Mussa Dagh, ferita armena -  "AVVENIRE" 06/04/03

STORIA
Un drammatico episodio del primo genocidio del '900 ricostruito su documenti inediti

Mussa Dagh, ferita armena

Il «monte di Mosč» divenne la roccaforte del popolo in fuga dai turchi La vicenda fu narrata anche dallo scrittore Franz Werfel

Di Gianni Santamaria

A bordo dell'incrociatore francese Guichen un uomo chiude gli occhi per sempre nella notte tra il 14 e il 15 settembre 1915. Č Hapet Vanaian, un armeno ferito nei giorni precedenti in uno scontro a fuoco con i turchi avvenuto sul Mussa Dagh, la Montagna di Mosč. Hapet č uno dei diciotto eroi che hanno perso la vita nel riuscito tentativo di scampare alla deportazione - che significava uccisione - perpetrata ai danni degli armeni da parte dell'Impero ottomano. Resistettero in alcune migliaia, i residenti nei villaggi della zona, poi fuggiti sulle navi anglo-francesi. Ma Hapet č anche parte di quella schiera di un milione e mezzo di trucidati nel terribile genocidio che ha aperto il secolo. Non č un personaggio da romanzo. Fa parte dell'epopea vissuta de La vera storia del Mussa Dagh (Guerini e Associati, pagine 160 euro 14) di Flavia Amabile e Marco Tosatti. Hapet non č Gabriel Bagradian, il protagonista de I quaranta giorni del Mussa Dagh, romanzo scritto dall'austro-ungarico Franz Wer fel nel 1934, che ha fatto conoscere, sia pur in forma poetica, quella tragedia al mondo. Come anche le fotografie di Armin T. Wenger. In questa minuziosa ricostruzione compiuta dai due autori, entrambi giornalisti - che per passione si sono sobbarcati anche il faticoso compito di imparare l'armeno, al fine di leggere e presentare al lettore italiano documenti e testimonianze - quei giorni emergono come una pagina corale, una «vera lotta di popolo». Un altro elemento che differenzia storia e finzione letteraria č il peso del fattore religioso. Significativi l'appoggio dei sacerdoti ai patrioti, l'appello al salvataggio «in nome di Dio» lanciato ai comandanti delle navi che si trovassero a passare sulla costa, l'attacco dei turchi mentre la gente č a Messa. Ma c'č di pił. Gli autori leggono quel massacro, guardando all'oggi, come parte di un «assedio» e una «progressiva erosione» della presenza cristiana a Est di Atene. «Č un'onda lunga, iniziata molto tempo fa e che ha assunto un ritmo precipitoso a partire dalla seconda metą del secolo XIX. Il genocidio armeno del 1915 ha impresso all'erosione un'accelerazione determinante, con un effetto "domino" che non č ancora terminato». L'importanza dell'Armenia sta, va ricordato, anche nel fatto di essere stata il primo Stato al mondo a riconoscere il cristianesimo come religione ufficiale (nel 301). L'oblio sul genocidio, almeno in Occidente, sta comunque, finendo. Sempre pił sono i volumi e i dibattiti su di esso, per merito di studiosi e della folta comunitą armena della diaspora che fa memoria del Metz Yeghern, il Grande Male. Nella prefazione Vittorio Messori, dopo aver elogiato i salvatori via nave del popolo del Mussa Dagh - francesi e inglesi - e stigmatizzato l'indifferenza colpevole dei tedeschi (legati a filo doppio con la Turchia), cerca di trovare i motivi del velo di silenzio steso su quei fatti, per i quali sottolinea anche il valore attivo giocato dal fattore religioso. Ne individua sostanzialmente due: l'im portanza strategica - lo vediamo in questi giorni - della Turchia per Usa, Israele ed Europa (anche se l'Ue, come il Papa, ha parlato di «genocidio armeno») e l'influsso della lobby ebraica Usa, refrattaria a un possibile paragone tra Metz Yeghern e Shoah, che sminuirebbe l'unicitą di quest'ultima (anche se molte voci si levano dal mondo ebraico in favore del riconoscimento che un «genocidio armeno» c'č stato). Ad Ankara č vietato parlarne e libri come quello di Vahakn Dadrian, che sostiene la pianificazione del genocidio, sono vietati. In Francia non č prevista una legge contro la sua negazione, come c'č invece per la Shoah. Si discute se di vero genocidio si possa parlare. Commenta Messori: oltre un milione e mezzo di morti su una popolazione di due milioni, sono «una percentuale dell'orrore che non ha pari, in etą moderna, per alcun altro popolo».