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STORIA
Un drammatico episodio del primo genocidio del '900 ricostruito su documenti
inediti
Mussa Dagh, ferita armena
Il «monte
di Mosč» divenne la roccaforte del popolo in fuga dai turchi La vicenda fu
narrata anche dallo scrittore Franz Werfel
Di Gianni Santamaria
A bordo
dell'incrociatore francese Guichen un uomo chiude gli occhi per sempre nella
notte tra il 14 e il 15 settembre 1915. Č Hapet Vanaian, un armeno ferito nei
giorni precedenti in uno scontro a fuoco con i turchi avvenuto sul Mussa Dagh,
la Montagna di Mosč. Hapet č uno dei diciotto eroi che hanno perso la vita nel
riuscito tentativo di scampare alla deportazione - che significava uccisione -
perpetrata ai danni degli armeni da parte dell'Impero ottomano. Resistettero in
alcune migliaia, i residenti nei villaggi della zona, poi fuggiti sulle navi
anglo-francesi. Ma Hapet č anche parte di quella schiera di un milione e mezzo
di trucidati nel terribile genocidio che ha aperto il secolo. Non č un
personaggio da romanzo. Fa parte dell'epopea vissuta de La vera storia del Mussa
Dagh (Guerini e Associati, pagine 160 euro 14) di Flavia Amabile e Marco Tosatti.
Hapet non č Gabriel Bagradian, il protagonista de I quaranta giorni del Mussa
Dagh, romanzo scritto dall'austro-ungarico Franz Wer fel nel 1934, che ha fatto
conoscere, sia pur in forma poetica, quella tragedia al mondo. Come anche le
fotografie di Armin T. Wenger. In questa minuziosa ricostruzione compiuta dai
due autori, entrambi giornalisti - che per passione si sono sobbarcati anche il
faticoso compito di imparare l'armeno, al fine di leggere e presentare al
lettore italiano documenti e testimonianze - quei giorni emergono come una
pagina corale, una «vera lotta di popolo». Un altro elemento che differenzia
storia e finzione letteraria č il peso del fattore religioso. Significativi
l'appoggio dei sacerdoti ai patrioti, l'appello al salvataggio «in nome di Dio»
lanciato ai comandanti delle navi che si trovassero a passare sulla costa,
l'attacco dei turchi mentre la gente č a Messa. Ma c'č di pił. Gli autori
leggono quel massacro, guardando all'oggi, come parte di un «assedio» e una «progressiva
erosione» della presenza cristiana a Est di Atene. «Č un'onda lunga, iniziata
molto tempo fa e che ha assunto un ritmo precipitoso a partire dalla seconda metą
del secolo XIX. Il genocidio armeno del 1915 ha impresso all'erosione
un'accelerazione determinante, con un effetto "domino" che non č
ancora terminato». L'importanza dell'Armenia sta, va ricordato, anche nel fatto
di essere stata il primo Stato al mondo a riconoscere il cristianesimo come
religione ufficiale (nel 301). L'oblio sul genocidio, almeno in Occidente, sta
comunque, finendo. Sempre pił sono i volumi e i dibattiti su di esso, per
merito di studiosi e della folta comunitą armena della diaspora che fa memoria
del Metz Yeghern, il Grande Male. Nella prefazione Vittorio Messori, dopo aver
elogiato i salvatori via nave del popolo del Mussa Dagh - francesi e inglesi - e
stigmatizzato l'indifferenza colpevole dei tedeschi (legati a filo doppio con la
Turchia), cerca di trovare i motivi del velo di silenzio steso su quei fatti,
per i quali sottolinea anche il valore attivo giocato dal fattore religioso. Ne
individua sostanzialmente due: l'im portanza strategica - lo vediamo in questi
giorni - della Turchia per Usa, Israele ed Europa (anche se l'Ue, come il Papa,
ha parlato di «genocidio armeno») e l'influsso della lobby ebraica Usa,
refrattaria a un possibile paragone tra Metz Yeghern e Shoah, che sminuirebbe
l'unicitą di quest'ultima (anche se molte voci si levano dal mondo ebraico in
favore del riconoscimento che un «genocidio armeno» c'č stato). Ad Ankara č
vietato parlarne e libri come quello di Vahakn Dadrian, che sostiene la
pianificazione del genocidio, sono vietati. In Francia non č prevista una legge
contro la sua negazione, come c'č invece per la Shoah. Si discute se di vero
genocidio si possa parlare. Commenta Messori: oltre un milione e mezzo di morti
su una popolazione di due milioni, sono «una percentuale dell'orrore che non ha
pari, in etą moderna, per alcun altro popolo».
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