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Una
cappella sul Mussa Dagh, la «montagna di Mosé». Una
storia a lieto fine in un quadro di oppressione e di morte, di odio e di sangue.
Ma soprattutto una storia di coraggio contro ogni speranza, ecco cosa ci
presentano le pagine coinvolgenti del libro di Flavia Amabile e Marco Tosatti
appena pubblicato dalla Guerini e Associati, La vera Storia del Mussa Dagh
.
Anche questa volta i due giornalisti, come avevano fatto ne I baroni di
Aleppo edito da Gamberetti, intervengono sul tema del genocidio armeno. La
vicenda, narrata sulla base di documenti e racconti tradotti per la prima volta
in lingua italiana, ricostruisce una pagina straordinaria della resistenza
armena nel quadro del primo conflitto mondiale, quando alcune migliaia di
abitanti di sette villaggi montanari sulla costa siriana, mentre i loro
connazionali subivano la deportazione verso deserti dove sarebbero stati
trucidati, decisero di ribellarsi alla morte sicura. E la loro montagna, Mussa
Dagh (la «montagna di Mosè») divenne una roccaforte dalla quale contadini,
pastori, artigiani, resistettero combattendo con eroismo sino alla vittoria dal
mare, quando arrivarono navi francesi che li portarono in salvo a Port Said.
Già al centro del romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh scritto negli
anni Trenta dallo scrittore Franz Werfel e recentemente riproposto dall'editore
Corbaccio, questo singolare episodio, stando al celebre storico Toynbee, è
stato «l'unico episodio felice» nell'anno del «primo genocidio del secolo XX»,
(sono le parole usate dalla sottocomissione dell'Onu per definire i fatti di cui
furono vittime gli armeni nel 1915).
In questo caso tuttavia, non abbiamo tra le mani un'opera letteraria, ma un
dossier costruito su documenti inediti tradotti per la prima volta dall'armeno
all'italiano.
Insomma un nuovo tassello da aggiungere ad un drammatico mosaico che ci palesa
la cancellazione di quasi venti secoli di presenza armena dagli atlanti
dell'Anatolia. Fede e sofferenza, nobiltà e solidarietà, disciplina e fiducia
sorreggono qui una robusta trama tesa a ridare voce alle vittime, a farne
rivivere le emozioni, le speranze, i pericoli, in una parola l'eroismo contro
ogni speranza. Se gli autori lasciano parlare i documenti e toccano solo
marginalmente il problema del riconoscimento del genocidio armeno negato dai
governi turchi «nel timore, probabilmente, di dover ammettere l'esistenza di
un'ampia macchi di sangue innocente sul certificato di nascita della Turchia
moderna» (così gli autori ), il libro si apre invece con una prefazione per
così dire «affilata» su questo tema dello scrittore Vittorio Messori che
squarcia il velo sulle motivazioni religiose del genocidio armeno e sulle vere
ragioni di quanti - non solo in Turchia - faticano ad ammetterlo.
M. R.
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