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Sopravvissuta
al genocido, Varvar approda a Parigi e lì comincia a tessere «Pietre
sul cuore», un diario sulla difficile vita della dispora armena in Francia.
Un'intervista con sua figlia Alice Tachdjian che ha curato la traduzione.
GERALDINA COLOTTI
La tragedia di un popolo negli occhi di una bambina. Pietre sul cuore(Sperling
& Kupfer, pp. 200, ? 15) è il diario dell'armena Varvar, 6 anni,scampata al
genocidio perpetrato dai turchi nel 1915. Allora furono più diun milione le
persone uccise, altrettante quelle deportate o in fuga dall'Anatolia. Atrocità
inenarrabili, impresse per sempre negli occhi della piccola, e trasferite poi in
un diario scritto in tarda età. Sospinta fuori dalla «carovana della morte»
dalla propria madre, Varvar finirà serva presso famiglie turche, poi in un
brefotrofio greco, quindi a Marsiglia e poi a Parigi. Pietre sul cuore è
un volume accorato e avvincente, corredato di fonti storiche e iconografiche, è
dunque anche una storia d'amore.
Raccontando la vita della sua famiglia, Varvar offre inoltre uno spaccato
inedito su mezzo secolo di vita francese: dalla Marsiglia operaia, che tra il
1924 e il 1927 accoglierà 87.000 armeni, alla Parigi dell'Affiche Rouge e del
partigiano Manouchian, alle banlieues operaie degli anni Ottanta. Triste destino
quello del popolo di Ararat, il monte simbolo dell'unità degli armeni. Sul loro
passaporto, il governo turco apponeva il timbro: «Apatride. Ritorno impossibile».
E per loro venne istituito «il passaporto Nansen», dal nome del filantropo
norvegese che ebbe l'idea. Molti dei bambini scampati al genocidio sono stati
ribattezzati dai soccorritori. Anche per Varvar ci fu dunque un nuovo cognome:
Haroutunian. E in seguito, anche i nomi dei suoi figli, saranno francesizzati
dagli impiegati comunali.
Alice Tachdjian, la figlia che ha tradotto e messo in forma i ricordi di Varvar
alla sua morte, avrebbe dovuto chiamarsi Alys, dal nome del fiume che
attaversava il villaggio natale della madre. Ma all'anagrafe di Parigi la
trasformarono in Alice. Pietre sul cuore è dunque anche il diario di Alys.
Oggi Alys vive e insegna in Romagna, ha fondato l'associazione di volontariato
«Amici dell'Armenia» ed è corrispondente dall'Italia del Nouvelles d'Armenie
Magazine. E' stata quindi la «traduttrice» e l'«organizzatrice» del diaro di
sua madre. Del suoi lavoro abbiamo parlato in questa intervista.
Sua madre è morta nel 1990, rammaricandosi fino all'ultimo del rapporto
poco sentito di voi figli con la lingua e la cultura d'origine. Cosa ha
significato per lei lavorare sui diari di Varvar?
La lingua armena è scabra, essenziale. Tradurla in francese e in italiano, che
pure mi appartengono, è stato come un viaggio di risarcimento e
riconciliazione. Da bambina, a Parigi, vivevo con disagio due vite parallele:
una in casa, dove si parlava e si mangiava armeno, e una fuori, da parigina.
Anche quando sono arrivata in Italia non ho rivelato a nessuno la mia origine.
Un giorno ho visto in televisione alcune ebree, sopravvisute
all'Olocausto, che ricordavano le sofferenze subite. Ho ripensato ai racconti
dei miei, talmente orrendi che da bambina avevo ritenuto esagerati.
Inoltre, essendo cresciuta in una Francia orgogliosa di aver ammazzato i re e di
aver cambiato il volto dell'Europa, mi vergognavo che i miei nonni si fossero
fatti uccidere senza reagire.
Da allora ho cominciato a girare per i comuni, a chiedere che venisse
riconosciuto anche in Italia il genocidio del mio popolo. Un lavoro di
sensibilizzazione che ha portato alla legge Violante-Pagliarini. Nel 2000 anche
il parlamento italiano ha riconosciuto il genocidio, come già nell'87 aveva
fatto il parlamento europeo.
Oggi che la Turchia ha chiesto di entrare in Europa, che cosa spera la
diaspora armena?
I turchi hanno ucciso i nostri poeti, soffocato la nostra cultura. Abbiamoperso
tutto, ma non chiediamo rimborsi in denaro, né vogliamo tornare. Chiediamo, però,
il diritto alla memoria. Per questo siamo grati agli scrittori della diaspora,
al lavoro di artisti come Atom Egoyan o Charles Aznavour. Nell'81, il gruppo
armato Asala prese 40 ostaggi nell'ambasciata turca a Parigi, per chiedere che
venisse riconosciuto un genocidio che non compare sui libri di storia. Volevano
fare come nel 1896, quando un altro gruppo occupò la Banca di Costantinopoli
per rivendicare maggiori diritti per il popolo armeno. Nonostante le promesse
del governo, quando i sequestratori si arresero, migliaia di armeni vennero
massacrati sotto gli occhi degli osservatori internazionali. Un secolo dopo,
anche Asala si arrese credendo alle promesse dei turchi. Ma il ministro degli
interni turco dichiarò che non c'era mai stato alcun genocidio. Allora mia
madre prese carta e penna e scrisse: signor Turgut Ozal, io sono una di quelle
che ha «deportato». Così oggi io ho scritto a Prodi perché esiga un
pronunciamento chiaro della Turchia sul genocidio come condizione per l'entrata
in Europa.
Il diario di Varvar descrive razzie e atrocità commesse anche dai kurdi,
un popolo poi a sua volta oppresso dai turchi.
Si, è vero. Ma oggi, i kurdi della diaspora, a Parigi come a Roma, sono nostri
alleati. Il loro rappresentante in Italia ha presentato un mio libro, lavando
pubblicamente quella macchia storica. E anche numerosi intellettuali turchi lo
hanno fatto, hanno tradotto libri in armeno, pagando col carcere o con la vita
la loro posizione.
Acqua gelata e purissima, fiori giganteschi e profumati che crescono a un
passo dai ghiacciai eterni, donne ironiche e fiere, che vivono giorno per giorno
una precarietà dignitosa. Hayastan (Edizioni del Girasole), è il diario di un
suo viaggio nell'odierna Armenia, la piccola «Svizzera del Caucaso», allora in
guerra con l'Azerbaijan per il controllo del Nogorno Karabach. Cosa ha
rappresentato per lei quel viaggio?
L'Armenia orientale è la decima parte del nostro territorio storico, che un
tempo si estendeva dal mar Caspio al Mediterraneo, ma lì vive una delle nostre
due etnie che, pur essendo cristiana dal 301, nell'ex Urss non ha mai avuto
problemi di religione. Il vero disastro a Erevan è cominciato dopo l'89.
Organizzai quel viaggio per riaccompagnare in patria un gruppo di adolescenti
provenienti dalle zone terremotate in Armenia nell'88. In
quell'occasione ebbi anche modo di sviluppare delle grandi amicizie, insolite
per un'armena: quella con una donna turca, conosciuta durante i preparativi per
la partenza e quelle con la comunità kurda d'Armenia, che ha preservato la
propria lingua e le proprie tradizioni. Ho imparato qualche parola turca o kurda,
ho insegnato qualche parola di armeno.
Oggi, la mia patria è la nostalgia, è il luogo comune a tutti gli esuli e alle
vittime dei genocidi e delle barbarie. Perciò, il progetto di adozioni a
distanza della nostra Associazione, inizialmente rivolto solo ai bambini armeni,
oggi comprende albanesi, bosniaci, africani. Qualche pietra di meno sul cuore.
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