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«Ararat» mescola storia e ricordi ma il film non decolla
30/4/2003
IL primo genocidio del Novecento avvenne nell’aprile 1915: armati curdi
(appartenenti cioè a quello che sarebbe poi diventato un popolo-vittima senza
terra), stimolati dai militari turchi dell’Impero ottomano, convinti da Enver
Pascià, andarono al massacro del popolo armeno cristiano. Secondo alcune fonti,
i morti armeni furono 300.000; secondo altre fonti, furono quasi due milioni.
Qualche migliaio di armeni si rifugiarono sul monte Ararat, una cima vulcanica
non troppo lontana dal lago Van, una montagna alta più di cinquemila metri
nella Turchia orientale dove, secondo la Bibbia, si sarebbe arenata l’Arca di
Noè. Per quaranta giorni vennero respinti i militari turchi (Flavia Amabile e
Marco Tosatti hanno raccontato l’epopea sanguinosa nel recentissimo «La vera
storia del Mussa Dagh» edito da Guerini). I sopravvissuti si dispersero
nell’esilio. I genitori del regista Egoyan, tutt’e due pittori, si
rifugiarono al Cairo, dove nacque nel 1960 il loro figlio, chiamato Atom per
celebrare l’avvento dell’energia atomica in Egitto. Più tardi la famiglia
si trasferì in Canada; il regista vive adesso a Toronto; suo figlio si chiama
Arshile in onore del pittore armeno-americano Arshile Gorki, al quale «Ararat»
è in parte dedicato. Cinema-nel-cinema. Nel film c’è un regista armeno,
Charles Aznavour, che dirige un film sulla vita della propria madre e sugli
avvenimenti del tempo di lei: memoria, storia, atrocità, si mescolano alla
consueta vita di set e alle difficoltà del lavoro. E’ evidente l’intenzione
di condensare i due elementi più forti nell’esistenza del regista (essere
armeno, essere cineasta), e poi passato e presente, tragedia storica e scontento
contemporaneo, Novecento e Duemila, realtà e rappresentazione, sentimento e
mestiere. Eppure, nonostante le migliori intenzioni, nonostante il massacro
degli armeni sia una vicenda non notissima e appassionante, nonostante il legame
di Egoyan con la materia, «Ararat» non è riuscito bene, risulta un’opera
pesante, mal strutturata, confusa. Quando l’anno scorso venne presentato al
Festival di Cannes, il film suscitò vive proteste turche: secondo i turchi il
massacro non avvenne mai, oppure i morti non furono più di 500, e comunque
erano vittime di guerra. Nel 1987, il Parlamento Europeo stabilì per legge che
quel massacro fu «un genocidio».
l.t.
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