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Un milione di
vittime. Fu il primo genocidio del ventesimo secolo |
MEMORIA Yves Ternon
ricostruisce l' odissea di una comunità e di una cultura condannate
dall' indifferenza del mondo
Botti Ettore
Agli armeni è toccata nei secoli una storia
tra le più tormentate. Oggi i rappresentanti di questa gente di antichissima
cultura sono circa sei milioni: tre milioni nella Repubblica armena e gli altri
nelle comunità della diaspora, costretti a sparpagliarsi agli angoli del mondo
per sfuggire alle persecuzioni, all' emarginazione, alla miseria. È singolare
la maniera, quasi una forma di predestinazione, con la quale la sorte di un
popolo possa apparire segnata dalla sua origine. Trasferendosi dalle steppe
russe e dalle pianure del basso Danubio, tra il nono e il settimo secolo avanti
Cristo e attraversando il Bosforo per raggiungere la Frigia, gli armeni finirono
per stabilirsi esattamente nel crocevia di ogni futura conquista e scorreria.
Non ci fu invasione dall' Asia verso l' Europa e dall' Europa verso l' Asia che
non coinvolse la loro roccaforte montuosa, ambita da tutti per la posizione
dominante verso le grandi vie del Tigri e dell' Eufrate. Attacchi, saccheggi,
distruzioni, occupazioni. E dopo la cruciale scelta geografica, il destino
riservò loro un' altra primazia carica di conseguenze. Convertiti da Gregorio
all' inizio del 300, gli armeni diedero vita, in anticipo rispetto all' editto
di Costantino, al primo regno cristiano. Il che li portò, più tardi, a
trovarsi accerchiati dall' Islam con un sanguinoso corollario di intolleranza e
violenza, fino alla contromigrazione, ai tentativi di fuga e allo smembramento
tra impero russo e ottomano. In un ampio saggio ora pubblicato da Rizzoli lo
storico francese Yves Ternon, che da quasi trent' anni si occupa del tema,
racconta con accorata partecipazione le tappe di questa durissima vicenda
collettiva e si sofferma in particolare sull' ultima, che è la più atroce: lo
sterminio sofferto da parte dei turchi tra il 1915 e il 1916. A quasi un secolo
di distanza il numero delle vittime è ancora oggetto di discussioni, ma v' è
certezza circa l' enormità dell' accaduto: diverse centinaia di migliaia di
morti, forse addirittura un milione e 200 mila, due terzi dell' intera
popolazione. Pretesto e paravento per il massacro fu la Grande guerra che nel
clima di scontro, cadute le residue regole di convivenza e allentati i controlli
internazionali, consentì efferatezze prima impossibili. Il conto con gli
armeni, accusati di essere riottosi e infedeli, era aperto da tempo. Il vertice
del partito Unione e Progresso, salito al potere a Costantinopoli, li
considerava nemici dell' ordine interno e approfittò della discesa in campo
della Turchia, al fianco di Austria e Germania, per lanciare contro di loro il
sospetto generalizzato di tradimento. «Fanno causa comune con gli armeni russi,
passano informazioni ai franco-inglesi, ostacolano le attività del nostro
esercito», è scritto in numerosi rapporti, peraltro privi di documentazione
probante. La caccia ai traditori e i piani di deportazione, ufficialmente
necessari per allontanarli dalle zone d' operazione, seguirono analogo rituale
nelle province più lontane. Si cominciava chiedendo la consegna delle armi
tanto ai musulmani che ai cristiani. Chissà perché la quantità di armi
consegnate dagli armeni era sempre insufficiente. Venivano chiamati a renderne
conto i notabili (capi politici, preti, insegnanti), torturati in modo da
estorcere confessioni di qualche connivenza con il nemico o proposito di
rivolta, condotti lontano dal Paese e uccisi. A quel punto scattava l' ordine di
deportazione per tutta la comunità con l' obbligo di lasciare case e beni.
Radunati i disperati per la partenza, era il momento di separare i maschi validi
dal gruppo e giustiziarli. Restavano vecchi, donne e bambini da organizzare in
disumani convogli e avviare sulla strada del deserto. Teoricamente la meta delle
carovane era la Mesopotamia, ma la fame, la lunghezza e le condizioni dei viaggi
provvedevano a un' automatica decimazione, senza contare la licenza di attacco
concessa a turchi e curdi che stupravano le donne e rapivano i bambini,
sottoponendoli poi a conversioni forzate. Un eccidio senza scampo. In un caso fu
possibile la resistenza, seguita da miracolosa salvezza: il caso del Mussa Dagh,
la «montagna di Mosè», che Flavia Amabile e Marco Tosatti rievocano in una
appassionante ricostruzione pubblicata dall' editore Guerini. Cinquemila persone
si rifugiarono sopra le alture, a picco sul litorale, per sottrarsi a una
retata. Stretti da ogni lato, respinsero più volte l' assedio dei soldati. Al
cinquantatreesimo giorno, stremati e senza viveri, stavano per arrendersi quando
una nave francese notò i flebili, quasi ormai rassegnati, segnali di aiuto
lanciati dal Mussa Dagh. I 4200 superstiti furono raccolti e portati fuori dall'
inferno, a Porto Said. Per un lieto fine tantissimi epiloghi tragici.
Considerando la feroce uniformità dei rastrellamenti, la pregiudiziale
invenzione del complotto antipatriottico e gli intenti criminali di
pianificazione e depistaggio, Yves Ternon punta l' indice con decisione: non fu
un coacervo più o meno casuale di rappresaglie, ma l' annientamento premeditato
e sistematico degli armeni. In una parola un genocidio, il primo del
terribile ventesimo secolo; programma di pulizia etnica e religiosa scatenato
dall' ideologia panturchista ai danni di quel popolo reso sventurato dalla
geopolitica. Tutti i governi turchi, compresi gli ultimi, hanno respinto l'
infamante accusa, anche con l' appoggio della storiografia nazionale. Ma
comunque lo si voglia definire, resta l' orrore di un immane, ingiustificabile
massacro. Il console tedesco ad Aleppo, Rossler, scrisse: «Costantinopoli si
avvale di mezzi barbari e indegni di un governo alleato della Germania».
Bastarono pochi anni, purtroppo, perché la Germania cambiasse idea. Si sa che
il male trova spesso emuli pronti a trasformarlo in peggio.
I libri: Yves Ternon, «Gli armeni»,
Rizzoli, pp. 428, euro 20; Flavia Amabile e Marco Tosatti, «La vera storia del
Mussa Dagh», prefazione Vittorio Messori, Guerini, pp. 158, euro 14.
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