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Il
regista parla del suo film "Ararat", in
uscita nelle nostre sale
di MARIA PIA FUSCO
ROMA
- "Non è soltanto un film sul genocidio degli armeni, ma il tentativo
di capire come nasce l'odio per un popolo, come si può arrivare alla sua
demonizzazione e alla volontà di distruggerlo". Atom Egoyan, al telefono
da Toronto, parla di Ararat, il monte dell'Arca, che, presentato a Cannes 2002,
esce ora in Italia.
L'inizio è semplice: il giovane Raffi torna in Canada con un bagaglio di metri
di pellicola, destinati al film epico che Edward - Charles Aznavour - sta
girando sull'eccidio degli Armeni. Ma il doganiere David (Christopher Plummer)
vuole saperne di più, trasforma l'interrogatorio in un'analisi psicologica,
durante la quale emergono frammenti delle storie di entrambi, la difficoltà di
David di accettare l'omosessualità del figlio, il disagio di Raffi,
ossessionato dal ricordo del padre morto e dall'atteggiamento della madre Ani
(l'attrice è Arsine Khanjian, moglie di Egoyan), che si ostina con durezza a
negare un passato troppo doloroso. Come in tutti i film di Egoyan personaggi
apparentemente distanti alla fine intrecciano i loro destini. In Ararat,
l'incontro avviene attraverso il film nel film, la storia dell'Armenia.
Non è la prima volta che Egoyan (semplificazione di Yeghoyan), nato al Cairo
nel '60 da profughi armeni - Atom perché in quell'anno l'Egitto ebbe il suo
primo reattore nucleare - scava nelle sue origini. "Riferimenti, sia pure
indiretti, ci sono in tanti miei film. La prima volta che ho visitato l'Armenia
è stato nel '92 per il film Calendario, ma allora ho cercato le suggestioni del
paesaggio, mentre stavolta cerco di andare oltre, di entrare nella memoria, che
in un armeno è diversa, dipende da dove è cresciuto, in patria o altrove. Come
per un italiano cresciuto all'estero, penso che la sua percezione dell'Italia
non sia la stessa di chi ci vive".
Con chi si identifica tra i personaggi di Ararat?
"Un po' tutti. Conosco lo stato d'animo alienato di Raffi, è qualcosa che
ho sperimentato quando a 18 anni sono arrivato a Toronto, non parlavo bene
l'inglese, non conoscevo la città, ero uno straniero. E nello stesso tempo,
come Ani, mi sentivo sopraffatto dal passato della mia famiglia, in qualche modo
volevo ignorarlo, lo rifiutavo. Mi identifico con David e la sua voglia di
sapere, con il regista Edward interpretato da Aznavour che vuole far conoscere
la tragedia di un popolo, una tragedia negata, che il mondo ignora, se ne
ricorda quando esce un libro, un film, un canzone. Di Edward non condivido
l'intolleranza, capisco che come armeno possa odiare l'attore turco, ma, forse
perché sono cresciuto in una società multiculturale come quella canadese, ho
imparato la tolleranza".
Come vive il Canada il dramma del virus killer?
"In questo periodo mi invitano spesso nelle scuole a parlare sul tema del
genocidio: uso spezzoni del mio film, ma anche riferimenti all'attualità dei
cinesi che qui, in alcune zone, vengono portati via dalle loro case e messi in
quarantena. E anche un cinese su un autobus o in un luogo pubblico viene
guardato con paura. I bambini capiscono subito che la paura può trasformarsi in
demonizzazione di tutto un popolo".
Com'è andato il suo film?
"In Canada è stato un successo, c'è una vasta comunità di armeni. E
anche di turchi. Ma anche negli Stati Uniti è andato molto bene: se pure
ignorano la realtà del genocidio, capiscono la generalizzazione dell'odio verso
un popolo da cui proviene il terrorismo".
Nei suoi film c'è sempre un sentimento che lei chiama di
"dislocazione": Ararat l'ha aiutata a riconciliarsi con la il suo
passato, con la sua identità?
"Rispetto al passato so di aver trovato un senso di appartenenza. Non a un
luogo o a un paese, ma penso di sentirmi 'a casa', in mezzo ai miei affetti, al
mio lavoro, a persone che dividono la mia etica, gioie e dolori. Può essere
ovunque. Dipende dall'essere cresciuto in Canada, non a caso il villaggio
globale di MacLuhan è stato pensato qui".
Il futuro?
"Il mio personale è l'opera, sto preparando la regia della trilogia di
Wagner. Quanto al futuro in generale: la guerra in Iraq mi ha lasciato una
profonda confusione. Una guerra ingiusta, anche se è bello vedere il popolo
iracheno libero. Ma ho sentito ancora più forte il disagio per le ingiustizie
della Storia. Perché nessuno ha mai aiutato il popolo armeno massacrato? Dopo
la prima guerra mondiale il presidente americano Wilson si era impegnato ad
affrontare la questione, ma non è riuscito a convincere il Congresso a
impiegare uomini e mezzi. Perché l'Armenia non ha petrolio".
(24 aprile 2003)
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