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Novant’anni
fa, in questo momento, centinaia di migliaia di persone erano
strappate dalle proprie case, incolonnate e deportate verso i
deserti dell’est della Siria. I più fortunati erano ammazzati
subito; agli altri toccavano torture, stupri, sofferenze
indicibili e tutto quello che la crudeltà umana poteva
escogitare. Parliamo del genocidio degli armeni, il primo
genocidio del secolo XX, compiuto dal governo turco del 1915, un
<triumvirato> - Talaat Pasha, Enver Pasha e Djemal Pasha –
espressione del partito <Ittihad>, <Unità>, che
decise lucidamente lo sterminio della più grande comunità
cristiana del Vicino Oriente. Le cifre di questo olocausto sono
ancora oggetto di discussione, oscillano da ottocentomila a un
milione e mezzo di vittime. Un genocidio documentato da
testimonianze (quelle fotografiche, di Armin Wegner,
sono agghiaccianti) degli alleati dei turchi di allora, i
tedeschi; e di esponenti diplomatici di paesi neutrali, oltre che
di religiosi e viaggiatori europei.
Non
se parla, di questo genocidio, perché il governo di Ankara,
ancora adesso, con alcune importanti complicità, si rifiuta di
ammettere quello che la maggior parte degli storici, alcuni anche
turchi, riconosce senza difficoltà. E cioè che dal 1915 al 1919,
e anche oltre, gli armeni da Costantinopoli fino al Caucaso furono
massacrati seguendo un piano preciso del governo centrale.
Il
governo turco da sempre non solo ha una posizione negazionista, ma
profonde soldi ed energie per difendere una tesi che più passano
gli anni e più diventa insostenibile. Non bastano le pressioni, i
ricatti, le minacce che sono state adoperate in passato e lo sono
ancora verso singoli e governi, parlamenti e giornali, per
cancellare un dato di fatto: e cioè che dalla Cilicia,
dall’Anatolia, zone dove fino a novant’anni fa la presenza
cristiana era altissima – fino al quaranta per cento del totale
– adesso di cristiani non ce n’è più nessuno.
Non
è questo né il luogo né il momento per approfondire questo
tema; ma consigliamo di leggere, per esempio, l’opera di Vahakn
Dadrian, <Storia del genocidio armeno>, un lavoro di grande
rigore e documentazione.
Quello
che intendo fare adesso, accennando al quadro generale del
genocidio è fornire un contesto alla storia del libro che Flavia
ed io abbiamo scritto, <Mussa dagh – Gli eroi traditi>;
spiegare perché e come c’è stato un tradimento, e parlare del
nuovo tradimento che sta avvenendo.
Premetto
un fatto, che può apparire secondario, ma è importantissimo.
Fino alla metà degli anni ’90 sapevamo poco o niente degli
armeni, e ancora meno del genocidio. E come avremmo potuto? Sui
libri di storia italiani – e questo forse dura ancora oggi –
la scomparsa di centinaia di migliaia di cristiani, in maniera
orrenda, semplicemente non esisteva. <La vera storia del Mussa
Dagh> di Franz Werfel, che mi ricordo bambino nella
<Medusa> Mondatori, per decenni non è stata ristampata. Ho
molto chiaro un ricordo recente; e cioè che a metà degli anni
’90, quando abbiamo cominciato a interessarci del problema, - e
ora vi dirò come e perché, - abbiamo fatto una ricerca accurata
su ciò che esisteva di pubblicato in Italia: abbiamo trovato solo
un libricino, <Metz Yeghern>, di Guerini; <Il grande
Male>, così gli armeni chiamano il loro olocausto. La
geopolitica e le vicende storiche hanno fatto sì che la Turchia
fosse dalla parte <giusta> del muro, durante la guerra
fredda. Era il primo bastione orientale contro l’Impero del
Male; era – ed è – il grande alleato strategico degli Stati
Uniti e di Israele nella zona. L’Armenia faceva parte, volente o
nolente, dell’Urss. A chi poteva interessare disseppellire
qualche centinaio di migliaia di morti da decenni e irritare gli
amici di Ankara, che per di più sul tema dimostravano – e
dimostrano – una suscettibilità che sembra eguagliata solo dal
livello di cattiva coscienza?
Quindi,
in Italia di genocidio non se ne parlava. A metà degli anni ’90
Flavia ed io facemmo un viaggio in Siria, e giungemmo ad Aleppo.
Amiamo il Medio Oriente, stavamo studiando arabo, seguivamo le
tracce di Thomas Edward Lawrence, Lawrence d’Arabia, e sapevamo
che in un albergo di Aleppo, il <Baron Hotel>, aveva a lungo
soggiornato, e che lì c’erano degli oggetti che gli erano
appartenuti. L’albergo era molto delabrè, ma affascinante (e lo
è ancora). Una sera, per caso, il padrone di casa,
Armen Mazloumian, ci raccontò la storia della sua famiglie
e dell’albergo. Una storia affascinante. Rientrammo a Roma, e
decidemmo di scrivere un libro (previo un altro soggiorno ad
Aleppo, per raccogliere il materiale). Nacque così <I Baroni
di Aleppo>. E scoprimmo ciò che avevamo ignorato prima: che
cosa erano gli armeni, che cosa era stato il Genocidio del 1915 e
degli anni seguenti, e il fatto che quell’orrore era una ferita
ancora aperta per i discendenti delle vittime.
Poi
abbiamo letto i <I quaranta giorni del Mussa dagh>, quel
capolavoro, scritto da Franz Werfel, un grande
scrittore mitteleuropeo, ebreo di origine, toccato dal
cattolicesimo (è autore di una biografia di santa Bernadette
molto bella). <I quaranta giorni del Mussa Dagh> è un
romanzo. Racconta, con tutta la libertà del romanzo e
dell’arte, uno dei
pochi episodi a lieto fine del genocidio. Gli abitanti di sette
villaggi armeni sulla costa siriana ebbero l’ordine di
deportazione; la maggioranza di loro decise di non partire, ben
sapendo che cosa significava quell’ordine. Salirono sulla
Montagna di Mosé, il <Mussa Dagh>, e si difesero per quasi
due mesi respingendo l’esercito turco, finché la loro bandiera
bianca, con una grande croce rossa al centro, non fu avvistata da
una nave da guerra alleata; qualche giorno più tardi arrivò la
flotta francese del Levante, che li portò in salvo.
Con
Flavia abbiamo deciso di andare a vedere e verificare, da
giornalisti, se era proprio andata così; e soprattutto, che cosa
era successo <dopo> che quel piccolo popolo di montanari
erano stato sottratto allo sterminio. Purtroppo non esistevano
documenti in nessun’altra lingua che l’armeno. Abbiamo passato
un paio di estati a Venezia, dove il professor Boghos Levon
Zekiyan, mai abbastanza benemerito, organizza corsi estivi di
armeno; abbiamo poi continuato a studiare a Roma con Seta Martayan;
e ci siamo messi in grado di tradurre i testi che ci
interessavano. Ne abbiamo trovati, grazie all’aiuto di molti
amici armeni, in Libano, a Beirut e ad Anjar; a Parigi, dove
abbiamo fatto delle ricerche allo SHAT (Service Historique de l’Armée
de Terre); abbiamo rintracciato dei testi alla Biblioteque Nubar
Pashà di Parigi, e altri ne abbiamo trovati negli Stati Uniti. Ci
è sembrato giusto offrire al pubblico, almeno quello italiano,
queste storie; sono belle, costituiscono una vera e propria saga,
e soprattutto, secondo noi, rappresentano un inno alla vita e alla
speranza anche in un contesto che più tragico e tremendo non
potrebbe essere, quello di un genocidio assolutamente spietato.
Apro
qui una breve parentesi. Gli organizzatori del genocidio erano il
frutto della cultura positivista del tempo; atei, o agnostici, che
però hanno saputo sfruttare molto bene – come accade
d’altronde anche adesso – una religione, l’Islam, per i loro
fini contro i cristiani. Così il genocidio si è colorato anche
di motivazioni religiose (non a caso è stato beatificato <in
odium fidei> da Giovanni Paolo II il vescovo Ignace Maloyan,
ucciso insieme ad altri cristiani durante la deportazione perché
si rifiutò di convertirsi). E, almeno inizialmente, la
conversione alla religione maomettana poteva costituire un modo di
salvarsi la vita. In seguito no; e così si è compiuto nel sangue
il più formidabile attacco a una comunità cristiana da molti
secoli.
Perché
parliamo di tradimento. Non c’è dubbio che il popolo del Mussa
Dagh fosse composto in larga parte da eroi: uomini, donne e
bambini si sono battuti da coraggiosi. E in seguito, una volta
salvati, molti si sono arruolati nella <Legione d’Oriente>
per andare a combattere gli assassini dei loro fratelli. Sono
stati traditi varie volte; ma soprattutto nel 1939, quando la
Francia ha ceduto il <sangiaccato> di Alessandretta, e il
Mussa Dagh, in cui erano tornati, alla Turchia per cercare di
comprare la neutralità di Ankara nella Seconda Guerra Mondiale.
Sono stati traditi dalla Comunità internazionale nel 1919, quando
dopo qualche processo, i loro assassini se ne sono andati
impuniti. Ha scritto di recente Yossi Sarid, un deputato
israeliano: <Se già allora, nella prima parte del secolo, la
comunità internazionale si fosse comportata come avrebbe dovuto
in relazione al genocidio armeno, è altamente possibile che
sarebbe stato possibile prevenire quello che è accaduto dopo,
forse persino l’Olocausto>. E adesso si sta consumando un
altro tradimento. Il Parlamento europeo aveva posto come
condizione per i negoziati di adesione della Turchia all’Unione
Europea il riconoscimento del genocidio. Ma la Commissione ha
molto addolcito quello che era un <paletto> ben preciso. In
fondo si tratta solo di un’ecatombe di cristiani accaduta
novant’anni fa…La memoria è un lusso riservato ad altri.
Però,
- e con questa osservazione concludo, - il problema del
riconoscimento del genocidio ormai non è più solo un problema di
turchi e di armeni. La richiesta dell’ingresso della Turchia in
Europa ha reso nostro, quel problema. L’Europa non è certamente
un club cristiano, come è stato osservato da qualcuno in maniera
sprezzante, ma l’atteggiamento negazionista di Ankara getta una
luce inquietante su altri problemi: democrazia interna, libertà
religiosa, libertà di espressione, multiculturalismo. E il
genocidio armeno non è assimilabile ad altre – sia pure crudeli
forme di spostamento di popoli quali ne abbiamo viste nel secondo
dopoguerra, come sostenuto da qualcuno.
Il
riconoscimento di ciò che è accaduto a un milione e mezzo di
cristiani novant’anni fa – solo ieri -; la capacità di fare
luce sul proprio passato, e anche condannarlo, se è giusto, è’
una cartina di tornasole importante, forse determinante per
valutare il reale stato della democrazia di un paese. E qui
nascono i problemi. Che però ormai esulano dal contenzioso fra
armeni e turchi, su avvenimenti di quasi un secolo fa….Ci
riguardano direttamente. Volete un esempio? Ne cito uno
recentissimo. Leggo un dispaccio dell’Agenzia Ansa del 25 maggio
scorso.
DOPO
CHE GOVERNO HA DEFINITO TRADITORI STORICI DISSENZIENTI
(ANSA) - ISTANBUL, 25
MAG - L'Università del Bosforo di Istanbul
ha rinviato sine die una conferenza sui massacri degli armeni
del 1915-16 che includeva alcuni storici turchi critici verso
la posizione del governo di Ankara che nega il loro carattere
di «genocidio», dopo che il portavoce del governo aveva
accusato quegli storici di «tradimento».
I
responsabili dell' Universita
hanno annunciato di avere rinunciato
a tenere la conferenza, che doveva cominciare oggi, per
timore del clima creatosi dopo che il ministro della giustizia
Cemil Cicek aveva commentato la presenza di quegli storici
dissenzienti affermando: «Dobbiamo mettere fine a questo
tradimento ed alla diffusione di propaganda anti-turca da parte
di persone che appartengono alla Turchia».
Il
governo turco sta respingendo con forza le pressioni internazionali
perchè Ankara riconosca che i massacri del 1915-1916,
quando perirono, secondo fonti armene, circa 1,5 milioni
di armeni (300 mila secondo Ankara), abbiano costituito il
«primo genocidio del XX secolo».
Quindici
parlamenti di vari paesi (tra cui la Francia ed il Parlamento
europeo) hanno approvato mozioni in cui si definiscono
quei massacri come genocidio, ma Ankara sostiene che si
trattò di una guerra civile originata dal tradimento degli
armeni che parteggiavano per il
nemico russo, e che vi furono vittime
equivalenti da una parte e dall'altra.
Il
governo attuale di Ankara sostiene che gli archivi turchi sono
aperti e ha proposto una commissione congiunta turco-armena
per giungere ad una verità condivisa, ma
secondo
gli
osservatori- le dichiarazioni di Cicek daranno spazio alle opinioni
diffuse in Europa di chi sostiene che Ankara non è pronta
ad una libera discussione sulla controversa
materia.(ANSA).
25-MAG-05 18:45 NNN
Penso
che non ci sia bisogno di commenti. Ma di molta, molta riflessione
certamente sì.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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