La resistenza armena sul Monte di Mosè"Eco di Bergamo" 16/4/03

Una cappella sul Mussa Dagh, la «montagna di Mosé». Una storia a lieto fine in un quadro di oppressione e di morte, di odio e di sangue. Ma soprattutto una storia di coraggio contro ogni speranza, ecco cosa ci presentano le pagine coinvolgenti del libro di Flavia Amabile e Marco Tosatti appena pubblicato dalla Guerini e Associati, La vera Storia del Mussa Dagh .
Anche questa volta i due giornalisti, come avevano fatto ne I baroni di Aleppo edito da Gamberetti, intervengono sul tema del genocidio armeno. La vicenda, narrata sulla base di documenti e racconti tradotti per la prima volta in lingua italiana, ricostruisce una pagina straordinaria della resistenza armena nel quadro del primo conflitto mondiale, quando alcune migliaia di abitanti di sette villaggi montanari sulla costa siriana, mentre i loro connazionali subivano la deportazione verso deserti dove sarebbero stati trucidati, decisero di ribellarsi alla morte sicura. E la loro montagna, Mussa Dagh (la «montagna di Mosè») divenne una roccaforte dalla quale contadini, pastori, artigiani, resistettero combattendo con eroismo sino alla vittoria dal mare, quando arrivarono navi francesi che li portarono in salvo a Port Said.
Già al centro del romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh scritto negli anni Trenta dallo scrittore Franz Werfel e recentemente riproposto dall'editore Corbaccio, questo singolare episodio, stando al celebre storico Toynbee, è stato «l'unico episodio felice» nell'anno del «primo genocidio del secolo XX», (sono le parole usate dalla sottocomissione dell'Onu per definire i fatti di cui furono vittime gli armeni nel 1915).
In questo caso tuttavia, non abbiamo tra le mani un'opera letteraria, ma un dossier costruito su documenti inediti tradotti per la prima volta dall'armeno all'italiano.
Insomma un nuovo tassello da aggiungere ad un drammatico mosaico che ci palesa la cancellazione di quasi venti secoli di presenza armena dagli atlanti dell'Anatolia. Fede e sofferenza, nobiltà e solidarietà, disciplina e fiducia sorreggono qui una robusta trama tesa a ridare voce alle vittime, a farne rivivere le emozioni, le speranze, i pericoli, in una parola l'eroismo contro ogni speranza. Se gli autori lasciano parlare i documenti e toccano solo marginalmente il problema del riconoscimento del genocidio armeno negato dai governi turchi «nel timore, probabilmente, di dover ammettere l'esistenza di un'ampia macchi di sangue innocente sul certificato di nascita della Turchia moderna» (così gli autori ), il libro si apre invece con una prefazione per così dire «affilata» su questo tema dello scrittore Vittorio Messori che squarcia il velo sulle motivazioni religiose del genocidio armeno e sulle vere ragioni di quanti - non solo in Turchia - faticano ad ammetterlo.
M. R.