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Un
film sul genocidio del popolo armeno, compiuto dagli ottomani nel
1915, scatena la reazione dei turchi e ripropone il problema del
riconoscimento internazionale, mai avvenuto, di un fatto storico
accertato.
Nei prossimi mesi i bambini turchi dovranno fare a meno dei film
della Walt Disney. Nessuno li porterà a vedere il recente "Monsters
and Co.", né "Lilo e Stitch", il nuovissimo
cartone animato Disney che esce in questi giorni negli Stati
uniti. Il castigo dei bambini turchi non dipende tanto dalla loro
esuberanza, quanto piuttosto dal vivace nazionalismo che si
respira in famiglia. Se i genitori turchi aderiranno in massa
all’ennesimo boicottaggio in nome dell’orgoglio nazionale, ne
faranno le spese anche i classici in videocassetta e dvd. Ma ce n'è
anche per i più grandi. La Disney, attraverso la divisione
Miramax, ha prodotto o distribuito anche film come Amélie, La
stanza del figlio, In the bedroom, il Diario di Bridget Jones:
tutti boicottati. Le contestazioni contro la Disney, infatti, non
partono da Pisolo, Mammolo o Jafar, ma da un film "per i
grandi" prodotto dalla Miramax. Un film che - secondo il
testo di una petizione che gira in questi giorni in Turchia e tra
le comunità turche nel mondo - «fomenta l'odio». «Mi chiedo -
si legge nel testo di una delle lettere di protesta inviate ai
vertici della Disney - perché abbiate deciso di ignorare una
nazione di 70 milioni di persone».
Il
film fa riferimento al genocidio del popolo armeno da parte
dell'esercito ottomano. Secondo gli armeni, il primo genocidio del
Novecento.
La Turchia nega che l'Impero ottomano, del quale è storicamente
erede, si sia mai macchiato di quel crimine. Ma riconosce, citando
i documenti dell'archivio dell'Impero ottomano, che durante la
prima guerra mondiale almeno 300 mila armeni sono stati uccisi nel
corso di una violenta deportazione delle popolazioni armene verso
le zone interne dell'Anatolia. Riconosce che altre migliaia di
armeni morirono di fame, di sete e di malattie a causa delle
deportazioni, ordinate per impedire agli armeni di allearsi con la
nemica russia. Ma nega il genocidio, nega che le classi dirigenti
dell'Impero ottomano, che hanno poi dato vita allo stato turco,
abbiano concepito un'azione volta a far sparire il popolo armeno
dalla faccia della terra.
Il
film al centro delle polemiche, diretto dal canadese di origine
armena Atom Egoyan, è stato presentato a Cannes lo scorso 20
maggio e sarà in distribuzione in Italia in autunno. La campagna
contro la realizzazione e la produzione del film, invece, era
cominciata un anno prima, quando ancora nessuno (neppure il
regista) aveva visto il film. Che, però, è presentato dal
distributore italiano Bim come "un'epica del genocidio
armeno". Benzina sul fuoco del nazionalismo turco. A febbraio
il quotidiano Le Monde annunciava l'intenzione del governo turco
di promuovere un'azione legale contro il film, una notizia
smentita dal governo, che tuttavia per bocca dell'ambasciatore in
Canada Ehran Ogut giudicava "comprensibile" la campagna
contro il film promossa da gruppi filo-turchi. A Cannes Egoyan ha
chiesto di non essere in competizione per la palma d'oro, «perché
- ha detto - il film si confronta con un pezzo di storia finora
ignorato dal cinema, e perché è già stato sottoposto a troppe
condanne: sarebbe eccessivo esporlo a un'altra competizione».
Sarebbe stato eccessivo pretendere dal regista, e dalle tante
persone di origine armena che hanno partecipato al film, un
livello di imparzialità che tenesse buoni i turchi: «Personalmente
- sostiene Egoyan - non ho dubbi che quei fatti terribili siano
avvenuti. Esiste una enorme quantità di ricerche storiche, fatte
da governi come quello francese, quello greco e dall'Unione
europea. Per quanto mi riguarda non c'è niente da dibattere, è
un dato storico accertato». Il film, se non altro, è destinato a
riaprire la questione, a richiamare l'attenzione internazionale su
un fatto storico che gli armeni giudicano poco contemplato
rispetto alle altre tragedie del Novecento.
Ma
la battaglia per il riconoscimento pubblico del genocidio armeno
non si combatte solo ai botteghini del cinema. I discendenti dei
sopravvissuti ai massacri hanno dato vita ad organizzazioni così
forti che negli Stati uniti si parla ormai di una consistente
lobby armena. Al punto che il 24 aprile di ogni anno è
consuetudine il discorso di commemorazione del Presidente per le
vittime armene. È il giorno in cui gli armeni celebrano
l'anniversario dell'inizio delle persecuzioni, nel 1915. Ma gli
armeni chiedono di più. Il presidente Bush nel discorso
dell'ultima commemorazione ha parlato di «esilio forzato e
annientamento di un milione e mezzo di esseri umani» e di «una
delle più grosse tragedie della storia», ma l'obiettivo che le
comunità armene degli Stati uniti e negli altri Paesi è che
quelle violenze vengano qualificate nero su bianco, dal Congresso
e dal Presidente, come genocidio. E ciò, nonostante il fatto che
la Turchia sia oggi uno degli alleati-chiave dello scacchiere
militare statunitense.
Avevano sfiorato l'obiettivo due anni fa, quando Bill Clinton
intervenne direttamente sul calendario del parlamento per
cancellare un dibattito che avrebbe portato a un voto sul
riconoscimento del genocidio e, incidentalmente, a una crisi
diplomatica che il governo turco non avrebbe certo risparmiato,
come dimostra la reazione turca all'iniziativa francese di
riconoscere il genocidio in un testo di legge, nel '98. Negli Usa
la campagna armena prosegue con una raccolta fondi tra gli armeni
d'America che punta all'inaugurazione nel 2007 di un museo da 75
milioni di dollari, tutto dedicato al genocidio degli armeni. La
sede esiste già, a Washington, a due passi dalla Casa bianca e
non troppo lontano dal museo dell'olocausto. Ma mentre il museo
dell'olocausto è stato voluto da tutti e ricorda una tragedia
riconosciuta in primo luogo dai suoi esecutori, il nuovo museo
suscita le perplessità di politici e studiosi. Ai primi appare
chiaro come l'idea del museo non aiuti il dialogo e la
riconciliazione tra turchi ed armenie rischi al contrario di
essere percepito dai turchi, anche dai turchi che risiedono negli
Stati uniti, come una provocazione. I secondi, ponendo una
questione di metodo, contestano che si possa chiamare museo quello
che in sostanza diverrebbe lo strumento di una battaglia politica,
anche se ritenuta legittima da numerosi storici.
L'impegno
delle comunità armene nel mondo per il riconoscimento pubblico
del genocidio si è andato rafforzando negli anni più recenti.
Man mano che passano gli anni e si disperde la memoria dei
testimoni oculari, sono le nuove generazioni a rilanciare la
causa. Ovunque le comunità armene collezionano dichiarazioni
ufficiali sul genocidio armeno: enti locali, associazioni,
parlamenti sono stati mobilitati per riconoscere il genocidio e
promuoverne la memoria. Metà dei parlamenti statali Usa,
l'Assemblea nazionale canadese, i Parlamenti cipriota, russo,
argentino, libanese, belga, svedese e quello italiano hanno
contemplato nei loro documenti il genocidio armeno. L'impegno
delle comunità armene in Italia ha portato negli ultimi
cinque anni all'approvazione di documenti che riconoscono il
genocidio in non meno di quaranta enti locali. Se ne occupa un
gruppo costituitosi spontaneamente alcuni anni fa, ancora in fase
di consolidamento, che comunque attraverso le sue attività e le
sue pubblicazioni ricrea l’attaccamento a una identità
culturale forte, che continua a perfezionare i suoi contorni man
mano che si tenta di riannodare i fili di un’identità strappata
dalla violenza quasi un secolo fa. Malcolm Angelucci ha seguito le
attività della giovane comunità armena di Roma per un anno, tra
il 1999 e il 2000, per scrivere la sua tesi di laurea in
antropologia, venendo a contatto con «un gruppo che aveva da poco
intrapreso la strada di un consolidamento delle proprie strutture
organizzative e si proponeva, per mezzo di una serie di attività,
di rinnovare l’interesse dei suoi membri per la propria cultura
di origine, per la storia del proprio popolo, per la propria
appartenenza etnica». La comunità armena di Roma è riuscita
faticosamente a censire non più di 1200 persone nella capitale,
partendo dai frequentatori del polo culturale della chiesa armena
di San Nicola da Tolentino, espandendo l’indirizzario degli
armeni di Roma, contattando persone che avevano quasi dimenticato
la loro discendenza e tentando di coinvolgerle. Giunti a Roma
attraverso le strade più diverse, gran parte delle persone che
dal ’98 in poi si sono date appuntamento nella sede della
Comunità, a due passi da piazza Barberini, ricorda di avere
ascoltato da nonni e genitori le testimonianze del trauma della
persecuzione ottomana. Robert Attarian vive a Roma da diversi
anni, ma è nato a Beirut. Aggiorna frequentemente il sito della
comunità di Roma, lo arricchisce di documenti storici, link alle
pagine di altre comunità del mondo, di articoli usciti sulla
stampa di tutta Italia. Sua sorella vive in Libano, suo fratello
si è stabilito nella Repubblica Armena, i suoi cugini vivono in
Grecia, Danimarca, Stati uniti, Canada. L’impatto della
deportazione forzata sulla generazione di suo nonno, che nella sua
famiglia era tra i pochi ad essere nato in Armenia e che è
scampato al peggio rifugiandosi in Siria e poi in Libano, è stato
tale da catapultare i discendenti ai quattro angoli del pianeta. E
la situazione di Robert, che per forza di cose parla non meno di
sei lingue compreso l’armeno, è abbastanza frequente tra gli
armeni. «Appena posso, parlo armeno. In presenza di qualcuno che
comprende la mia lingua non posso sprecare l’occasione di
parlare armeno, anche se mi dispiace per quelli che sono lì in
quel momento e non capiscono». Parte del bollettino realizzato
dai giovani della comunità armena di Roma è scritto in armeno e
la pagina dei link dedicati alle comunità armene del mondo
trabocca di serie di indirizzi internet divisi per argomenti
specifici: la storia, la musica, la cucina, la letteratura. Di
mestiere, Robert fa l’assicuratore, ma la sua passione è tenere
vivo il fuoco dell’identità culturale degli armeni di Roma. La
comunità romana, come quella di Milano e delle altre città del
mondo, vive di un attivismo nuovo, alimentato dal bisogno di dare
vita a una memoria pubblica di eventi finora custoditi da famiglie
troppo impegnate a cercare una terra che li accogliesse. Una
memoria congelata in attesa di tempi migliori, tempi che
consentissero di elaborare i lutti e le umiliazioni e tentare di
offrire all’umanità l’esempio di una paziente ricostruzione
della verità, di una costante e dignitosa rivendicazione di una
verità pubblica a dispetto delle convenienze politiche, dei
calcoli della geopolitica, di pressioni intimidatorie e della
tentazione di dimenticare tutto solo per pigrizia.
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