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Più
di un milione di armeni, enclave cristiana nell'Anatolia musulmana, venne
massacrato nel 1915 dal governo turco. Fino a oggi Ankara ha sempre negato ogni
responsabilità. Un film in uscita nelle sale italiane riapre una ferita nella
coscienza del mondo.
«Sono passati trent'anni, e chi si ricorda più degli armeni?» rispose
Adolf Hitler a chi si preoccupava delle conseguenze della Shoah. Un genocidio può
anche essere dimenticato. O addirittura negato. Più di un milione di armeni,
enclave cristiana nell'Anatolia musulmana, venne sterminato con ferocia nel 1915
dal governo turco. Ma la “questione armena“ aveva avuto inizio prima, nel
1894. In due anni l'Impero ottomano massacrò ben 200 mila armeni, accusati di
essere sovversivi.
Fino a oggi però la Turchia ha sempre negato ogni responsabilità.
Ararat, il monte dell'Arca, il film del regista armeno-canadese Atom Egoyan in
uscita nelle sale italiane, racconta quei fatti, ma non solo. «È un progetto
che ho coltivato molto a lungo» racconta il celebrato regista di Il dolce
domani e Il viaggio di Felicia. «Nasce dal profondo. Non mi interessava tanto
raccontare il genocidio, quanto la negazione di esso. Un problema che subito ne
apre un altro, quello della verità storica».
GIOVANI IN CERCA D'INTEGRAZIONE
Gli armeni della diaspora, sparsi in tutto il mondo, hanno trasmesso ai propri
figli la memoria di quanto accadde insieme al dovere di lottare per ottenere il
riconoscimento dello sterminio. Un compito non facile anche perché gli armeni
delle giovani generazioni non volevano altro che essere come gli altri ragazzi,
cercavano l'integrazione. «Io sono nato al Cairo, i miei nonni avevavo perso i
genitori durante la terribile deportazione degli armeni verso il deserto
siriano, cioè verso la morte.
Finirono in orfanotrofio come moltissimi altri bambini. Poi ci trasferimmo in
Canada. Ricordo che da ragazzino desideravo soltanto scrollarmi di dosso quella
“diversità“. Volevo essere come gli altri. Poi a 18 anni andai a Toronto
all'iuniversità ed entrai in contatto con un associazione di studenti armeni:
la mia propettiva cambiò completamente».
LIBRO TOCCANTE
Anche Alice Tachdjan, figlia di armeni emigrati in Francia, sposata con un
italiano, ha raccolto dalla madre la memoria dello sterminio armeno e ne ha
fatto un libro semplice e toccante: Pietre sul cuore. Diario di Varvar, una
bambina scampata al genocidio degli armeni. (Sperling&Kupfer). Varvar era
nata a Ulas, presso Sebaste, da una famiglia benestante (gli armeni erano una
comunità colta e influente).
La descrizione dell'eden perduto lascia presto il posto a un racconto di tali
atrocità e vicissitudini da risultare quasi «incredibile», appunto.
Ani, la protagonista di Ararat (l'attrice Arsine Khanjian, moglie di Egoyan),
è talmente sopraffatta dalla tragedia che ha alle spalle che si ostina a
negarla, per guardare avanti. Un atteggiamento che le aliena la comprensione dei
figli. Raffi, il maschio, è appena tornato dal monte Ararat con diverse «pizze»
di pellicola documentaria destinata a un film epico sul genocidio, che il
regista Edward (Charles Aznavour) sta girando. «La mia storia doveva
assolutamente essere ambientata oggi» spiega Egoyan. I fatti storici, con tutta
la loro crudeltà, sono raccontati dalle immagini “ingenue“ del film epico.
Tutta la complessità dell'elaborazione psicologica dell'eccidio, da parte dei
discendenti delle vittime, ma anche dei carnefici turchi, è raccontata
attraverso dinamiche affettive di personaggi a noi contemporanei.
INTRICO DI RELAZIONI
In un tessuto intricato di relazioni, vediamo Ani preparare una lezione sul
pittore armeno Arshile Gorky, immigrato a New York nel 1920, e sul suo lavoro
ossessivo intorno al quadro intitolato
L'artista e sua madre. Ani si immerge nella storia per dimenticare la sua
personale: il marito è stato ucciso anni prima mentre attentava alla vita di un
diplomatico turco... Tra le molte memorie e i documenti utili a Egoyan nella
preparazione di questo film c'è la toccante testimonianza di Clarence Ussher,
un medico americano che era in Turchia negli anni del massacro (venne pubblicata
nel 1917).
UNA STORIA VERA
Completamente costruito su documenti e testimonianze è il saggio di Flavia
Amabile e Marco Tosatti La vera storia del Mussa Dagh (Guerini e
associati), accompagnato da una veemente presentazione di Vittorio Messori.
Vera storia in quanto già raccontata, con molte licenze poetiche, da un famoso
romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh. «Il Mussa
Dagh (o Ler) è una montagna sulla sponda orientale del Mediterraneo, non
lontana da Antiochia...» scrivono gli autori. Qui,nel 1915, quando giunse l'ordine
di deportazione da parte del governo verso i deserti della Siria, alcune
migliaia di Armeni decisero di non obbedire.
Rifugiatisi sulle montagne diedero inizio a un’ eroica resistenza, finita bene
grazie all’intervento della flotta francese che li portò in salvo a Porto
Said.
Quello che lascia perplessi è che soltanto nel 1999 la Comunità europea ha
riconosciuto il torto subito dalla popolazione armena.
(24 aprile 2003)
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