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La
libertà di ricordare
- La
libertà di credere
Parliamo
di genocidio armeno; un orrore volutamente nascosto per molti
anni, perché – e questo è valido ancora adesso – il governo
di Ankara è protagonista di una sistematica campagna negazionista,
nel paese e all’estero. Ne parliamo perché la cancellazione
deliberata della storia , è un gesto diretto contro la libertà,
quella del ricordo e della memoria, senza la quale un essere umano
non è nulla; e ne parliamo perché questa privazione del ricordo,
questa cancellazione della storia, riguarda un numero grandissimo
di singole persone, i figli e i nipoti delle vittime, ma riguarda
anche la comunità cristiana in quanto tale. Il genocidio armeno
ha avuto radici politiche e sociali, certamente; ma non solo. La
componente anti-cristiana vi ha giocato un ruolo determinante,
fino a coinvolgere nella morte anche chi armeno non era, ma ne
condivideva la fede in Cristo: siriaci, greci e altre minoranze
religiose. Ne parliamo anche perché è in gioco adesso, non un
secolo fa, la libertà religiosa di quanti vivono in quel paese.
Novant’anni
fa il piano di sterminio della minoranza armena era in pieno
vigore. Centinaia di migliaia di persone erano strappate dalle
proprie case, incolonnate e deportate verso i deserti dell’est
della Siria. In genere si trattava di vecchi, donne e bambini; i
maschi adulti erano già stati separati dalle famiglie e avviati a
morte in precedenza. Secondo moltissime testimonianze
dell’epoca, e secondo ormai la maggioranza degli studiosi, fra
cui anche alcuni turchi, si è trattato di un piano ben preciso,
organizzato dai vertici del potere. E’ stato
il primo genocidio del secolo XX, iniziato dal governo
turco del 1915, un <triumvirato> - Talaat Pasha, Enver Pasha
e Djemal Pasha – espressione del partito <Ittihad>, <Unità>,
che decise lucidamente lo sterminio della più grande comunità
cristiana del Vicino Oriente. Le cifre di questo olocausto sono
ancora oggetto di discussione, oscillano da ottocentomila a un
milione e mezzo di vittime. Un genocidio documentato da
testimonianze (quelle fotografiche, di Armin Wegner,
sono agghiaccianti) degli alleati dei turchi di allora, i
tedeschi; e di esponenti diplomatici di paesi neutrali, oltre che
di religiosi e viaggiatori europei. Le testimonianze e le
inchieste portano a questa conclusione: gli armeni da
Costantinopoli fino al Caucaso furono massacrati seguendo un piano
preciso del governo centrale. Erano una minoranza ricca,
culturalmente più elevata della media, e in alcune sue componenti
sognava l’autonomia, se non la completa indipendenza politica.
Quindi, pericolosa.
Il
governo turco da sempre non solo ha una posizione negazionista, ma
profonde soldi ed energie per difendere una tesi che più passano
gli anni e più diventa insostenibile. Non bastano le pressioni, i
ricatti, le minacce che sono state adoperate in passato e lo sono
ancora verso singoli e governi, parlamenti e giornali, per
cancellare un dato di fatto: e cioè che in Cilicia,
in Anatolia, zone dove fino a novant’anni fa la presenza
cristiana era altissima – fino al quaranta per cento del totale
– adesso di cristiani non ce n’è più,
nessuno. E le migliaia di monumenti, chiese ed edifici
vengono lasciati molto spesso andare in rovina, quando non
deliberatamente distrutti, per contribuire alla riscrittura della
storia necessaria alla politica negazionista che ancora adesso,
con alcune importanti complicità, si rifiuta di ammettere quello
che la maggior parte degli storici, ripeto, alcuni anche turchi,
con grande onestà e coraggio personali, riconosce senza difficoltà.
Queste
poche parole servono giusto per inquadrare il problema; ma per chi
voglia approfondire l’aspetto di conoscenza dei fatti, esistono
libri come <Storia del genocidio armeno> di Vahakn Dadrian ,
o <Una finestra sul massacro> dello storico Marco
Impagliazzo dotati di
grande rigore scientifico e documentario: illuminanti.
Ma
oggi, qui, parliamo di questo argomento con riferimento a dei
libri. La bellissima <Masseria delle Allodole> di Antonia
Arslan, e il nostro – di Flavia Amabile e mio -
<Mussa dagh – Gli eroi traditi>.
Perché
lo abbiamo scritto (è, in realtà, il terzo libro sugli armeni e
il loro dramma di cui siamo stati autori, dopo <I Baroni di
Aleppo> e <La vera storia del Mussa Dagh>)?
Fino
a quando non compimmo un viaggio in Siria, all’inizio degli anni
’90, non sapevamo nulla o quasi di armeni, e ancora meno del
genocidio. E come avremmo potuto? Sui libri di storia italiani –
e questo forse dura ancora oggi – la scomparsa di centinaia di
migliaia di cristiani, in maniera orrenda, semplicemente non
esisteva. Forse qualcuno di voi conosce <I quaranta giorni del
Mussa Dagh> di Franz Werfel, un grande scrittore austriaco,
ebreo, toccato dal cattolicesimo, autore di una bellissima
biografia di Bernadette di Lourdes. Me li ricordo, <I quaranta
giorni del Mussa Dagh> quando ero bambino nella <Medusa>
Mondadori; per decenni non sono stati ristampati. Ho molto chiaro
un ricordo recente; e cioè che a metà degli anni ’90, quando
abbiamo cominciato a interessarci del problema,
abbiamo fatto una ricerca accurata su ciò che esisteva di
pubblicato in Italia: abbiamo trovato solo un libriccino, <Metz
Yeghern>, pubblicato da Guerini, dell’amico Claude Mutafian;
<Il grande Male>, così gli armeni chiamano il loro
olocausto. Adesso, grazie al coraggio dell’editore Guerini, e
anche a qualche altra casa editrice, questo incredibile vuoto si
sta parzialmente colmando. Ma io credo che negli ultimi
cinquant’anni abbia giocato un ruolo, in questo incredibile
oblio, e un ruolo non piccolo, anche la campagna negazionista del
governo turco.
La
geopolitica e le vicende storiche hanno fatto sì che la Turchia
fosse dalla parte <giusta> del muro, durante la Guerra
Fredda. Era il primo bastione orientale contro l’Impero del
Male; era – ed è – il grande alleato strategico degli Stati
Uniti e di Israele nella zona. L’Armenia faceva parte, volente o
nolente, dell’Urss. A chi poteva interessare disseppellire
qualche centinaio di migliaia di morti da decenni e irritare gli
amici di Ankara, che per di più sul tema dimostravano – e
dimostrano – una suscettibilità che sembra eguagliata solo dal
livello di cattiva coscienza?
Libertà
e ricordo,libertà e memoria. Non c’è famiglia armena che non
abbia qualche ricordo terribile, o anche solo drammatico, nella
sua memoria. Negare quello che è accaduto, negare il diritto al
dolore – quando, come fa certa propaganda, non si accusano gli
armeni di aver massacrato i turchi – è aggiungere ferita a
ferita, aprire il
baratro dell’orrore un’altra volta. Non solo: qualcuno ha
detto che un genocidio orfano, senza padri, senza responsabili, è
il padre di altri genocidi. La storia sta lì a dimostrarlo. E’
storicamente determinato, al di là di ogni possibile polemica,
(vedi Impagliazzo, Una finestra sul massacro) che Hitler, a chi in
una discussione avanzava riserve sul piano di sterminio totale
degli ebrei e di
altre popolazioni <subumane> obiettò: <Chi si ricorda,
oggi, del massacro degli armeni>?
Ma
veniamo al Mussa Dagh, e al tradimento.
Il
<Mussa Dagh> - la montagna di Mosè, in turco, Musa Ler in
armeno, è un’altura sul mare, vicino ad Alessandretta. Gli eroi
del Mussa Dagh sono i cinquemila abitanti di sette villaggi che
risposero all’ordine di deportazione ottomano salendo sulla
montagna con tutti i loro averi, e respinsero per quasi due mesi
gli attacchi dell’esercito turco fino a quando non furono
salvati, quasi per caso, dalla flotta francese, e trasportati in
Egitto. Una saga meravigliosa; sia nella parte, più nota, grazie
a Werfel, della resistenza armata, che in quella del <dopo>.
Un dopo difficile, e segnato da tradimenti; e l’ultimo forse sta
avvenendo adesso.
Gli
organizzatori del genocidio erano il frutto della cultura
positivista del tempo; atei, o agnostici, che però hanno saputo
sfruttare molto bene – come accade d’altronde anche adesso –
una religione, l’Islam, per i loro fini contro i cristiani. Così
il genocidio si è colorato anche di motivazioni religiose (non a
caso è stato beatificato <in odium fidei> da Giovanni Paolo
II il vescovo Ignace Maloyan, ucciso insieme ad altri cristiani
durante la deportazione perché si rifiutò di convertirsi). E,
almeno inizialmente, la conversione alla religione maomettana
poteva costituire un modo di salvarsi la vita. In seguito no; e
così si è compiuto, e concluso,
nel sangue il più formidabile attacco a una comunità
cristiana da molti secoli.
Le
conseguenze sono evidenti. Il genocidio del 1915 è stato il
primo, gigantesco passo nell’erosione della presenza cristiana a
oriente di Costantinopoli. Un’erosione che purtroppo continua;
anzi sembra accelerare il suo ritmo.
Perché
parliamo di tradimento. Non c’è dubbio che il popolo del Mussa
Dagh fosse composto in larga parte da eroi: uomini, donne e
bambini si sono battuti da coraggiosi. E in seguito, una volta
salvati, molti si sono arruolati nella <Legione d’Oriente>
per andare a combattere gli assassini dei loro fratelli. Sono
stati traditi varie volte; ma soprattutto nel 1939, quando la
Francia ha ceduto il <sangiaccato> di Alessandretta, e il
Mussa Dagh, in cui erano tornati, alla Turchia per cercare di
comprare la neutralità di Ankara nella Seconda Guerra Mondiale.
Erano già stati traditi dalla Comunità internazionale nel 1919,
quando dopo qualche processo, i loro assassini se ne sono andati
impuniti. Ha scritto di recente Yossi Sarid, un deputato
israeliano: <Se già allora, nella prima parte del secolo, la
comunità internazionale si fosse comportata come avrebbe dovuto
in relazione al genocidio armeno, è altamente possibile che
sarebbe stato possibile prevenire quello che è accaduto dopo,
forse persino l’Olocausto>. E adesso si sta consumando un
altro tradimento. Il Parlamento europeo aveva posto come
condizione per i negoziati di adesione della Turchia all’Unione
Europea il riconoscimento del genocidio. Ma la Commissione ha
molto addolcito quello che era un <paletto> ben preciso. In
fondo si tratta solo di un’ecatombe di cristiani accaduta
novant’anni fa…La memoria è un lusso riservato ad altri.
Nel
corso del secolo scorso i genocidi – e i loro fratelli minori,
massacri e pulizie etniche – si sono moltiplicati. Alcuni li
abbiamo sotto gli occhi. La libertà del ricordo, della memoria
allora può trasformarsi in uno strumento di salvezza, di
sicurezza. Cito ancora Yossi Sarid: <Il genocidio prossimo
venturo può essere prevenuto, se i casi precedenti non vengono
cancellati senza che i responsabili siano indicati. La posizione
turca è grave e oltraggiosa: Gli assassini sono morti da lungo
tempo. I turchi di oggi non sono responsabili, così non è
interamente chiaro perché insistano nel loro grande diniego,
invece di accettare la responsabilità morale e storica.
Danneggiano solo se stessi, la loro immagine e la loro statura,
proprio mentre bussano alle porte della comunità internazionale e
vogliono esser accettati nell’Unione Europea. Dovrebbero essere
accettati, ma non prima che riconoscano le loro responsabilità>.
E
siamo arrivati all’oggi, e all’interesse che anche qui da noi
si è aperto su questo capitolo tremendo della storia. Come ha
scritto Sarid, il problema
del riconoscimento del genocidio ormai non è più solo un
problema di turchi e di armeni. La richiesta dell’ingresso della
Turchia in Europa ha reso nostro, quel problema. L’Europa non è
certamente un club cristiano, come è stato osservato da qualcuno
in maniera sprezzante, ma l’atteggiamento negazionista di Ankara
getta una luce inquietante su altri problemi: democrazia interna,
libertà religiosa, libertà di espressione, multiculturalismo. E
il genocidio armeno non è assimilabile ad altre – sia pure
crudeli forme di spostamento di popoli quali ne abbiamo viste nel
secondo dopoguerra, come sostenuto da qualcuno.
Libertà
di espressione, di parlare, scrivere, pubblicare. Nel giugno
scorso a Milano non ha potuto partecipare a un convegno un editore
turco, Ragip Zarakolu, perché ha quattro processi in corso per
aver pubblicato nel suo paese traduzioni di libri normalmente in
commercio altrove. Vi leggo qualche riga dell’intervento che ha
inviato per scusarsi della sua forzata asssenza:
<Tredici
anni fa quando abbiamo pubblicato per la prima volta in Turchia un
libro non ufficiale sul genocidio armeno, eravamo completamente
soli. Abbiamo dovuto affrontare un muro di silenzio e di censura.
I nostri libri furono immediatamente confiscati e la cara Ayse Nur
condannata a 2 anni di prigione, dal 1994 al 1996, a causa del
libro di Yves Ternon. Ma abbiamo avuto la nostra prima vittoria
per la libertà di espressione nel 1997, con la pubblicazione del
libro di Vahakn Dadrian. Processati, fummo prosciolti. Eravamo
felici di aver tolto un primo mattone dal muro e aperto la
discussione sulla tragedia armena. La nostra casa editrice aveva
progettato di pubblicare un libro di Vahakn Dadrian col il titolo
“Il genocidio armeno nelle fonti turche”, ma a causa di alcuni
ostacoli, siamo in ritardo. Speriamo di iniziare questa settimana.
Oltre ai processi che vanno avanti, la nostra casa editrice è
sottoposta ad una enorme pressione economica. Le compagnie di
distribuzione sono riluttanti a distribuire i nostri libri
apertamente. Nei media non c’è nessuna recensione dei nostri
libri. Ma ogni volta i nostri lettori cercano di trovare i nostri
libri contattandoci direttamente. In tredici anni noi abbiamo
stampato 5.000 copie del libro di Yves Ternon “Il tabù
armeno”, 5000 copie del libro di Dadrian “Il genocidio nella
giurisdizione internazionale : 1915, il caso armeno”, 7000 copie
del libro di Franz Werfel “I quaranta giorni del Mussa Dagh”.
Dopo aver letto questi libri molte più persone aprono gli occhi
di fronte alla verità. Ma
ora a causa delle difficoltà di distribuzione siamo costretti a
stampare i due volumi di Dadrian solo in 2000 copie, come anche
gli altri nostri libri sui testimoni, sulla mitologia, sulla
letteratura e la storia armena. Non sono grandi numeri, ma hanno
ugualmente un impatto. Ancora una volta la porta si apre per una
prospettiva diversa: per la verità. I circoli ultranazionalisti e
fascisti hanno iniziato ora in Turchia una campagna gigantesca con
minacce contro scrittori e storici “giusti”, “onesti”,
come Oran Pamuk, Taner Akcam, Murat Belge e Halil Berktay e anche
contro giornalisti armeni, quali Hrant Dink, che ha osato
discutere la questione armena di fronte all’opinione pubblica.
I
circoli di destra e ultranazionalisti hanno avuto successo con la
cancellazione della conferenza accademica sugli armeni
ottomani>.
E
in effetti l'Università del Bosforo di Istanbul ha rinviato sine
die una conferenza sui massacri degli armeni del 1915-16 che
includeva alcuni storici turchi critici verso la posizione del
governo di Ankara che nega il loro carattere di «genocidio»,
dopo che il portavoce dell’esecutivo aveva accusato quegli
storici di «tradimento». Secondo un dispaccio di agenzia, di
giugno, <I responsabili dell’Università
hanno annunciato di avere rinunciato a tenere la
conferenza, che doveva cominciare oggi, per timore del clima
creatosi dopo che il ministro della giustizia Cemil Cicek aveva
commentato la presenza di quegli storici dissenzienti affermando:
«Dobbiamo mettere fine a questo tradimento ed alla diffusione di
propaganda anti-turca da parte di persone che appartengono alla
Turchia».
Libertà
di religione. Le vittime di novant’anni fa erano cristiane.
Molte erano morte solo qualche anno prima, nei massacri di Cilicia,
che avevano ancora una volta per bersaglio i <giaurri>, gli
infedeli. Il riconoscimento del genocidio – e non, come accade
anche adesso, accusare gli armeni di massacri – potrebbe forse
cominciare a instillare qualche salutare germe di riflessione
sulle colpe storiche di un mondo, quello islamico, sempre propenso
ad assolversi. E avrebbe come ricaduto positiva un diverso
rispetto per i cristiani di oggi. Che, a quanto pare non se la
passano molto bene. Diamo la parola all’ambasciatore del Papa a
Istanbul, monsignor Edmond Farhat. «In Turchia, paese che si
definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo
sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non
viene applicata. Mancanze nell'applicazione delle leggi a tutela
dell'esercizio delle altre religioni, processi che durano decenni,
strani ritardi e rinvii a ripetizione, reticenze e resistenze
fanno pensare ad una strategia per non consentire ai cristiani la
stessa libertà di cui le religioni non cristiane godono in
Europa. In Turchia c'è una cristianofobia istituzionale non molto
dissimile da quella esistente in altri paesi musulmani».
In
5 anni vi sono state in Turchia solo 368 conversioni al
cristianesimo. «Quella sui missionari – ha detto il 23 giugno
all’Ansa monsignor Farhat - è una polemica che rinasce di tanto
in tanto in Turchia e che sembra riesumata a bella posta per
limitare la libertà di culto dei cristiani. Questo non è serio».
«Dire
(come ha detto un ministro turco, ndr) che una riunione dei
rappresentanti delle chiese ortodosse al Patriarcato di Fanar è
“un pericolo per la nazione turca”, o che riaprire il
seminario ortodosso di Habeliyada è “un pericolo per
l'Islam”, è francamente ridicolo» - soggiunge.
Nel 1927, secondo il censimento di quell'anno, c'erano in
Turchia 900 mila cristiani su una popolazione di circa 13 milioni.
Secondo il censimento del 2001, i cristiani sono scesi a 150 mila
su una popolazione di 71 milioni.
«Un
sacerdote cristiano, per avere il permesso di soggiorno, che tra
l'altro deve essere rinnovato ogni anno, viene sottoposto a
pratiche lunghissime e complicate con ritardi inspiegabili a
rimpalli da un organismo ad un altro. Per esempio, attualmente
abbiamo molte difficoltà ad ottenere il permesso di soggiorno per
uno dei due preti residui in una Chiesa di Istanbul. Cinque mesi
fa ha presentato la sua domanda, ma non riesce ad ottenerlo. Ogni
volta che va in ambasciata gli si dice che ancora da Ankara non c'è
risposta. Come al solito, non si dà un rifiuto, ma nemmeno
risposta».
«Dal
1967 non riusciamo a farci riconoscere il diritto di passaggio per
accedere ad una chiesa ad Adana dopo che la stessa chiesa è stata
operante, grazie a quel passaggio, per più di 150 anni. Il
diritto c'è ma non viene riconosciuto. La stessa cosa ci accade
per quella che per 130 anni è stata la sede della rappresentanza
diplomatica del Vaticano a Istanbul, e dove due papi, Paolo VI e
Giovanni Paolo II, hanno alloggiato. Nonostante diritti maturati
in 150 anni, non riusciamo a fare riconoscere lo status
diplomatico di quell' edificio. Non si dà risposta. È questa la
prassi turca».
«Dal
1970 stiamo chiedendo un riconoscimento giuridico della Chiesa
cattolica e delle sue istituzioni in Turchia. Nel 2003 tutte le
chiese cristiane hanno chiesto unitariamente allo stato turco
questo riconoscimento. Nel 2004 lo ha fatto anche la Conferenza
episcopale dei vescovi cattolici. Io sono andato dal premier
Erdogan. Successivamente, nel febbraio scorso, gli ho scritto
anche una lettera ufficiale».
Senza
esito, a quanto risulta fino ad oggi.
Forse
a questo punto è più facile cogliere il filo che lega
avvenimenti tanto lontani nel tempo al nostro presente, e
all’immediato futuro; e ci si può chiedere se non ci sia
bisogno di molta riflessione e prudenza, specialmente da parte di
chi si dice cristiano, e cerca i voti dei cristiani su chi
realmente sia l’ospite a cui apriamo la porta di casa.
Indice
akhtamar@comunitaarmena.it
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