazzo nel suo <Finestra sul massacro>, a
Adolf Hitler per i massacro degli ebrei, abbia connotati
religiosi, e anticristiani; tanto che fino a un certo punto fu
possibile la conversione all'Islam, in cambio della vita. Scrive
monsignor Jean Naslian nelle sue memorie (pag. 453): <è triste
parlare dell'apostasia di alcuni gruppi di armeni sulla proposta
fatta nel 1917 da Jamal Pasha in persona, per sottrarli al
pericolo di massacro, apostasia che il Comitato <Unità e
Progresso> esigeva a ogni costo da ogni persona che volesse
avere la vita salva. All'eccezione tuttavia di quelli rimasti nel
deserto nelle mani dei musulmani, tutti i sopravvissuti tornarono
alla loro fede ancestrale e secondo la testimonianza dei nostri
cattolici l'apostasia fu apparente, perchè tutti si riunivano la
notte per recitare le preghiere in comune e chiedevano, le lacrime
agli occhi, al Buon Dio perdono per questa debolezza, e la grazia
di preservarli da nuove cadute del genere>. La stessa fonte
ricorda (pag. 454) che <il curato attuale, l'abate Pierre
Atamian, ci attesta che gli abitanti del Kessab avrebbero potuto
evitare le deportazioni e le loro tristi conseguenze se avessero
acconsentito a rinunciare alla fede cristiana prima dell'esodo>.
Ma un avallo ufficiale e importantissimo della necessità di una
nuova lettura, anche in chiave religiosa del genocidio ci viene
dalla beatificazione di monsignor Ignace Maloyan, vescovo di
Mardin, compiuta nell'ottobre 2001 da Giovanni Paolo II in San
Pietro. Una beatificazione seguita a un martirio <in odium
fidei>, cioè che aveva come giustificazione la fede cristiana
di Maloyan e di coloro che erano con lui. Leggiamo che il suo
assassino, un certo Mamdouh chiese al vescovo: <non vuoi
proclamarti musulmano>? Al che Maloyan rispose : <è strano
che tu ripeta la domanda. Ti ho risposto più di una volta che io
vivo e che io muoio per la mia religione, che è la vera, e che mi
glorifico nella Croce del mio dolce Salvatore>. La conclusione,
raccontata da un testimone, è prevedibile: <Mamdouh sfoderò
la sua pistola e sparò al martire che spirò dicendo: Mio Dio
abbi pietà di me. Nelle tue mani rimetto il mio spirito>. La
stessa fonte, ricorda che la sua sorte fu condivisa da altri, non
armeni: <all'alba del giovedì, quattrocentodiciassette
prigionieri percorrevano la via principale: erano sacerdoti,
vecchi, giovani, armeni siriani, caldei e protestanti>.
Parlare
del genocidio armeno non è politically correct. Parlare del
genocidio armeno vuol dire irritare i turchi, che da decenni
profondono soldi, energie e uomini in un'opera costante di
negazione. non è escluso che anche oggi, in
quest'aula, ci sia qualcuno che prende nota di tutto quello
che viene detto, su questo tema, per stendere un rapporto e
inviarlo ad Ankara. I giornali che scrivono di genocidio armeno
ricevono lettere di protesta da parte delle ambasciate: i
consiglieri comunali di qualche cittadina - è successo negli anni
scorsi in Italia - che si arrischiano a riconoscere il genocidio
armeno come avvenuto vengono schedati dall'amabasciata; se un
parlamento - quello francese, quello italiano - riconoscono il
genocidio scattano immediatamente da Ankara minacce di ritorsioni
commerciali. Parlare del genocidio significa irritare i <poteri
forti>, a destra come a sinistra, sensibili al miraggio di un
potenziale mercato di decine di milioni di acquirenti. Parlarne
oggi, poi, quando il Parlamento Europeo ha riconosciuto anch'esso
il genocidio armeno, e ha posto come condizione per l'ingresso
della Turchia in Europa il riconoscimento del Genocidio, significa
toccare un tema delicatissimo. La Turchia è uno dei due alleati
<strategici> degli Stati Uniti nel Mediterraneo Orientale
(l'altro è Israele, e questo aggiunge, come si vedrà difficoltà
a un problema già difficile); la lobby armena negli USA, per
quanto molto attiva e di grandissimo rilievo culturale, non è
neanche lontamente paragonabile ad altre lobby etnico-religiose,
che esercitano un'influenza molto più diretta e pesante sulla
politica estera della Casa Bianca, e ne condizionano le scelte in
maniera determinante; quello che resta dell'Armenia storica, cioè
l'attuale Repubblica Armena, con capitale Erevan, ha avuto il
<torto> - tra virgolette -
di essere stata salvata dalla distruzione, nel primo
dopoguerra, dall'avanzata dell'esercito russo, e di avere passato
quasi settant'anni di storia - più o meno dagli anni venti alla
fine degli anni '80 - nell'orbita dell'Unione delle Repubbliche
Socialiste Sovietiche, l'Impero del Male di reaganiana memoria. Di
più: era una delle frontiere dirette fra la zona di influenza
sovietica e quella occidentale, costituita, appunto dalla Turchia.
E' evidente che l'Occidente, specialmente nel Secondo Dopoguerra,
specialemnte durante la Guerra Fredda, non mostrava un desiderio
particolare di irritare profondamente un alleato indispensabile
per soddisfare una richiesta di risarcimento morale avanzata da
una repubblica militante nel campo avverso.
Adesso
la situazione è diversa quanto ad avversari, ma molto simile
quanto a necessità: gli Stati Uniti hanno bisogno della Turchia
per sviluppare la loro politica militare verso il Medio Oriente, e
l'Iraq in particolare. La Turchia è militarmente alleata di
Israele. Così assistiamo al paradosso di un governo <negazionista>,
quello di Ankara, difeso nel suo negazionismo proprio da coloro
che condannano ed esecrano il <negazionismo> o qualunque
cosa che possa assomigliargli anche da lontano, quando riguarda la
Shoah; e anche in Italia, nella recente polemica sul viaggio del
Vicepresidente Fini in Israele, abbiamo sentito il leader di una
importante minoranza etnico-religiosa difendere l'ingresso
nell'Unione Europea proprio di quel governo <negazionista>.
Però è necessario parlarne, proprio per aiutare le forze che in
Turchia combattono per una democrazia reale a liberarsi dal
fardello morale del genocidio armeno, negato ostinatamente dai
governi turchi, nel timore, probabilmente, di dover ammettere
l'esistenza di un'ampia macchia di sangue innocente sul
certificato di nascita della Turchia moderna. Con tutte le
conseguenze del caso; più di immagine e morali, che economiche,
ma egualmente brucianti. Un elemento sufficiente a spiegare molti
silenzi e molti imbarazzi. In un quadro di troppo diffusa omertà
spicca la posizione assunta dal Vaticano, su personale impulso di
Giovanni Paolo II, che per due volte, nel 2000 e nel 2001 ha
citato il termine <genocidio> in documenti ufficiali. Nella
stessa linea si collocano i già citati articoli de <La Civiltà
Cattolica>, il prestigioso quindicinale dei gesuiti le cui
bozze passano al vaglio della Segreteria di Stato vaticana; ed
assumono quindi un notevole valore interpretativo delle posizioni
della Santa Sede.
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