"GLI ARMENI - LA STRAGE NEGATA”  di Gaetano Prisciantelli (Modus Vivendi 06/2002)

Un film sul genocidio del popolo armeno, compiuto dagli ottomani nel 1915, scatena la reazione dei turchi e ripropone il problema del riconoscimento internazionale, mai avvenuto, di un fatto storico accertato.

Nei prossimi mesi i bambini turchi dovranno fare a meno dei film della Walt Disney. Nessuno li porterà a vedere il recente "Monsters and Co.", né "Lilo e Stitch", il nuovissimo cartone animato Disney che esce in questi giorni negli Stati uniti. Il castigo dei bambini turchi non dipende tanto dalla loro esuberanza, quanto piuttosto dal vivace nazionalismo che si respira in famiglia. Se i genitori turchi aderiranno in massa all’ennesimo boicottaggio in nome dell’orgoglio nazionale, ne faranno le spese anche i classici in videocassetta e dvd. Ma ce n'è anche per i più grandi. La Disney, attraverso la divisione Miramax, ha prodotto o distribuito anche film come Amélie, La stanza del figlio, In the bedroom, il Diario di Bridget Jones: tutti boicottati. Le contestazioni contro la Disney, infatti, non partono da Pisolo, Mammolo o Jafar, ma da un film "per i grandi" prodotto dalla Miramax. Un film che - secondo il testo di una petizione che gira in questi giorni in Turchia e tra le comunità turche nel mondo - «fomenta l'odio». «Mi chiedo - si legge nel testo di una delle lettere di protesta inviate ai vertici della Disney - perché abbiate deciso di ignorare una nazione di 70 milioni di persone».

Il film fa riferimento al genocidio del popolo armeno da parte dell'esercito ottomano. Secondo gli armeni, il primo genocidio del Novecento.
La Turchia nega che l'Impero ottomano, del quale è storicamente erede, si sia mai macchiato di quel crimine. Ma riconosce, citando i documenti dell'archivio dell'Impero ottomano, che durante la prima guerra mondiale almeno 300 mila armeni sono stati uccisi nel corso di una violenta deportazione delle popolazioni armene verso le zone interne dell'Anatolia. Riconosce che altre migliaia di armeni morirono di fame, di sete e di malattie a causa delle deportazioni, ordinate per impedire agli armeni di allearsi con la nemica russia. Ma nega il genocidio, nega che le classi dirigenti dell'Impero ottomano, che hanno poi dato vita allo stato turco, abbiano concepito un'azione volta a far sparire il popolo armeno dalla faccia della terra.

Il film al centro delle polemiche, diretto dal canadese di origine armena Atom Egoyan, è stato presentato a Cannes lo scorso 20 maggio e sarà in distribuzione in Italia in autunno. La campagna contro la realizzazione e la produzione del film, invece, era cominciata un anno prima, quando ancora nessuno (neppure il regista) aveva visto il film. Che, però, è presentato dal distributore italiano Bim come "un'epica del genocidio armeno". Benzina sul fuoco del nazionalismo turco. A febbraio il quotidiano Le Monde annunciava l'intenzione del governo turco di promuovere un'azione legale contro il film, una notizia smentita dal governo, che tuttavia per bocca dell'ambasciatore in Canada Ehran Ogut giudicava "comprensibile" la campagna contro il film promossa da gruppi filo-turchi. A Cannes Egoyan ha chiesto di non essere in competizione per la palma d'oro, «perché - ha detto - il film si confronta con un pezzo di storia finora ignorato dal cinema, e perché è già stato sottoposto a troppe condanne: sarebbe eccessivo esporlo a un'altra competizione». Sarebbe stato eccessivo pretendere dal regista, e dalle tante persone di origine armena che hanno partecipato al film, un livello di imparzialità che tenesse buoni i turchi: «Personalmente - sostiene Egoyan - non ho dubbi che quei fatti terribili siano avvenuti. Esiste una enorme quantità di ricerche storiche, fatte da governi come quello francese, quello greco e dall'Unione europea. Per quanto mi riguarda non c'è niente da dibattere, è un dato storico accertato». Il film, se non altro, è destinato a riaprire la questione, a richiamare l'attenzione internazionale su un fatto storico che gli armeni giudicano poco contemplato rispetto alle altre tragedie del Novecento.

Ma la battaglia per il riconoscimento pubblico del genocidio armeno non si combatte solo ai botteghini del cinema. I discendenti dei sopravvissuti ai massacri hanno dato vita ad organizzazioni così forti che negli Stati uniti si parla ormai di una consistente lobby armena. Al punto che il 24 aprile di ogni anno è consuetudine il discorso di commemorazione del Presidente per le vittime armene. È il giorno in cui gli armeni celebrano l'anniversario dell'inizio delle persecuzioni, nel 1915. Ma gli armeni chiedono di più. Il presidente Bush nel discorso dell'ultima commemorazione ha parlato di «esilio forzato e annientamento di un milione e mezzo di esseri umani» e di «una delle più grosse tragedie della storia», ma l'obiettivo che le comunità armene degli Stati uniti e negli altri Paesi è che quelle violenze vengano qualificate nero su bianco, dal Congresso e dal Presidente, come genocidio. E ciò, nonostante il fatto che la Turchia sia oggi uno degli alleati-chiave dello scacchiere militare statunitense.
Avevano sfiorato l'obiettivo due anni fa, quando Bill Clinton intervenne direttamente sul calendario del parlamento per cancellare un dibattito che avrebbe portato a un voto sul riconoscimento del genocidio e, incidentalmente, a una crisi diplomatica che il governo turco non avrebbe certo risparmiato, come dimostra la reazione turca all'iniziativa francese di riconoscere il genocidio in un testo di legge, nel '98. Negli Usa la campagna armena prosegue con una raccolta fondi tra gli armeni d'America che punta all'inaugurazione nel 2007 di un museo da 75 milioni di dollari, tutto dedicato al genocidio degli armeni. La sede esiste già, a Washington, a due passi dalla Casa bianca e non troppo lontano dal museo dell'olocausto. Ma mentre il museo dell'olocausto è stato voluto da tutti e ricorda una tragedia riconosciuta in primo luogo dai suoi esecutori, il nuovo museo suscita le perplessità di politici e studiosi. Ai primi appare chiaro come l'idea del museo non aiuti il dialogo e la riconciliazione tra turchi ed armenie rischi al contrario di essere percepito dai turchi, anche dai turchi che risiedono negli Stati uniti, come una provocazione. I secondi, ponendo una questione di metodo, contestano che si possa chiamare museo quello che in sostanza diverrebbe lo strumento di una battaglia politica, anche se ritenuta legittima da numerosi storici.

L'impegno delle comunità armene nel mondo per il riconoscimento pubblico del genocidio si è andato rafforzando negli anni più recenti. Man mano che passano gli anni e si disperde la memoria dei testimoni oculari, sono le nuove generazioni a rilanciare la causa. Ovunque le comunità armene collezionano dichiarazioni ufficiali sul genocidio armeno: enti locali, associazioni, parlamenti sono stati mobilitati per riconoscere il genocidio e promuoverne la memoria. Metà dei parlamenti statali Usa, l'Assemblea nazionale canadese, i Parlamenti cipriota, russo, argentino, libanese, belga, svedese e quello italiano hanno contemplato nei loro documenti il genocidio armeno. L'impegno  delle comunità armene in Italia ha portato negli ultimi cinque anni all'approvazione di documenti che riconoscono il genocidio in non meno di quaranta enti locali. Se ne occupa un gruppo costituitosi spontaneamente alcuni anni fa, ancora in fase di consolidamento, che comunque attraverso le sue attività e le sue pubblicazioni ricrea l’attaccamento a una identità culturale forte, che continua a perfezionare i suoi contorni man mano che si tenta di riannodare i fili di un’identità strappata dalla violenza quasi un secolo fa. Malcolm Angelucci ha seguito le attività della giovane comunità armena di Roma per un anno, tra il 1999 e il 2000, per scrivere la sua tesi di laurea in antropologia, venendo a contatto con «un gruppo che aveva da poco intrapreso la strada di un consolidamento delle proprie strutture organizzative e si proponeva, per mezzo di una serie di attività, di rinnovare l’interesse dei suoi membri per la propria cultura di origine, per la storia del proprio popolo, per la propria appartenenza etnica». La comunità armena di Roma è riuscita faticosamente a censire non più di 1200 persone nella capitale, partendo dai frequentatori del polo culturale della chiesa armena di San Nicola da Tolentino, espandendo l’indirizzario degli armeni di Roma, contattando persone che avevano quasi dimenticato la loro discendenza e tentando di coinvolgerle. Giunti a Roma attraverso le strade più diverse, gran parte delle persone che dal ’98 in poi si sono date appuntamento nella sede della Comunità, a due passi da piazza Barberini, ricorda di avere ascoltato da nonni e genitori le testimonianze del trauma della persecuzione ottomana. Robert Attarian vive a Roma da diversi anni, ma è nato a Beirut. Aggiorna frequentemente il sito della comunità di Roma, lo arricchisce di documenti storici, link alle pagine di altre comunità del mondo, di articoli usciti sulla stampa di tutta Italia. Sua sorella vive in Libano, suo fratello si è stabilito nella Repubblica Armena, i suoi cugini vivono in Grecia, Danimarca, Stati uniti, Canada. L’impatto della deportazione forzata sulla generazione di suo nonno, che nella sua famiglia era tra i pochi ad essere nato in Armenia e che è scampato al peggio rifugiandosi in Siria e poi in Libano, è stato tale da catapultare i discendenti ai quattro angoli del pianeta. E la situazione di Robert, che per forza di cose parla non meno di sei lingue compreso l’armeno, è abbastanza frequente tra gli armeni. «Appena posso, parlo armeno. In presenza di qualcuno che comprende la mia lingua non posso sprecare l’occasione di parlare armeno, anche se mi dispiace per quelli che sono lì in quel momento e non capiscono». Parte del bollettino realizzato dai giovani della comunità armena di Roma è scritto in armeno e la pagina dei link dedicati alle comunità armene del mondo trabocca di serie di indirizzi internet divisi per argomenti specifici: la storia, la musica, la cucina, la letteratura. Di mestiere, Robert fa l’assicuratore, ma la sua passione è tenere vivo il fuoco dell’identità culturale degli armeni di Roma. La comunità romana, come quella di Milano e delle altre città del mondo, vive di un attivismo nuovo, alimentato dal bisogno di dare vita a una memoria pubblica di eventi finora custoditi da famiglie troppo impegnate a cercare una terra che li accogliesse. Una memoria congelata in attesa di tempi migliori, tempi che consentissero di elaborare i lutti e le umiliazioni e tentare di offrire all’umanità l’esempio di una paziente ricostruzione della verità, di una costante e dignitosa rivendicazione di una verità pubblica a dispetto delle convenienze politiche, dei calcoli della geopolitica, di pressioni intimidatorie e della tentazione di dimenticare tutto solo per pigrizia.