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Espressione
di una scultura rudimentale o opera cesellata come un vero e
proprio capolavoro di oreficeria, il khatchkar è il simbolo per
antonomasia dell’arte armena cristiana.
Nonostante
l’immensa varietà di soluzioni adottate, si può dare una
definizione di khatchkar (letteralmente croce-pietra) come stele o
lastra in pietra di forma generalmente rettangolare (anche se non
mancano esempi di khatchkar di diversa forma , una delle cui facce
rappresenta una o più croci armene; le caratteristiche che
contraddistinguono la croce armena sono i bracci verticali più
lunghi di quelli orizzontali e le otto estremità dei bracci
ornate.
Pur
essendo una delle manifestazioni più originali dell’arte armena
cristiana, il khatchkar si ispira ad antichi modelli di età
pre-cristiana; in particolare, alcuni studiosi sostengono che i
primi khatchkar nacquero nel IV secolo attraverso la
sovrapposizione di croci di pietra sui monoliti urartei, di cui
era ricco il territorio armeno, al fine di consacrare al nuovo
culto le opere pagane esistenti. Ma è solamente a partire del IX
secolo che l’arte del khatchkar spicca il volo; se, infatti, il
periodo della formazione si fa generalmente risalire al IV-VII
secolo, è solo con l’avvento della monarchia bagratide che,
dopo due secoli di relativa stasi dovuti alla dominazione
islamica, si recupera la cultura nazionale e l’arte delle
croci-pietra. In un contesto di recupero dell’identità
nazionale, si cominciano ad erigere khatchkar nelle occasioni più
diverse, quali la celebrazione di una vittoria militare, la
consacrazione di una chiesa, l’erezione di una fontana, di un
ponte o di altre costruzioni; espressione dell’arte e della
religione del popolo armeno, i khatchkar diventano letteralmente
onnipresenti e vengono inseriti nelle mura, nei tamburi e sulle
cupole delle chiese nonché sui versanti dei tetti e sulle
scogliere; molti khatchkar riportano anche iscrizioni che
riferiscono eventi storici, il nome dell’artista che li ha
realizzati, quello del committente, la data ed il motivo dell’installazione.
I
khatchkar del periodo che va dal IX all’XI secolo sono
caratterizzati da un’iniziale semplicità e da una tendenza alla
progressiva acquisizione di ornamenti sempre più complessi e ad
una preoccupazione architettonica che si manifesteranno in tutto
il loro splendore nel periodo detto dell’apogeo dell’arte del
khatchkar, che si fa convenzionalmente iniziare nel XII secolo.
Molti dei motivi decorativi ricorrenti in quest’epoca sono
tratti dal mondo vegetale, spesso si tratta di grappoli d’uva o
foglie di palma che sbocciano dai piedi e dalla cima della croce,
che viene in tal modo assimilata, secondo l’interpretazione più
diffusa, all’albero della vita; non mancano tuttavia elementi
tratti da contesti differenti, quali la stella a otto punte e la
rivisitazione del tema sumero della sirena a due code, che sarà
frequentemente ripreso in epoca successiva, in cui l’asse
verticale della croce prende il posto del corpo della sirena. La
preoccupazione architettonica si manifesta attraverso la
rappresentazione dell’arco che insiste su una o più colonnette,
talora arricchite di capitelli armeni, come cornice al tema
centrale che è sempre costituito dalla croce. Inoltre, spesso la
forma del khatchkar, che di norma è rettangolare, in questo
periodo è curvilinea nel lato superiore.
A
partire dal XII secolo l’arte del khatchkar raggiunge il massimo
della raffinatezza e si sviluppa lungo due filoni, quello
decorativo e quello architettonico.
La
via decorativa fa dell’illustrazione un vero e proprio valore. L’intera
facciata del khatchkar così come, laddove è presente, il
frontone sono interamente scolpiti con motivi floreali e
geometrici combinati in un ritmo incessante; simboli ricorrenti
sono la croce a bracci eguali iscritta in un cerchio, la svastica,
la stella a otto punte, il quadrifoglio, la spirale e molti altri,
uniti da un sottile gioco di spazi pieni e spazi vuoti, di luci e
di ombre in cui si perde lo sguardo che inevitabilmente si
abbandona al lusso di questi intrecci. La maestria degli artisti
armeni raggiunge una raffinatezza tale da rendere la pietra simile
a filigrana. Appartenenti a questo gruppo sono, tra gli altri, i
celeberrimi khatchkar di Gueghart, eseguiti da Timot e Mkhitar,
quello di Gochavank realizzato da Poghos, quello di Noravank ad
opera di Momik.
Lungi
dal disdegnare l’aspetto decorativo, il filone architettonico si
distingue per porre altrettanta cura alla struttura su cui poggia
la stele.
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Si
dà vita ad un vero e proprio edificio la cui base è di norma
costituita da uno stilobate, su cui poggia uno zoccolo su cui,
infine, si erge il corpo, generalmente rettangolare, del khatchkar
con o senza frontone. Sia lo stilobate che il piedistallo
sovrastante sono arricchiti con elementi vari, tra cui arcate,
colonnette, cornici;
lo
stilobate è generalmente costituito da gradini che rappresentano,
secondo alcuni autori, le tappe per accedere alla vita celeste o,
secondo altri, simboleggiano il Golgotha. Esempi di khatchkar che
rientrano in questo gruppo sono quello di Touteordi concepito da
Mkhitar, quello di Vetsik a Tsakadzor, quello di Imirzek,
attribuito a Grigor Khaghbakian.
Alla
luce di queste considerazioni, si può dare una definizione più
precisa del khatchkar come stele di pietra di forma generalmente,
ma non necessariamente, rettangolare che poggia su una base,
quadrata o circolare, ovvero su un edificio costituito da due
livelli, lo stilobate ed il piedistallo, il cui tema principale è
la rappresentazione di una o più croci armene e i cui temi
secondari sono costituiti da disegni floreali e forme geometriche.
Una
variante del khatchkar di tipo classico è quello di tipo
Amenaprkitch (Salvatore), che si caratterizza per la
raffigurazione del Cristo sulla croce e di altri personaggi,
quali, ad esempio, coloro che assistettero alla deposizione o gli
apostoli; non di rado tali raffigurazioni adornano anche lo
zoccolo ed il frontone, quest’ultimo normalmente raffigurante
Cristo trionfante tra gli evangelisti (o simboli che li
sostituiscono) o tra due angeli. Il popolo accordava ai khatchkar
detti Amenaprkitch poteri guaritori e la virtù di fermare
calamità come la carestia e la siccità. Un esempio di khatchkar
di tipo Amenaprkitch del 1279 proveniente dalla regione dell’Ararat
si trova ad Etchmiadzin.
A
partire dal XVI secolo, dopo un’interruzione dovuta alle
invasioni selgiuchide e mongole, l’arte del khatchkar si orienta
verso la realizzazione di pietre tombali: “In questi tempi di
disperazione in cui la Turchia e l’Iran si dividono l’Armenia
– scrive Robert Dézélus – la discrezione ed il fervore dell’arte
funeraria è l’unico modo per conservare una parcella dell’identità
armena. Si rimane fedeli alle tradizioni ma senza mai eguagliare
il livello del XIII-XIV secolo. Si assiste all’abbandono del
virtuosismo del passato, alla semplificazione del disegno”; non
mancano tuttavia eccezioni, soprattutto nella regione di Kamo e di
Giulfa, che si distingue per la sua vitalità e creatività. In
questo periodo i cimiteri diventano vere e proprie distese di
khatchkar; celebri sono i cimiteri di Noradouz, Kamo, Vardenis,
Martouni e Giulfa.
La
storia del khatchkar, con l’alternanza di periodi di estrema
vitalità artistica e periodi di stasi creativa che si è cercato
di evidenziare, dimostra come la storia dell’arte sia
intimamente connessa alle vicende storico-politiche di un popolo;
il khatchkar, sublime espressione dell’incomparabile capacità
degli artisti armeni nel modellare e cesellare la pietra, è una
manifestazione artistica indissolubilmente legata alla cultura ed
alla fede di questo popolo antico. “Il fascino dei khatchkar
discende dalla fiabesca magnificenza dell’universo dei sogni che
emana la pietra metamorfosata, la pietra spiritualizzata; dalla
straordinaria potenza che cela questa visione di purezza, di
ordine, di serenità; dalla forza di seduzione che emana, in
ultima analisi, da questa magica ripetizione da cui sorge un’inesauribile
novità. Magnifici quadri scolpiti, essi trovano posto nella
penombra delle chiese e dei jamatoun, nella luce ardente delle
superfici murarie, nella dolce malinconia dei cimiteri. Si trovano
anche altrove, così emozionanti, con la loro presenza affettuosa,
la loro bellezza generosa, con la loro apparizione su un sentiero
di montagna, (…), nella solitudine dei campi di pietra dell’Aragatz,
nei fantastici paesaggi del Zanguezour (…). Sono su tutte le
strade di quest’Armenia martire e costantemente insultata in cui
si sono esercitate tutte le imprese della bestia umana; sono lì,
come una ragione di sopravvivenza, lungo tutto il calvario armeno”
(R. Dézélus).
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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