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In
un cestino della carta straccia, Alice Tachdjian trova, dopo lamorte della
madre, Varvar, nel 1990, tre manoscritti redatti a piùriprese tra il 1974 e il
1989. Sono il diario terribile e poetico di un'esistenza individuale, che
s'inserisce, come in un grande romanzo
storico, nel quadro della tragica vicenda del popolo armeno. Varvar nasce nel
1909 a Ulas, uno dei villaggi armeni che subiranno i massacri e la deportazione
del 1915 ad opera dei turchi. Il "Grande Male" (Metz Yeghérn), il
genocidio dimenticato dalla storia, e
tuttora negato dal governo di Ankara, è raccontato attraverso il filtro dei
ricordi, gli occhi di una bambina che non riesce a dimenticare. L'effetto
narrativo è sconvolgente. Un libro scritto senza pensare alla pubblicazione: il
resoconto sobrio, essenziale, quasi cronachistico di eventi che solo oggi si
rendono presenti alla memoria storica collettiva.
In Italia, negli ultimi vent'anni, sono stati fatti molti passi in avanti per
diffondere la conoscenza e sostenere il riconoscimento del genocidio del popolo
armeno, fino al pronunciamento ufficiale del Parlamento italiano, avvenuto nel
2000. Ogni anno nel nostro Paese si pubblicano sei o sette titoli di un certo
rilievo sulla questione; oltre a Guerini, che cura una vera e propria collana
dedicata alla questione armena, e a Mimesis, che pubblica sull'argomento studi
storico-scientifici, ora, per la prima volta, una casa editrice
"commerciale", Sperling & Kupfer, ha il merito di proporre al
grande pubblico questo libro, che si legge tutto d'un fiato, che lascia stupiti
per la limpidezza della prosa, la lucidità del racconto, e che ha il pregio
artistico di essere stato scritto senza alcun artificio: la storia di una donna,
straziata dalla propria vicenda umana, in cui prevale comunque, in ogni
circostanza, un tenace e drammatico desiderio di vivere e di ricordare. Vengono
alla mente, nel leggere queste pagine, le parole del poeta-soldato Ungaretti di
fronte all'immane catastrofe della guerra: «Non sono mai stato / tanto /
attaccato alla vita».
L'Armenia,
la terra da cui nascono due dei quattro fiumi menzionati nella Genesi, è
rappresentata con gli occhi di una bambina, che ne è stata strappata via a
forza: ed ha i colori dell'Eden, il Paradiso perduto. Quest'immagine tersa e
serena dura lo spazio di un capitolo.
Immediatamente dopo, il diario ci trascina nell'orrore della tragedia di un
popolo che fu quasi del tutto annientato nei primi mesi successivi allo scoppio
della Grande guerra, per opera del governo ottomano, sotto la spinta ideologica
dei Giovani Turchi. Gli occhi di
questa bimba descrivono, passo dopo passo, lo svolgersi degli eventi: l'eco
degli spari durante la fucilazione degli uomini del villaggio, in cui morirà il
padre di Varvar; la successiva deportazione di donne, vecchi e bambini nel
deserto della Siria, destinati a morire di fame e di stenti, a subire le
violenze delle tribù curde e dei poliziotti turchi; la separazione di Varvar
dalla madre, che resterà il ricordo più doloroso e indelebile per questa
creatura di sei anni.
Fuggendo in braccio a una zia, Varvar si salverà, come tanti bambini armeni,
per l'intervento di un conoscente turco, che la prenderà come sguattera al
proprio servizio, fino alla fine della guerra, fino alla rivoluzione che porterà
al potere Kemal Pascià, il padre della "moderna" Turchia, sotto il
quale continuerà la persecuzione degli armeni sopravvissuti allo sterminio del
1915-1916. Suo fu il divieto tassativo alle famiglie turche di tenere in casa
bambini armeni, anche se forzosamente islamizzati, come era capitato a Varvar,
che pure conservava tenacemente, nel suo cuore, la fede cristiana dei suoi
padri: «Ripetevo in armeno, ogni notte, prima di addormentarmi: "Padre
nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, fa' che io ritrovi mia
madre"».
Molti di questi piccoli, compresa la protagonista della storia, verranno così
"scaricati", dopo il 1920, in orfanotrofi gestiti in gran parte da
missionari protestanti. E in uno di questi orfanotrofi Varvar comincerà a
riacquistare la propria dignità, nonostante il
clima "militaresco", la dieta quasi da fame, la disciplina
asfissiante. Imparerà a leggere e a scrivere, sperimenterà le prime amicizie,
conoscerà per la prima volta, attraverso una fessura che permetteva di vedere
la parte maschile del brefotrofio, il volto del suo futuro sposo, Assadour, che
avrebbe rincontrato fortuitamente molti anni dopo, a Parigi.
Quando Kemal caccerà gli stranieri dal Paese, anche i missionari e gli orfani
armeni loro affidati dovranno partire per sempre. Varvar descrive le tappe di un
viaggio che per questi piccoli apolidi riserverà ancora amare sorprese, fino al
definitivo approdo in
Francia.
Anche
per gli storici della questione armena il diario di Varvar contiene particolari
interessanti, finora poco evidenziati. L'accoglienza che la Grecia, a partire
dal 1921, riserverà ai sopravvissuti armeni, si rivela una prosecuzione della
tragedia: delle trenta compagne del brefotrofio, ventitré moriranno di stenti
sulla spiaggia di Corinto senza ricevere alcuna assistenza. Poi la partenza per
la Francia, dove gli armeni, sia pure accolti, subiranno nuove umiliazioni: la
diffidenza, se non l'aperta ostilità della gente, lo sfruttamento sul lavoro,
la povertà schiacciante, i sacrifici sostenuti per far studiare i figli. Fino
all'ultima, dolorosa constatazione: quella memoria che per Varvar è
attaccamento
alla vita, garanzia della propria identità, per i suoi figli, attratti dal
modello di vita francese, diventa invece un fardello ingombrante, duro da
sopportare.
Nonostante la lunga catena di sofferenze, Varvar descrive la vicenda della sua
vita con una dolcezza disarmante, sostenuta da una prosa tragicamente serena,
che appare, ed è quasi un miracolo, priva di rancore. Questa donna, al termine
della sua esistenza, nonostante tutto, continua a riconoscere nella terribile
sorte di un intero popolo il segno quasi impercettibile, paradossale, ma
concreto, della presenza di Dio: «Ma perché Dio ha voluto che noi bambini
sopravvivessimo? Perché siamo stati risparmiati dalla furia omicida?
Forse
noi fummo dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra
fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la via impervia e
dolorosa del perdono».
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