|
CASI
STORICI Si chiama Varvar e aveva 6 anni quando fu deportata: ora esce il
diario in cui racconta com'è scampata al genocidio.
Tutto comincia nel 1915 a
Ulas, un piccolo villaggio: qui arrivano i soldati turchi e cominciano arresti,
saccheggi, violenze di ogni tipo. Anche suo padre venne fucilato
Di
Anna Maria Brogi
«Io
ero disperata: non comprendevo perché di punto in bianco tutti si fossero messi
a piangere senza che qualcuno si fosse fatto male». È con la logica stringente
dei sei anni che Varvar - la Scintillante - racconta la straordinaria storia
della deportazione degli armeni. Straordinaria come lo è la vita che ti
sorprende nella prima infanzia, e ti fa credere che quello che ti circonda - la
mamma, il papà, la grande famiglia, il villaggio - sia il mondo intero e che
ogni nuovo accadimento sia sottomesso alla legge delle fiabe. «Ora anch'io
sentivo un pericolo imminente - scrive Varvar, dopo la fucilazione del padre che
crede partito per uno dei suoi viaggi -, qualcosa di terribile che si avvicinava
alla nostra casa». Scritto a più riprese in francese e in armeno, negli ultimi
quindici anni di vita della protagonista dal 1974 al 1989 - e pubblicato ora a
cura della figlia Alice Tachdjian con il titolo Pietre sul cuore. Diario di
Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni (Sperling & Kupfer,
200 pagine, 15 euro) -, questa sorta di diario a posteriori conserva la
freschezza dell'infanzia. Una memoria tragica per oltre mezzo secolo inespressa,
perché quasi indicibile, e poi finalmente articolata in fitte pagine di
quaderno (in parte scritte nella lingua madre, l'armeno) di cui neppure i
familiari erano a conoscenza. Siamo nel 1915 a Ulas, piccolo paese dell'Armenia:
«Conservo ancora, fissato nella memoria come una fotografia a colori, il
ricordo del mio bellissimo villaggio». Un'atmosfera magica bruscamente spezzata
dall'irruzione dei soldati turchi: «Arresti, incendi, saccheggi, fucilazioni -
si spiegherà l'adulta -. Tutto pareva ondeggiare attorno a me: la casa, i
campi, il cielo e le foglie degli alberi del mio amato giardino avevano perso il
loro colore». Rastrellati e fucilati gli uomini, i gendarmi svuotano il
villaggio. Radunano donne, vecchi e bambini e davanti a loro fucilano i
congiunti più cari. È una testimonianza lucida, puntuale, quella di Varvar. Ma
è inutile cercarvi l'orrore. L'unico raccapriccio viene dall'adulta, o forse
dalla figlia che ne ha ricomposto le memorie. «Le madri svenivano, vedendo i
loro figli trucidati. Mia madre mi coprì gli occhi con la mano». Da questa
tenerezza filtrano, registrate ma emerse alla coscienza solo dopo molti anni, le
scene tremende del genocidio: le violenze, avvenute accanto a lei, sulla sorella
maggiore e sulle altre ragazze nei giorni interminabili di marcia. «Attraverso
le dita di mia madre che convulsamente cercava di coprirmi gli occhi, vidi
spaventose, ripetute scene di stupri, che compresi appieno solamente molto più
tardi». Ma all'io bambino restano impressi soprattutto la fame, la stanchezza e
il comportamento talvolta inspiegabile della madre. «Mi si avvicinò e, senza
aprire bocca, mi strinse forte e pianse convulsamente, fissandomi a lungo negli
occhi, come se non mi avesse mai vista prima di allora». «O come se non
dovesse vedermi mai più», si spiegherà l'adulta. È il momento della
separazione, ma Varvar non lo sa. Lei seguirà la zia che riesce a eludere la
sorveglianza dei soldati. Il dramma, per i suoi sei anni, si compie quando una
famiglia turca pretende le sue scarpe di vernice nera: «Non le avrei date per
nulla al mondo; per cui cominciai a gridare, a dibattermi e a scalciare». Solo
a quel punto intuisce il suo destino: la madre sembra averla abbandonata e la
zia, apparentemente, non vuole difenderla. Un amico turco, legato alla famiglia
da un debito di riconoscenza, salverà Varvar e la zia facendole ricongiungere
al fratello di Varvar, fuggito in precedenza. Saranno, loro tre, fra i pochi
scampati allo sterminio pianificato dal governo nazionalista turco: oltre un
milione e mezzo di armeni massacrati e mezzo milione di dispersi. Annientati i
tre quarti della popolazione.
|