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La
Puglia tra i primi approdi del popolo che ha conosciuto il primo genocidio del
XX secolo.
Chi
erano, chi sono gli Armeni? Pochi italiani, ed europei, ne sanno qualcosa.
Malgrado che questo popolo anatolico sia stato vittima di uno dei più atroci
genocidi della storia, tra il 1915 e il 1918: il governo ottomano dei «Giovani
Turchi» ne trucidò un milione e mezzo. Fatte le debite proporzioni, sono forse
ancor meno i baresi, e i pugliesi, consapevoli del fatto che una colonia armena
di almeno cento persone ebbe un suo «villaggio» nel capoluogo regionale.
Di
certo, la loro persecuzione, in Anatolia e nel resto dell'Impero Ottomano, fu
probabilmente il primo esempio in epoca moderna di sistematica soppressione di
una minoranza etnico-religiosa. Un genocidio che le autorità turche di allora,
come di oggi, non hanno mai voluto riconoscere. Nacque non solo dall' ideologia,
palesemente razzista, del sedicente Partito progressista dei Giovani Turchi, ma
anche dalle mai risolte contrapposizioni religiose tra i mussulmani ottomani e
curdi e la minoranza cristiana armena, la cui Chiesa nacque appena trecento anni
dopo la crocifissione di Gesù Cristo (tanto che è stata festeggiata nel 2001
dal Papa, recatosi a Ierevan, capitale dell'attuale piccola Armenia
indipendente).
Negli
anni successivi al 1915 migliaia di Armeni fuggirono per cercare scampo. Misero
radici più o meno solide anche in Italia; e la Puglia, per ovvie ragioni
geografiche, fu uno dei primi approdi. Cosicché a Bari, nell'attuale via
amendola, quartiere San Pasquale, lungo un vecchio muro di tufo, si apre un
cancello. Da questo varco s'accede ad un vialetto che porta all'Istituto delle
Suore Clarisse Francescane. Sulle colonne del cancello si legge, a destra, in
caratteri latini, la scritta «Nor Arax», ripresa sulla colonna sinistra in
caratteri dell'alfabeto armeno: significa «Nuovo Araxes», nome di un fiume che
scorre tra Armenia, Turchia e Iran. C'è anche la data dell'inaugurazione: 1926.
E infatti ai lati del vialetto s'intravedono, tra una fitta vegetazione, quattro
delle sei costruzioni nelle quali quasi ottant'anni fa trovarono ospitalità gli
Armeni «baresi». ancora oggi sono abitate dai alcuni loro discendenti,
integratisi nella vita cittadina (sebbene che la maggior parte di loro, come
quelli approdati nel resto d'Italia, dopo le leggi razziali mussoliniane cercò
asilo in altri Paesi).
I
rari documenti sugli Armeni di Bari sono conservati negli archivi dell'Istituto
pugliese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea, diretto
dal professor Vito Antonio Leuzzi. Sembra di rileggere le cronache del sbarco
degli albanesi avvenuto a Bari nel 1991. Nel 1924 le prime navi stracolme di
Armeni approdarono nel porto del capoluogo. Provenivano dai campi profughi greci
di Atene e Salonicco, dove avevano trovato rifugio due anni prima, dopo essere
fuggiti alle stragi di Smirne.
La
loro accoglienza era stata organizzata dal poeta armeno Hrand Nazarianz, esule a
Bari già dal 1913 perché in patria era stato condannato a morte dai turchi. a
partire dal 1915 l'intellettuale era riuscito a sensibilizzare il governo
italiano e quello delle altre potenze occidentali. I fondi necessari per
realizzare il villaggio furono garantiti soprattutto dall'associazione nazionale
degli interessi nel Mezzogiorno (ANIMI), fondata da Umberto Zanotti- Bianco, e
dal Circolo filologico barese, diretto da Carlo Maranelli, geografo di origine
napoletana.
In
un primo momento i profughi furono collocati nel capannone vicino ad una
fabbrica di tappeti, dove si mostrarono all'altezza della loro fama di
tessitori. Nel 1926 il ministro Luzzato garantì loro sei padiglioni di tipo «Docher»,
posti su un terreno acquistato dall'ANIMI in via Capurso, poi diventata via
Amendola. Nel 1927 l'Acquedotto pugliese donò una fontana garantendo l'acqua
potabile. All'inaugurazione parteciparono tutte le massime autorità
istituzionali ed ecclesiasaiche dell'epoca. Quella gente, di fede
cristiano-ortodossa, dal punto di vista religioso faceva capo alla Chiesa Russa,
costruita al rione Carrassi agli inizi del XX secolo con un contributo dello zar
Nicola II.
Dagli
Armeni, i pugliesi impararono l'arte di tessere i tappeti orientali, tanto che
quelli prodotti a Bari furono acquistati da re Faruk, da Pio XI, dalla regina
Elena e da diversi enti, come la Banca d'Italia e l'acquedotto. Nel Dopoguerra,
su quella scia, nacquero anche scuole di tessitura in Calabria e ad Oria
(Brindisi).
Oggi
la storia dei profughi giunti a Bari è stata dimenticata. Come è stato
dimenticato che ancor prima gli Armeni in Italia avevano già radici. Fin dal
tempo dei Romani, fra gli Armeni e la Penisola vi erano stati numerosi rapporti,
spesso di guerre ma non solo: Nerone invitò il re Tiridate I a recarsi a Roma
nel 66 d.C. per incoronarlo solennemente nel Foro. «A Bari i primi Armeni - ha
scritto Giorgio Otranto, professore di Storia del Cristianesimo antico
nell’ateneo barese - erano arrivati durante la riconquista bizantina, negli
ultimi decenni del X secolo; agli inizi del secolo successivo, un chierico
armeno di nome Mosè aveva fatto costruire la chiesa di San Giorgio, ... nei
pressi della Corte del Catapano. Presenze armene sono attestate per lo stesso
periodo a Ceglie del Campo e, per il XIV secolo, a Taranto». Vi furono in
quest'ultimo periodo intensi rapporti culturali e commerciali anche con Venezia,
Livorno e Roma. E ancora oggi si possono trovare interessanti testimonianze
dell'epoca: ad esempio, in Puglia, le chiese di S. Andrea de Armenis a Taranto e
S. Georgius de Armenis a Bari.
Attualmente
la diaspora armena in Italia è composta da poche migliaia di persone impegnate
nei vari campi e che vivono soprattutto a Venezia, Padova, Milano e Roma. E a
Bari? Pochissimi. Ci resta però la testimonianza di Zanotti-Bianco sulla vita a
«Nor Arax»: «Donne e bimbe lavorano su grandi telai… Forse in questo
silenzio si vive di cose morte che soverchiano il presente e si protendono
feroci sull'avvenire».
©2005
Marco Brando; articolo pubblicato su «Corriere della sera - Corriere del
Mezzogiorno» del 22/10/2003.
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