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Westerman, cosa resta
dopo il Diluvio?
una scrittura davvero
singolare quella di Frank Westerman, classe 1964, olandese, che unisce la
tensione narrativa e la forza del reportage, in un continuo nutrirsi dei due
piani di narrazione, un po’ come avveniva negli ultimi libri di Kapuscinski,
nella cui linea espressiva l’opera di Westerman si colloca, sia per riferimenti
biografici dell’autore, sia per tensione morale, sia per l’indagine sociale che
sta alla base della necessità di raccontare. Del resto dopo gli studi
scientifici, Westerman diventa giornalista freelance, inviato là dove le
contraddizioni verità che l’autore ha scoperto in Osip Mandel’stam, il grande
poeta russo, finito tragicamente, che durante il suo viaggio in Armenia, negli
anni Trenta, aveva scritto: «Ho sviluppato in me un sesto senso, si chiama
Ararat:
il senso di attrazione di una montagna». In questo libro Westerman declina le
ragioni e le manifestazioni di questo 'sesto senso', attraverso la reinvenzione
dei suoi sedimenti personali, un’attenta ricerca su tutti i significati che nel
tempo sono stati necessari all’uomo per spiegare la montagna che nel libro della
Genesi viene indicata come il luogo di approdo dell’Arca di Noè: «Nel settimo
mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat
». Westerman indaga non solo intorno a questo mistero, ma soprattutto alla
possibilità di pregare che da vent’anni sembra aver perduto. Per cui quello che
compie all’Ararat,
tra le storie dei Cercatori dell’Arca e quelle delle origini della Leggenda del
Diluvio Universale, tra le tensioni sociali che sono forti nelle terre guardate
dalla montagna (la questione armena e l’identità curda), è una sorta di
pellegrinaggio in se stesso per ritrovare una propria dimensione personale della
preghiera, accomunato in questo dal destino di Ka, il protagonista di uno dei
romanzi più intesi del premio Nobel per la letteratura Pamuk. Westerman rilegge
e ridiscute il senso di ascesa spirituale del protagonista del romanzo,
rimanendo affascinato di come le loro posizioni risultino vicine.
Anche per lui «la fede
era una faccenda personale, quel che contava era la contemplazione, non la
ricerca di conforto in altri che la pensano allo stesso modo». È un libro questo
in cui anche il lettore è chiamato a fare la sua parte, a mettersi in gioco, a
salire simbolicamente verso l’Ararat con
l’autore, a partecipare ad una tessitura la stessa di cui precisa Westerman:
«Nella stesura di questo libro, ho finito per immaginare la vicenda del diluvio
come un enorme tappeto ancora steso sul telaio», iniziato dagli antichi poeti
della Mesopotamia, ripreso dai sacerdoti monoteisti e ancora in lavorazione. Un
tappeto che continua ad essere ricamato sugli stessi temi, tanto che Westerman
dice di aver anche lui voluto «prendere parte alla tessitura di qualcosa
destinato a durare più a lungo di me».
DI FULVIO PANZERI
È si fanno più
stringenti, come in Serbia durante gli anni della guerra, fino alla Russia, dal
1997 al 2002, tanto che durante il soggiorno a Mosca ha lavorato al saggio che
gli avrebbe dato la notorietà:
Ingegneri di
anime (tradotto in italiano da
Feltrinelli), in cui esplora, sulla base di ricerche documentarie e su
un’analisi della letteratura sovietica, le grandiose e folli opere di intervento
di Stalin sulla natura e sugli uomini. Proprio negli ultimi anni del suo
soggiorno in Russia arriva a ritrovare il fascino dell’Ararat,
la montagna biblica, che tanto lo ha affascinato da bambino. Siamo nel novembre
1999 durante un viaggio in Armenia, a Erevan, dove ha una curiosa sensazione: «A
Erevan non puoi fare niente senza che l’Ararat
ti guardi. La cosa mi rendeva irrequieto e mi veniva la tentazione di starmene
tutto il tempo seduto in terrazza a ricambiare lo sguardo. 'Masis', lo
chiamavano gli armeni o anche 'Montagna Madre', per via di quel perfetto cono
vulcanico sul fianco che le era uscito». È lì che ritorna il desiderio di questa
montagna dello spirito: «La vista dell’Ararat
mi aveva fatto riaffiorare quella sensazione un po’ da scialuppa di salvataggio.
E fu proprio lì, in Armenia, che mi venne il desiderio di scalare l’Ararat
della Bibbia e di posare il piede sopra le sue distese di ghiaccio». Ne è nato
questo libro affascinante e profondo, un viaggio di ricerca spirituale, quando
la fede sembra essersi allontanata e improvvisamente sembra ritornare ad essere
luce nella propria esperienza personale. Ed è un’esperienza, quella raccontata
nel libro, che alterna i ricordi personali dell’infanzia dell’autore al viaggio
che ha intrapreso e alle storie che ha incontrato, che si nutre di una
Frank Westerman
ARARAT
Iperborea. Pagine 314.
Euro
17 ,00
narrativa straniera
Tra reportage e letteratura, dallo scrittore
olandese un itinerario fisico, spirituale, letterario e politico sull’Ararat,
sulle tracce di Noè e Pamuk.
Sul monte al confine tra Turchia e Armenia, visto
nell’infanzia.
Tra Verbania e Milano
A Verbania, venerdì 25 giugno, dalle 17.45 alle
18.45, al Parco di Villa Pariani, Frank Westerman (nella foto) dialoga con Luigi
Mascheroni su: «Alla conquista del monte Ararat:
una sfida fisica e spirituale». Sabato 26, invece, al Parco Sempione di Milano,
per il Nordic Festival Ragnarock, alle ore 19 in Piazza del Cannone, Westerman
presenterà il romanzo «Ararat»
(Iperborea). |