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L’UNICO EPISODIO
FELICE NELL’ANNO DEL GENOCIDIO: FLAVIA AMABILE E MARCO TOSATTI HANNO
RICOSTRUITO «LA VERA STORIA».
Mussa Dagh, epopea armena - 1915:
contro i turchi 5 mila disperati
OGGI
i miliziani curdi sciamano, felici, dai loro villaggi aggrappati alla montagne e
si affrettano verso Mosul e Kirkuk: forse l’Occidente manterrà le promesse,
questa volta ci sarà uno Stato anche per loro. Era aprile anche nel 1915 quando
altri curdi scesero dai loro selvatici fortilizi egualmente gonfi di speranze.
Montavano cavallini apocalittici, impugnavano ben saldi i coltellacci
briganteschi. Per i turchi del tarlato impero ottomano non erano ancora nemici
perfidi; anzi chi meglio di questa razza di predoni poteva tornare utile come
manovale delle pulizie etniche, l’antidoto quando le mille tribù inquiete di
un impero moribondo si intorbidano? C’era per le squadracce curde una missione
da compiere: un popolo intero, gli armeni, ricchi cristiani e infidi, veniva
offerto, completamente inerme, ai loro coltelli. Non era un delitto ma un
massacro legale con tanto di timbri e autorizzazioni ufficiali. Gli armeni erano
potenziali traditori mentre l’impero scambiava colpi feroci con russi e
inglesi; e servivano come bersaglio per incendiare la rabbia tiepida dei
fanatici. L’ideatore della carneficina, però, non era un istrione
fondamentalista ma un musulmano raffinato, laico e modernista, Enver Pascià,
legato a una setta, «Avatan», patria, che assomiglia al Baath di Saddam. «Non
dobbiamo preoccuparci di quanto ci verrà chiesto fra tre o quattro anni -
scriveva a un altro leader, Taalat Bey -. Se agiamo con raziocinio e decisione
fra tre o quattro anni un problema armeno non ci sarà. Non ci saranno più
armeni». Nella storia lunga e aggrovigliata del Vicino Oriente ci si scambia
spesso il ruolo di carnefici e di vittime: curdi, turchi, armeni, sciiti, ebrei,
palestinesi. Ma fu il genocidio degli armeni che scoperchiò e inaugurò il
Baedeker di tutti gli orrori del secolo. Saddam Hussein quindici anni fa, con i
gas, massacrò, affannandosi per due anni, duecentomila curdi. Nel 1915 i
giannizzeri curdi sterminarono - con autarchica, primitiva efficienza -
trecentomila armeni in pochi mesi con spade e baionette. Prelevato dai villaggi
e dalle città, spogliato di tutto, senza cibo, un popolo intero si trascinò
strisciando, lasciando un livido di scheletri, lungo la terra tra i due fiumi,
dove anche oggi infuria la guerra, per centinaia di chilometri verso la
destinazione finale: i deserti del Sud dell’Iraq. Taalat Bey, quando il
segretario gli chiese cosa scrivere alla voce destinazione sui documenti che
ordinavano quella migrazione senza ritorno rispose: «La destinazione non
esiste. Scrivi nulla». Così accadde. Gli armeni furono ingoiati dal nulla. Il
console russo di Khoi raccontò con queste parole il passaggio del popolo
condannato a morte: «I pozzi della città sono pieni di sangue. I carnefici
curdi legavano le vittime e le facevano scendere nei pozzi sino a che il corpo
fosse immerso lasciando emergere solo la testa. Poi con un colpo di spada le
decapitavano. La testa infilata in un palo veniva esposta in piazza. Ma quando
avevano fretta inchiodavano gli armeni a un muro e li massacravano a colpi di
sciabola». Uno degli episodi più straordinari del primo genocidio del secolo («l’unico
episodio felice» diceva lo storico Toynbee) è raccontato in un libro serrato e
straziante da Flavia Amabile e Marco Tosatti (
La vera storia del Mussa Dagh, ed. Guerini, pp. 158,
e 14). Scavando con certosina pazienza negli archivi, traducendo per la prima
volta racconti dimenticati, hanno ridato vita a una epopea: quella di un gruppo
di armeni scarmigliati - cinquemila, tra cui tremila donne vecchi e bambini -
che rifiutarono di farsi massacrare come armenti e salirono con biblica baldanza
e vecchi archibugi sulla «montagna di Mosè», a pochi chilometri da Antiochia.
Per quaranta, incredibili giorni respinsero le truppe turche; infine, stremati,
furono tratti in salvo da una squadra navale francese che li trasportò a Porto
Said. Nel 1929 uno scrittore austriaco aveva scoperto per primo questa epopea
dimenticata. Franz Werfel non era armeno, era ebreo, portava nel sangue la lunga
memoria del Grande Male. Si era commosso vedendo bambini armeni, figli di quella
tragedia del 1915, i pochi sopravvissuti agli artigli dei massacratori curdi,
lavorare dodici, tredici ore per pochi centesimi nelle fabbriche austriache.
Affrontò la storia del Mussa Dagh con furia e passione, inventò personaggi,
arricchì, arredò, costruì un bestseller che fece piangere l’Europa. Uno dei
protagonisti del libro è il sacerdote e filantropo tedesco che, avvertito del
massacro, tenta a Costantinopoli di impietosire Enver Pascià. Il carnefice
turco replica, compito, con una domanda: «La Germania ha pochi nemici interni,
ma posto il caso che in altre circostanze ne avesse, supponiamo franco-alsaziani
o ebrei, non approverebbe allora qualsiasi mezzo per liberarsi del nemico
interno quando già si è assediati da nemici esterni? Giudicherebbe crudeli le
persecuzioni?». Il samaritano tedesco risponde: «Se il governo del mio popolo
procedesse contro i suoi conterranei di altra razza o di altra opinione in modo
ingiusto o illegale, io lascerei all’istante la Germania e andrei in America».
Una profezia. Werfel, rinchiuso in un Lager dai nazisti, riuscì a fuggire e si
rifugiò negli Stati Uniti.
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