Westerman, cosa resta dopo il Diluvio? Avvenire 19.06.2010

Westerman, cosa resta dopo il Diluvio?

una scrittura davvero singolare quella di Frank Westerman, classe 1964, olandese, che unisce la tensione narrativa e la forza del reportage, in un continuo nutrirsi dei due piani di narrazione, un po’ come avveniva negli ultimi libri di Kapuscinski, nella cui linea espressiva l’opera di Westerman si colloca, sia per riferimenti biografici dell’autore, sia per tensione morale, sia per l’indagine sociale che sta alla base della necessità di raccontare. Del resto dopo gli studi scientifici, Westerman diventa giornalista freelance, inviato là dove le contraddizioni verità che l’autore ha scoperto in Osip Mandel’stam, il grande poeta russo, finito tragicamente, che durante il suo viaggio in Armenia, negli anni Trenta, aveva scritto: «Ho sviluppato in me un sesto senso, si chiama Ararat: il senso di attrazione di una montagna». In questo libro Westerman declina le ragioni e le manifestazioni di questo 'sesto senso', attraverso la reinvenzione dei suoi sedimenti personali, un’attenta ricerca su tutti i significati che nel tempo sono stati necessari all’uomo per spiegare la montagna che nel libro della Genesi viene indicata come il luogo di approdo dell’Arca di Noè: «Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat ». Westerman indaga non solo intorno a questo mistero, ma soprattutto alla possibilità di pregare che da vent’anni sembra aver perduto. Per cui quello che compie all’Ararat, tra le storie dei Cercatori dell’Arca e quelle delle origini della Leggenda del Diluvio Universale, tra le tensioni sociali che sono forti nelle terre guardate dalla montagna (la questione armena e l’identità curda), è una sorta di pellegrinaggio in se stesso per ritrovare una propria dimensione personale della preghiera, accomunato in questo dal destino di Ka, il protagonista di uno dei romanzi più intesi del premio Nobel per la letteratura Pamuk. Westerman rilegge e ridiscute il senso di ascesa spirituale del protagonista del romanzo, rimanendo affascinato di come le loro posizioni risultino vicine.

Anche per lui «la fede era una faccenda personale, quel che contava era la contemplazione, non la ricerca di conforto in altri che la pensano allo stesso modo». È un libro questo in cui anche il lettore è chiamato a fare la sua parte, a mettersi in gioco, a salire simbolicamente verso l’Ararat con l’autore, a partecipare ad una tessitura la stessa di cui precisa Westerman: «Nella stesura di questo libro, ho finito per immaginare la vicenda del diluvio come un enorme tappeto ancora steso sul telaio», iniziato dagli antichi poeti della Mesopotamia, ripreso dai sacerdoti monoteisti e ancora in lavorazione. Un tappeto che continua ad essere ricamato sugli stessi temi, tanto che Westerman dice di aver anche lui voluto «prendere parte alla tessitura di qualcosa destinato a durare più a lungo di me».

DI FULVIO PANZERI

È si fanno più stringenti, come in Serbia durante gli anni della guerra, fino alla Russia, dal 1997 al 2002, tanto che durante il soggiorno a Mosca ha lavorato al saggio che gli avrebbe dato la notorietà:

Ingegneri di anime (tradotto in italiano da Feltrinelli), in cui esplora, sulla base di ricerche documentarie e su un’analisi della letteratura sovietica, le grandiose e folli opere di intervento di Stalin sulla natura e sugli uomini. Proprio negli ultimi anni del suo soggiorno in Russia arriva a ritrovare il fascino dell’Ararat, la montagna biblica, che tanto lo ha affascinato da bambino. Siamo nel novembre 1999 durante un viaggio in Armenia, a Erevan, dove ha una curiosa sensazione: «A Erevan non puoi fare niente senza che l’Ararat ti guardi. La cosa mi rendeva irrequieto e mi veniva la tentazione di starmene tutto il tempo seduto in terrazza a ricambiare lo sguardo. 'Masis', lo chiamavano gli armeni o anche 'Montagna Madre', per via di quel perfetto cono vulcanico sul fianco che le era uscito». È lì che ritorna il desiderio di questa montagna dello spirito: «La vista dell’Ararat mi aveva fatto riaffiorare quella sensazione un po’ da scialuppa di salvataggio. E fu proprio lì, in Armenia, che mi venne il desiderio di scalare l’Ararat della Bibbia e di posare il piede sopra le sue distese di ghiaccio». Ne è nato questo libro affascinante e profondo, un viaggio di ricerca spirituale, quando la fede sembra essersi allontanata e improvvisamente sembra ritornare ad essere luce nella propria esperienza personale. Ed è un’esperienza, quella raccontata nel libro, che alterna i ricordi personali dell’infanzia dell’autore al viaggio che ha intrapreso e alle storie che ha incontrato, che si nutre di una

Frank Westerman ARARAT

Iperborea. Pagine 314. Euro 17 ,00

 


 

narrativa straniera

Tra reportage e letteratura, dallo scrittore olandese un itinerario fisico, spirituale, letterario e politico sull’Ararat, sulle tracce di Noè e Pamuk.
Sul monte al confine tra Turchia e Armenia, visto nell’infanzia.

 

Tra Verbania e Milano
A Verbania, venerdì 25 giugno, dalle 17.45 alle 18.45, al Parco di Villa Pariani, Frank Westerman (nella foto) dialoga con Luigi Mascheroni su: «Alla conquista del monte Ararat: una sfida fisica e spirituale». Sabato 26, invece, al Parco Sempione di Milano, per il Nordic Festival Ragnarock, alle ore 19 in Piazza del Cannone, Westerman presenterà il romanzo «Ararat» (Iperborea).