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LaPresse.it 17.02.12
Turchia, solo un ergastolo per omicidio Dink,
proteste a Istanbul.
Ankara (Turchia), 17 gen. (LaPresse/AP) - Si
conclude con una nuova condanna e 18 assoluzioni il processo per l'omicidio del
giornalista di origini armene Hrant Dink, che lascia l'amaro in bocca ai
familiari e ai sostenitori del reporter. Inviso agli ultranazionalisti turchi
perché parlava apertamente di genocidio armeno descrivendo le uccisioni di massa
degli armeni da parte dei turchi sotto l'Impero Ottomano, Dink fu assassinato
nel 2007 a Istanbul fuori dalla sede del giornale Agos, che dirigeva.
Indignazione da parte dei legali della famiglia e degli attivisti per i diritti
umani, che dopo la pronuncia della sentenza hanno marciato a centinaia fino alla
sede del settimanale, promettendo di radunarsi di nuovo giovedì 19 gennaio in
occasione del quinto anniversario dell'omicidio.
L'esecutore materiale, il giovane Ogun Samast, era
stato condannato a 23 anni di prigione per omicidio premeditato lo scorso
luglio. La sentenza di oggi riguarda invece Yasin Hayal, ultranazionalista turco
condannato all'ergastolo perché ritenuto colpevole di aver incitato a compiere
l'omicidio, insomma in quanto mandante. La Corte ha invece deciso di assolvere
gli altri 18 imputati e lo stesso Hayal dalle accuse di aver agito su ordine di
un'organizzazione terroristica.
La pronuncia di oggi era molto attesa perché il
caso è stato seguito come un test per verificare se la magistratura possa
indagare in modo completo sulla possibile negligenza da parte delle autorità.
Mesi fa, infatti, era emerso che le autorità sapevano del piano dell'omicidio,
ma non erano intervenute per impedirlo. Il processo non è riuscito a portare
luce nel buio delle presunte connessioni fra i sospettati e alcuni funzionari
statali, ha commentato un avvocato della famiglia Dink, Fethiye Cetin. "Il caso
non è concluso, per noi ha solo l'inizio", ha continuato il legale promettendo
che presenterà ricorso in appello.
Il caso dell'omicidio di Hrant Dink è un'ulteriore
tessera da inserire nel mosaico dei complessi rapporti che la Turchia ha con la
nutrita comunità armena cristiana, che conta quasi 60mila persone in un Paese di
oltre 70 milioni di abitanti a prevalenza musulmana. I rapporti fra Ankara e
Yerevan sono tesi principalmente perché la Turchia si rifiuta di riconoscere
come genocidio le uccisioni di massa di armeni risalenti ai primi del '900, in
cui furono uccise almeno un milione e mezzo di persone. Il mese scorso proprio
il genocidio armeno fu alla causa delle tensioni diplomatiche con Parigi, quando
l'Assemblea nazionale francese votò a favore del disegno di legge che rende
reato la negazione del genocidio armeno, equiparandola alla negazione
dell'Olocausto.
L'accusa aveva chiesto l'ergastolo per altri sette
sospettati. Fra loro anche Erhan Tuncel, che finora si era profilato come un
altro mandante chiave. La Corte, tuttavia, aveva condannato Tuncel a 10 anni e
mezzo di prigione per un altro reato, cioè per la sua responsabilità
nell'attacco bomba del 2004 a un McDonald's di Trebisonda, sul mar Nero, e dopo
che ha finito di scontare la pena ne aveva ordinato il rilascio in attesa della
sentenza.
LaPresse 17.01.12
Turchia, omicidio giornalista armeno Dink:
ergastolo solo a un complice.
Ankara (Turchia), 17 gen. (LaPresse/AP) - Un uomo
turco, Yasin Hayal, è stato condannato all'ergastolo in Turchia per il suo ruolo
nell'omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, ucciso fuori dal suo ufficio
cinque anni fa. Dink era inviso ai nazionalisti soprattutto per il fatto che
parlava apertamente di genocidio armeno, descrivendo le uccisioni di massa degli
armeni da parte dei turchi risalenti ai primi del '900. La Corte turca che si è
occupata del caso ha ritenuto colpevole Yasin Hayal di aver incitato a compiere
l'omicidio e ha invece assolto altri 19 sospettati.
Hayal, condannato in quanto complice, è stato
invece assolto insieme agli altri 19 dalle accuse di aver agito su ordine di
un'organizzazione terroristica, determinando la rabbia dei legali della famiglia
di Dink, che sostengono che il processo non sia riuscito a mettere in luce i
presunti legami tra i sospettati e alcuni funzionari dello Stato. Il
responsabile materiale dell'assassinio Ogun Samast, che sparò contro Hrant Dink,
fu condannato a circa 23 anni di prigione a luglio per omicidio premeditato.
Dopo la sentenza centinaia di attivisti hanno cominciato a marciare a Istanbul
verso il luogo in cui Dink fu ucciso, fuori dal quotidiano Agos per cui
lavorava, e hanno promesso di radunarsi di nuovo giovedì 19 gennaio, quando
ricorrerà il quinto anniversario dell'omicidio.
La Stampa.it 18.01.2012
Hrant Dink: niente giustizia Di Marco Tosatti.
I legali hanno dichiarato che sia l'assassinio di
Dink che quello del sacerdote italiano Andrea Santoro a Trebisonda che
l'uccisione di tre cristiani a Malatya erano parte di un piano di Ergenekon.
Marco Tosatti
Un tribunale turco ieri ha condannato all’ergastolo Yasin Hayal, uno dei
principali sospettati nell’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink.
Hayal è stato condannato per istigazione all’assassinio; un altro sospettato
Erhan Tuncel è stato considerato non responsabile dell’accusa di assassinio. Il
processo è durato cinque anni. I due e gli altri sospettati (in tutto un gruppo
di 19) sono stati riconosciuti non colpevoli dell’accusa di appartenere a
un’organizzazione terroristica.
Dink, direttore del settimanale "Agos”, pubblicato in lingua turca e in armeno
fu ucciso il 19 gennaio 2007 da un adolescente di 17 anni in pieno giorno
davanti al suo ufficio. Le prove scoperte da allora, scrive il quotidiano
Today’s Zaman, “hanno condotto a pensare che l’assassinio era collegato allo
‘stato profondo’ un termine usato in riferimento con un gruppo di burocrati
civili e militari, nell’ombra, con collegamenti con elementi criminali”. Tuncel
uno dei sospettati chiave, in precedenza informatore della polizia, ha
dichiarato che l’assassinio era un’azione di Ergenekon, un’organizzazione
clandestina che è accusata di crimini tesi a destabilizzare il Paese, e a
rendere inevitabile l’intervento dei militari. I legali di Dink hanno chiesto
che il tribunale richiedesse i documenti sequestrati nell’inchiesta su Ergenekon.
I legali hanno dichiarato che sia l’assassinio di Dink che quello del sacerdote
italiano Andrea Santoro a Trebisonda che l’uccisione di tre cristiani a Malatya
erano parte di un piano di Ergenekon.
Nel settembre 2011 il procuratore Hikmet Usta ha presentato la sua opinione sul
caso, e le richieste- Secondo Usta l’assassinio era opera di Ergenekon, della
cellula di Trebisonda, e ha chiesto l’ergastolo per sette persone, con l’accusa
di cercare di distruggere l’ordine costituzionale. L’avvocato Fethiye Cetin,
della famiglia Dink, ha dichiarato dopo la sentenza che “una tradizione di
assassini politici di Stato” è stata lasciata deliberatamente intatta. “Si sono
presi gioco di noi per cinque anni. Non sapevamo che si riservavano lo scherzo
più grande proprio alla fine. Questa sentenza signific che una tradizione è
rimasta intatta, La tradizione di assassini politici dello Stato. La tradizione
di una discriminazione di Stato contro alcuni suoi cittadini, considerati suoi
nemici”.
La sentenza verrà appellata sia dal procuratore che dai legali. A Bruxelles
Peter Stano, portavoce della Commissione per l’allargamento, ha ricordato che la
Corte europea per i diritti dell’uomo ha emesso una sentenza nel 2010,
dichiarando che la Turchia ha mancato nel condurre indagini efficaci
nell’assassinio di Dink. Secondo Yavuz Baydar, in un commento su Today’s Zaman,
“il tentativo che ha avuto successo di limitare l’ampiezza del processo getta
luce sul modello persistente dello ‘stato profondo’ per proteggersi, e la scelta
delle autorità politiche di ‘convivere con esso’ può solo spiegare le
limitazioni del potere giudiziario”.
ANSA 19.01.12
Turchia: anniversario omicidio Dink, cortei
chiedono luce . Presidente, far chiarezza su morte giornalista e' test per
paese.
(ANSAmed) - ANKARA, 19 GEN - Circa diecimila
persone hanno manifestato oggi a Istanbul per ricordare il quinto anniversario
dell'uccisione di un giornalista turco-armeno, Hrant Dink, ancora al centro di
un caso giudiziario che desta sospetti di responsabilita' da parte di pezzi
dello Stato. La stima sul numero di partecipanti e' del sito del quotidiano
Hurriyet.
Dink era stato ucciso a Istanbul nel gennaio 2007 a 52 anni, in pieno giorno
all'uscita dalla redazione, dopo aver ricevuto minacce di morte da parte di
fanatici nazionalisti turchi che non gli perdonavano i molti articoli firmati
sul settimanale turco-armeno Agos di cui era direttore. Nei pezzi Dink esortava
la Turchia moderna ad accettare la propria responsabilita' nei massacri di
armeni compiuti ai tempi dell'Impero Ottomano, stragi che Ankara nega siano
stati un genocidio.
"Siamo tutti Hrant, siamo tutti armeni'', era scritto su cartelli circolari neri
mostrati oggi da molti manifestanti.
''Questo processo non doveva finire cosi''', era la scritta su uno striscione
affisso su un palazzo con la foto in primo piano del giornalista: il
procedimento a cui ci si riferisce e' l'assoluzione pronunciata l'altro ieri per
18 dei 19 presunti complici dell'omicida minorenne reo confesso gia' condannato
nel luglio scorso a quasi 23 anni di carcere. Una successiva condanna di alcuni
funzionari dei servizi di sicurezza ha in sostanza provato che le forze
dell'ordine erano a conoscenza dei piani per l'omicidio di Dink ma non agirono
per impedirlo, creando indignazione. La necessita' di proseguire l'inchiesta in
fase di appello, gia' sottolineata ieri dal ministro della Giustizia Sadullah
Ergin e oggi dallo stesso presidente del tribunale che ha assolto quasi tutti i
complici, e' stata ribadita al massimo livello dal presidente della repubblica,
Abdullah Gul: ''Il processo Hrant Dink e' un processo importante. Ha un
delicatezza particolare in quanto riguarda un nostro concittadino non-musulmano'',
ha detto oggi a giornalisti il capo dello Stato aggiungendo che ''concludere il
processo d'ora in poi in modo giusto e trasparente e' per noi un test''.
Lapresse 19.01.2012
Turchia, 5 anni fa l'omicidio Dink: 10mila
chiedono giustizia
Ankara (Turchia), 19 gen. (LaPresse/AP) - Oltre
10mila persone si sono riunite stamattina a Istanbul, in Turchia, e hanno
marciato in silenzio per ricordare il quinto anniversario dell'omicidio del
giornalista di origini armene Hrant Dink, assassinato il 19 gennaio del 2007
fuori dalla sede del giornale Agos, che dirigeva. Gli attivisti per i diritti
umani hanno deposto garofani rossi sul luogo in cui Dink è stato ucciso e molti
portavano cartelli con la scritta 'Siamo tutti Hrant, siamo tutti armeni'.
I manifestanti chiedono giustizia per il
giornalista, dopo che il processo per il suo omicidio si è concluso martedì con
una sola condanna, di un mandante, e 18 assoluzioni. L'esecutore materiale, il
giovane Ogun Samast, era stato condannato a 23 anni di prigione per omicidio
premeditato lo scorso luglio. Il nodo centrale è che, secondo familiari e
sostenitori, il processo non è riuscito a portare alla luce presunte collusioni
e negligenza da parte di funzionari dello Stato, che sapevano del piano
dell'omicidio ma non avrebbero fatto nulla per impedirlo. Lo stesso mandante
condannato all'ergastolo, inoltre, l'ultranazionalista turco Yasin Hayal, è
stato assolto come gli altri dall'accusa di aver agito su ordine di
un'organizzazione terroristica.
Hrant Dink, attivista per i diritti umani oltre
che giornalista, fu assassinato alla piena luce del giorno davanti all'ufficio
del settimanale Agos. Il motivo dell'omicidio è da ricercarsi nelle idee di Dink.
Egli era infatti inviso ai nazionalisti perché parlava apertamente di genocidio
armeno descrivendo le uccisioni di massa degli armeni da parte dei turchi sotto
l'Impero Ottomano. Il suo assassinio e le ombre sul processo sono infatti
un'ulteriore tessera da inserire nel mosaico dei complessi rapporti che la
Turchia ha con la nutrita comunità armena cristiana, che conta quasi 60mila
persone in un Paese di oltre 70 milioni di abitanti a prevalenza musulmana. La
Turchia si rifiuta di riconoscere come genocidio le uccisioni di massa del 1915,
in cui furono uccise almeno un milione e mezzo di persone. Il mese scorso
proprio il genocidio armeno fu alla causa delle tensioni diplomatiche con
Parigi, quando l'Assemblea nazionale francese votò a favore del disegno di legge
che rende reato la negazione del genocidio armeno, equiparandola alla negazione
dell'Olocausto.
Mesi fa era emerso che le autorità sapevano del
piano dell'omicidio, ma non erano intervenute. Il processo non è riuscito a
portare luce nel buio di queste presunte connessioni e oggi, nel quinto
anniversario dell'omicidio, insoddisfazione è stata espressa oltre che dagli
attivisti anche dalle autorità turche. "La conclusione del caso Dink in modo
trasparente e semplicemente in linea con le nostre leggi è per noi un test
importante", ha detto il presidente Abdullah Gul lasciando intravedere che
potrebbe esserci un approfondimento dell'indagine sul caso Dink.
Persino il giudice turco Rustem Eryilmaz, che
presiedeva il gruppo che ha emesso le sentenze di martedì, si è detto
insoddisfatto. In un'intervista pubblicata oggi sul quotidiano turco Vatan,
Eryilmaz ha riconosciuto che la Corte ha fallito non riuscendo a rivelare
presunte negligenze e collusione di funzionari dello Stato con i responsabili. I
giudici, a suo parere, si sono sentiti pressati a dover emettere un verdetto
visto che il processo andava avanti da quattro anni e mezzo e non hanno avuto il
tempo di esaminare migliaia di intercettazioni telefoniche registrate sul luogo
del delitto il giorno dell'omicidio. "Non abbiamo potuto portare luce su quanto
è avvenuto dietro le quinte, che è quello che ognuno vorrebbe sapere", ha
riconosciuto Eryilmaz.
La Stampa19.01.2012
Un triste anniversario. Oggi sono 5 anni dalla
morte di Hrant Dink
MARTA OTTAVIANI
Cari Lettori,
oggi per me è una giornata molto triste. Ricorrono 5 anni dall'assassinio di
Hrant Dink, giornalista e uomo coraggioso che lavorava per la pace fra popolo
turco e comunità armena.
L'anniversario di quest'anno cade in un passaggio molto torbido del processo
contro i suoi assassini e a pochi giorni dal voto al Senato francese della legge
che punisce chi nega i genocidi, incluso quello armeno.
Ieri alcuni esponenti del Senato hanno detto che la legge è incostituzionale,
speriamo in un atto di buon senso, per quanto estremo, ma pur sempre di buon
senso si tratterebbe.
__________________
La Turchia scende in piazza 20.01.2012
Migliaia di persone a Istanbul hanno manifestato
per ricordare Hrant Dink e protestare contro i giornalisti in carcere
Cari Lettori,
come avrete vito da alcuni giornali ieri a Istanbul si è tenuta una
manifestazione imponente alla quale hanno partecipato migliaia di persone per
ricordare il quinto anniversario dell'assassinio di Hrant Dink. La marcia è
arrivata in un momento in cui il processo diventa sempre più torbido e in molti
ormai sono sicuri che sarà impossibile stabilire quali furono le vere
responsabilità e soprattutto i veri mandanti morali.
Credo sia anche per la rabbia e l'insoddisfazione di fondo che la manifestazione
quest'anno è stata così sentita. In molti si sono recati anche con cartelli di
protesta contro i giornalisti attualmente in carcere, che ormai sono arrivati
fra 70 e 80.
Si tratta di un segno importante, c'è una parte di popolo turco, soprattutto
giovani, a cui questa situazione non va bene e ieri lo hanno dimostrato
chiaramente. Vedremo se il premier Erdogan, che più volte ha chiesto ai leader
del Medio Oriente di ascoltare il loro popolo, adesso ascolterà il suo.
http://www.lastampa.it
Ilpost.it 19.01.12
La testimonianza di Hrant Dink
di Matteo Miele, Royal University of Bhutan
Cinque anni fa fu ucciso a Istanbul un giornalista
che aveva ricordato il genocidio degli armeni.
Cinque anni fu ucciso a Istanbul il giornalista
armeno Hrant Dink. Aveva 52 anni e si trovava poco lontano da Agos, il giornale
di cui era direttore e che veniva pubblicato in armeno e turco. Il suo assassino
non aveva ancora diciotto anni. Dink venne ucciso perché “testimone” di un
crimine che la storia ha ormai riconosciuto e condannato, ma stenta ancora a
trovare giustizia: il genocidio degli armeni, un milione e mezzo di persone
uccise dai Giovani Turchi nel 1915 per creare uno stato nazionale. Pochi mesi
prima di essere assassinato era stato condannato per aver scritto del genocidio
armeno, sulla base dell’articolo 301 del Codice penale turco, che punisce
l’offesa all’identità turca, una sorta di passepartout per imbrigliare la
libertà di stampa e di espressione nel paese. Il suo funerale si trasformò in un
momento di grande commozione per la città e per il paese intero che ora si
interrogava davanti alle centomila persone che gli rendevano omaggio con lo
slogan “siamo tutti armeni”.
La Turchia che chiede l’ingresso nell’Unione
Europea continua sistematicamente a rifiutare il riconoscimento del genocidio
armeno. Un milione e mezzo di bambini, donne e uomini trucidati nelle loro case
di Istanbul o dell’Armenia storica, oppure lasciati morire nel deserto siriano.
Il popolo armeno, i suoi superstiti, è rimasto come testimone. È testimone nella
Repubblica d’Armenia, che copre meno di un quarto del territorio dell’Armenia
storica, con Yerevan, la capitale che ammira impotente il monte Ararat, oggi
oltreconfine, simbolo di un’identità tormentata. È testimone nella Diaspora, in
Medio Oriente, nelle Americhe, in Europa. È testimone a Venezia. È testimone
nella richiesta di libertà degli uomini e delle donne dell’Artsakh e
nell’amorevole conservazione dei libri e dei manoscritti, legami con la propria
storia.
Hrant Dink era uno di questi uomini.
Paprblog.it 18.01.12
TURCHIA: Domani è morto Hrant Dink, cinque volte
morto
di Murat Cinar
Uno degli ultimi eroi di un popolo che esiste da
più di quattromila anni, è stato assassinato nel centro di Istanbul con tre
colpi al collo, esattamente cinque anni fa.
Hrant Dink (Հրանդ
Տինք) ha
sempre avuto la volontà di fermarsi un attimo e parlare, studiare la storia con
lo scopo di conoscerla, per poter riabbracciare i popoli del territorio
anatolico. Dink ha sempre e soltanto immaginato fosse possibile creare in
Turchia un futuro diverso in cui i popoli potessero guardarsi in faccia e
chiedersi scusa, ammettendo gli errori del passato, popoli turchi, curdi, armeni
oppure europei.
Quando nel 2006 ha ricevuto il Premio
Internazionale di Henri Nannen in Germania per aver promosso la libertà di
stampa disse: “Soltanto i turchi sono responsabili per quello che è accaduto?
Non sono anche gli europei a doversi chiedere se sono responsabili? Secondo me
sì, e solo facendo così, oggi, potremo capire cosa si riesca a fare per il
futuro”. Senz’altro con queste parole Dink si riferiva ai governi europei che,
dalla fine dell’Impero Ottomano, hanno sistematicamente ignorato, per via delle
alleanze militari, ideologiche oppure economiche, quasi tutto quello che hanno
vissuto i cittadini ottomani e turchi di origini armene nel territorio
anatolico. Nel suo appello durante la serata della premiazione, chiese ai
ministri, ai parlamentari ed ai giornalisti presenti in sala di non isolare e
non “lasciare soli” i popoli della Turchia e dell’Armenia.Hrant Dink era un
giornalista, lavorava per il giornale armeno più grande della Turchia, Agos, era
il suo capo redattore. Dink non era un giornalista rinchiuso nel suo ufficio:
oltre scrivere ed investigare per il suo giornale organizzava conferenze e
partecipava a programmi radiofonici e televisivi con lo scopo di farsi
“portavoce” di un popolo e della sua storia.
Grazie alle dichiarazioni rilasciate durante una
conferenza nella città di Urfa nel 2002 (Dink aveva dichiarato di non essere un
turco, bensì un cittadino turco ed armeno) fu processato fino al 2006 ed infine
assolto. Ovviamente non smise mai di difendere le proprie idee così, nel 2004 e
nel 2005, furono avviate due altre cause contro di lui perché, secondo i
giudici, “offendeva l’identità turca” nelle sue dichiarazioni pubbliche in cui
sosteneva che la figlia adottiva del fondatore della Repubblica turca (Mustafa
Kemal Ataturk) fosse in realtà una ragazza armena. Fu inoltre processato perché,
nel 2006, in un’intervista rilasciata all’Agenzia di stampa Reuters, definì
“genocidio” ciò che accadde nel 1915. Infine, nel 2007, a causa di un suo
articolo, lui e due altri giornalisti dell’Agos furono accusati di “offendere
l’identità turca”: questa volta Dink finì nel mirino per aver scritto: “Il
sangue pulito che sostituirà il sangue avvelenato che verserà il turco, scorre
nelle vene che l’armeno costruirà in Armenia”.
Nel suo articolo criticava apertamente il governo
armeno di allora per non essere in grado di assumersi le giuste responsabilità
nei confronti degli armeni residenti nel resto del mondo, lasciandoli soli.
Da quel punto in poi, in Turchia, prese piede
contro di lui una campagna nazionale forte, creata e portata avanti da una
grossa parte dei media e dei partiti politici. Mentre si svolgeva la caccia
all’uomo a livello politico, mediatico e giuridico, il 19 gennaio del 2007 un
diciassettenne fece fuoco per ben tre volte su Hrant Dink, uccidendolo in uno
dei centrali quartieri di Istanbul, proprio all’ingresso del palazzo nel quale
aveva la propria sede il giornale Agos.
La sera stessa, l’assassino fu arrestato. I media
iniziarono a ricevere un filmato che mostrava l’assassino, in caserma, con due
poliziotti intenti ad elogiarlo, in posa davanti alla bandiera turca. In pochi
giorni si iniziarono a scoprire piccole incongruenze che fanno sì che il
processo per l’omicidio di Dink prosegua tuttora: sotto accusa sono giudici,
avvocati, poliziotti, parlamentari, giornalisti, politici e militari. Tutti
elementi che dimostrano che non si sia trattato semplicemente di un omicidio ad
opera di un adolescente impazzito.
Dopo l’esecuzione di Dink, sia come protesta
spontanea sia durante il funerale, in diverse città della Turchia si sono svolte
manifestazioni di massa. Da quando è iniziato il processo, in ogni udienza, sia
dentro che fuori dal tribunale, sono migliaia le persone che si ritrovano per
dimostrare alla famiglia Dink che non è sola.
Proprio ieri (17 Gennaio 2012) si è concluso il
processo. Il risultato: tranne il vero assassino Ogun Samast, già condannato a
ventidue anni, tra i sette indagati in cinque sono stati condannati tra i sei
mesi ed i dieci anni. Secondo il tribunale dietro l’assassinio di Dink non
esiste un’organizzazione criminale organizzata. Dopo cinque anni di maxi
processo alla fine il caso si è ridotto in un semplice crimine ordinario
nonostante le prove portate dagli avvocati di Dink che testimoniano l’esistenza
di una parte occulta dello Stato (amministratori, militari, politici)
corresponsabile dell’omicidio.
_____________________
Hrant Dink, un ricordo -
19 gennaio 2012
Murat Cinar
Uno degli ultimi eroi di un popolo che esiste da
più di quattromila anni è stato assassinato nel centro di Istanbul con tre colpi
al collo, esattamente cinque anni fa.
Hrant Dink ha sempre avuto la volontà di fermarsi
un attimo e parlare, studiare la storia con lo scopo di conoscerla, per poter
riabbracciare i popoli del territorio anatolico. Dink ha sempre e soltanto
immaginato fosse possibile creare in Turchia un futuro diverso in cui i popoli
potessero guardarsi in faccia e chiedersi scusa, ammettendo gli errori del
passato, popoli turchi, curdi, armeni oppure europei.
Quando nel 2006 ha ricevuto il Premio
Internazionale di Henri Nannen in Germania per aver promosso la libertà di
stampa disse: “Soltanto i Turchi sono responsabili per quello che è accaduto?
Non sono anche gli Europei a doversi chiedere se sono responsabili? Secondo me
sì, e solo facendo così, oggi, potremo capire cosa si riesca a fare per il
futuro”. Senz’altro con queste parole Dink si riferiva ai Governi europei che,
dalla fine dell’Impero Ottomano, hanno sistematicamente ignorato, per via delle
alleanze militari, ideologiche oppure economiche, quasi tutto quello che hanno
vissuto i cittadini ottomani e turchi di origini armene nel territorio
anatolico. Nel suo appello durante la serata della premiazione, chiese ai
Ministri, ai Parlamentari ed ai giornalisti presenti in sala di non isolare e
non “lasciare soli” i popoli della Turchia e dell’Armenia.
Hrant Dink era un giornalista, lavorava per il
giornale armeno più grande della Turchia, Agos, era il suo capo redattore. Dink
non era un giornalista rinchiuso nel suo ufficio: oltre scrivere ed investigare
per il suo giornale organizzava conferenze e partecipava a programmi radiofonici
e televisivi con lo scopo di farsi “porta voce” di un popolo e della sua storia.
Grazie alle dichiarazioni rilasciate durante una conferenza nella città di Urfa
nel 2002 (Dink aveva dichiarato di non essere un Turco, bensì un cittadino turco
ed armeno) fu processato fino al 2006 ed infine assolto. Ovviamente non smise
mai di difendere le proprie idee così, nel 2004 e nel 2005, furono avviate due
altre cause contro di lui perché, secondo i giudici, “offendeva l’identità
turca” nelle sue dichiarazioni pubbliche in cui sosteneva che la figlia adottiva
del fondatore della Repubblica turca (Mustafa Kemal Ataturk) fosse in realtà una
ragazza armena. Fu inoltre processato perché, nel 2006, in un’intervista
rilasciata all’Agenzia di stampa Reuters, definì “genocidio” ciò che accadde nel
1915. Infine, nel 2007, a causa di un suo articolo, lui e due altri giornalisti
dell’Agos furono accusati di “offendere l’identità turca”: questa volta Dink
finì nel mirino per aver scritto: “Il sangue pulito che sostituirà il sangue
avvelenato che verserà il Turco, scorre nelle vene che l’Armeno costruirà in
Armenia”. Nel suo articolo criticava apertamente il Governo armeno di allora per
non essere in grado di assumersi le giuste responsabilità nei confronti degli
Armeni residenti nel resto del mondo, lasciandoli soli.
Da quel punto in poi, in Turchia, prese piede una
campagna nazionale forte, creata e portata avanti da una grossa parte dei media
e dei partiti politici contro di lui. Mentre si svolgeva la caccia all’uomo a
livello politico, mediatico e giuridico, il 19 Gennaio del 2007, un
diciassettenne fece fuoco per ben tre volte su Hrant Dink, uccidendolo in uno
dei centrali quartieri di Istanbul, proprio all’ingresso del palazzo nel quale
aveva la propria sede il giornale Agos. La sera stessa, l’assassino fu
arrestato. I media iniziarono a ricevere un filmato che mostrava l’assassino, in
caserma, con due poliziotti intenti ad elogiarlo, in posa davanti alla bandiera
turca. In pochi giorni si iniziarono a scoprire piccole incongruenze che fanno
sì che il processo per l’omicidio di Dink prosegua tuttora: sotto accusa sono
giudici, avvocati, poliziotti, parlamentari, giornalisti, politici e militari.
Tutti elementi che dimostrano che non si sia trattato semplicemente di un
omicidio ad opera di un adolescente impazzito.
Dopo l’esecuzione di Dink, sia come protesta
spontanea sia durante il funerale, in diverse città della Turchia si sono svolte
le manifestazioni di massa. Da quando è iniziato il processo, in ogni udienza,
sia dentro che fuori dal tribunale, sono migliaia le persone che si ritrovano
per dimostrare alla famiglia Dink che non è sola.
Hrant Dink aveva sempre detto che voleva vivere in
una Turchia democratica e desiderava un Paese in cui tutti i pareri potessero
essere enunciati, un Paese con libertà di espressione. Hrant Dink è stato sempre
definito “traditore della patria”. Adesso lui, nella sua tomba, e la sua
famiglia su questa terra, insieme ai suoi amici, parenti, conoscenti, colleghi e
sostenitori, aspettano giustizia. Il tempo scorre come ha fatto per centinaia e
migliaia di cittadini turchi ed ottomani di origini armene che da tempo
aspettano quel giorno in cui potranno vivere in Anatolia insieme a tutti i
popoli, in pace.
Qui riporto un articolo di Hrant Dink che mi sta
nel cuore e che ho tradotto con l’ausilio di Gepi Scapparone, mia moglie.
“Un signore anziano di un qualche paese vicino a
Sivas mi telefonò e disse: ‘Figlio mio, ti stavamo cercando: qui c’è una donna
vecchia… credo sia una di voi. Dio l’ha presa con sé. Se trovate qualche suo
parente, mandatelo qui da noi, così potrà prenderla e portarla via, altrimenti
faremo il nostro rito religioso e la sepelliremo. ‘Va bene’ ho risposto ‘Mi
informerò’.
Mi ha detto che la signora si chiamava Beatris ed
aveva 70 anni. Veniva dalla Francia, per visitare la città. Ho fatto un po’ di
chiamate e, in 10 minuti, ho trovato un indirizzo. Noi siamo pochi, ci
conosciamo tutti. Sono andato al negozio che mi avevano indicato ed ho chiesto
se conoscessero questa persona. Ho fatto il suo nome. Una signora non più
giovane mi disse: ‘è mia madre”. Stupito ho indagato: ‘Beh, scusi, e dove vive
sua madre?’ “Vive in Francia, fratello mio, viene in Turchia 3-4 volte all’anno
ma non si ferma mai ad Istanbul. Va direttamente nel villaggio che lasciammo
anni fa”. Allora le spiegai tutto e dissi di andare al villaggio.
Il giorno dopo, qualcuno mi chiamò. La signora
aveva trovato sua madre e l’aveva identificata. Si mise a piangere per telefono.
Le chiesi “Allora cosa fa? Porterà qui la salma?” e lei mi disse; “Fratello mio…
la porterei via ma qui c’è un signore che…” fu interrotta dal suo pianto. La
esortai a passarmi quel signore. A lui chiesi: “Che state facendo? Perché fate
piangere la signora?” “Figlio mio”, rispose “Io non le ho detto nulla: le ho
detto solo che quella donna è sua madre e che se vuole può seppellirla qui, è
come un fiume che ha trovato il proprio letto. In quel momento mi sono messo a
piangere anch’io. Mi sono messo a piangere per questo modo di percepire e
rappresentare le cose della gente dell’Anatolia.
Sì, “il fiume ha trovato il proprio letto”. E’
proprio così. Infatti, signori: gli armeni hanno delle “pretese” in questo mondo
… hanno pretese verso questo Paese, ed un cuore rivolto a queste terre. Lo avevo
già scritto e detto anni fa, quando il Presidente Demirel disse “Non abbiamo
nemmeno un pezzo di pietra da dare agli Armeni”. Allora avevo scritto e
raccontato la storia di questa donna. “Sì, noi, gli armeni, abbiamo gli nostri
occhi puntati su questa terra, ma non preoccupatevi: non è perché vogliamo
portarvi via questo territorio, solo vogliamo ritornarci ed entrarci dentro, per
poterci vivere per sempre’.
Corriere della sera Blog 19.01.12
Turchia, cinque anni fa l’assassinio di Hrant Dink.
Lo Stato ne esce pulito
di Riccardo Noury
Oggi sono cinque anni che Hrant Dink, un uomo dai
modi garbati, giornalista, attivista per i diritti umani, non c’è più.
Lo ammazzarono il 19 gennaio 2007 a Istanbul, a
causa delle sue idee, che riportava sul giornale bilingue turco e armeno
Agos. Parlava di diritti, di minoranze, di identità turca e armena e
contestava la versione ufficiale dello stato turco sul massacro degli armeni del
1915 (qui riproponiamo una
sua intervista della fine del 2006): un nervo scoperto che provoca continue
frizioni e crisi diplomatiche.
Secondo la giustizia turca, Dink ha pagato sì per
le sue idee, ma la responsabilità va fatta ricadere su due sole persone: un
esaltato nazionalista di 17 anni, Ogun Samast, inizialmente condannato
all’ergastolo, con pena poi ridotta a 23 anni proprio a causa della sua minore
età al momento del reato; e un 31enne, Yasal Hayal,
condannato proprio ieri al carcere a vita mentre altri 19 imputati venivano
assolti dall’accusa di far parte di un gruppo terrorista (nella foto una
manifestazione per chiedere giustizia.
Del coinvolgimento di funzionari dello stato turco
in questo delitto politico si parla insistentemente e se ne è parlato di nuovo
ieri, alla fine del processo. La Corte europea dei diritti umani, nel 2010, ha
condannato la Turchia a risarcire alla famiglia Dink 105.000 euro e a
sostenere le spese processuali per un totale di 28.595 euro. Secondo la Corte di
Strasburgo, nonostante i vari segnali di un piano per ucciderlo, le autorità
turche non garantirono a Dink protezione adeguata.
Persino la magistratura turca ha dovuto ammettere
che qualcosa è andato storto, quando nel giugno scorso ha condannato il
colonnello Ali Oz e altri sei agenti della gendarmeria di Trebisonda per
negligenza, ovvero per non aver riferito informazioni che avrebbero potuto
impedire l’omicidio.
Ricapitoliamo: Dink era nel mirino. Lo era almeno
da quando, nel 2005, era stato condannato a sei mesi, con sospensione della
pena, per aver “denigrato l’identità turca” nei suoi scritti sui cittadini
turchi di origine armena. Un giudice turco riconosce che dei funzionari dello
stato erano a conoscenza che c’era un piano per ucciderlo ma, negligentemente,
non le hanno riferite. La Corte europea per i diritti umani decreta che non è
stato protetto adeguatamente. Da chi? Chi voleva eliminarlo?
Come c’è una versione ufficiale sul massacro degli
armeni, ora c’è anche una versione ufficiale sull’omicidio di Hrant Dink: un
gesto isolato, lo stato non c’entra niente.
IL MENSILE 19.01.2012
Il caso Dink in tribunale
Christian Elia
Due giorni prima del quinto anniversario dell’omicidio
di Hrant Dink, giornalista turco-armeno, un tribunale di Istanbul ha sparato
di nuovo all’intellettuale assassinato davanti alla redazione di Agos, il
periodico bilingue che dirigeva a Istanbul.
La corte, il 17 gennaio 2012, ha condannato
all’ergastolo Yasin Hayal per aver ”istigato all’omicidio” il 17enne (all’epoca
dell’omicidio) Ogun Samast, condannato a 23 anni di carcere nel luglio 2011. E
basta. Yasin ha istigato, Ogun ha ucciso. Non basta, però, e i primi a non
sentirsi soddisfatti sono i parenti di Dink e i suoi colleghi, i suoi amici e i
suoi ammiratori. In cinquecento hanno abbandonato l’aula del tribunale, dopo la
sentenza, marciando in silenzio verso il punto dove Dink, all’epoca 52enne,
venne assassinato. Una protesta silenziosa, ma più rumorosa di mille urla.
Perché il giovane Ogun, dopo aver confessato,
aveva indicato almeno diciannove complici. Tutti assolti. Per non parlare di
tutta la marea nera che le inchieste della magistratura stanno facendo emergere,
con il coinvolgimento nell’agguato di alti papaveri delle forze di sicurezza
turche, nel senso che le autorità erano a conoscenza dei piani dei nazionalisti
per uccidere Dink, ma non hanno mosso un dito per impedirlo. Già nel 2010 La
Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato la Turchia per non aver
protetto la vita del giornalista.
Dink, dalle pagine di Agos, continuava a chiedere
alla società civile turca di interrogarsi sul suo futuro. Che non è solo il boom
economico, il rinnovato ruolo strategico internazionale, il turismo di massa. La
Turchia è anche la sua storia, che si costruisce di mille storie, anche quella
degli armeni e del loro massacro tra il 1915 e il 1916. Dink ha pagato con la
vita il suo coraggio, lo Stato turco non ha ancora la stessa impavida onestà
intellettuale.
Ancora oggi, nel 2012, arriva a un livello di
tensione diplomatica incredibile con la Francia per il suo passato. Alla fine
del 2011, infatti, il Parlamento francese ha approvato una legge che prevede il
carcere fino a un anno e una multa fino a 45mila euro per chi nega il massacro
di armeni compiuto dai Giovani turchi tra il 1915 e il 1917. La norma, approvata
in prima lettura dalla Camera bassa, non è passata all’esame del Senato
transalpino.
Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva
avvertito che il testo “aprirà ferite gravi e irreparabili” nei rapporti tra i
due paesi, annunciando una serie di misure di rappresaglia: sospesa la
cooperazione militare con Parigi, cancellati gli incontri politici ed economici,
vietato l’atterraggio e l’attracco in Turchia agli aerei e alle navi da guerra
francesi. Inoltre, l’ambasciatore turco a Parigi, Tahsin Buruoglu, è stato
richiamato per consultazioni. Ed ecco che il Senato di Parigi, a maggioranza, ha
bocciato la legge.
Questo il clima in un Paese che non riesce proprio
a far seguire alla rivoluzione politica, sociale, economica che ha realizzato
negli ultimi anni anche una rivoluzione culturale, capace di sentirsi una grande
Paese anche ammettendo gli errori del passato, rispettando i diritti delle
minoranze come quella curda e non facendo scadere la lotta politica con processi
‘politici’ e complotti oscuri. Questo chiedeva, in fondo, Dink. E lo chiedeva a
quello che ha sempre sentito come il suo Paese.
AGORAVOX, 20
GENNAIO
Turchia, cinque anni fa l’assassinio di Hrant
Dink.
Lo Stato ne esce pulito
Oggi sono cinque anni che
Hrant
Dink,
un uomo dai modi garbati, giornalista, attivista per i diritti umani, non c’è
più.
Lo ammazzarono il 19 gennaio 2007 a Istanbul,
a causa delle sue idee, che riportava sul giornale bilingue turco e armeno
Agos.
Parlava di diritti, di minoranze, di identità turca e armena
e contestava la versione ufficiale dello stato turco sul
massacro degli armeni del 1915
(qui riproponiamo una
sua
intervista della fine del 2006): un nervo scoperto che provoca
continue
frizioni e crisi diplomatiche.
Secondo la
giustizia turca,
Dink
ha
pagato sì per le sue idee, ma la responsabilità va fatta ricadere su due sole
persone: un
esaltato nazionalista di 17 anni, Ogun Samast,
inizialmente condannato all’ergastolo, con pena poi ridotta a 23 anni proprio a
causa della sua minore età al momento del reato; e un 31enne,Yasal
Hayal,
condannato proprio pochi giorni fa al carcere a vita mentre altri 19
imputati venivano assolti dall’accusa di far parte di un gruppo terrorista
(nella foto una manifestazione per chiedere giustizia).
Del
coinvolgimento di funzionari dello stato turco in questo delitto
politico
si parla insistentemente e se ne è parlato di nuovo ieri, alla fine del
processo. La Corte europea dei diritti umani, nel 2010, ha
condannato la Turchia a risarcire alla famiglia
Dink
105.000 euro
e a sostenere le spese processuali per un totale di
28.595 euro. Secondo la Corte di Strasburgo, nonostante i vari segnali di un
piano per ucciderlo,
le autorità turche non garantirono a
Dink
protezione adeguata.
Persino la magistratura turca ha dovuto ammettere che
qualcosa è andato storto, quando nel giugno scorso
ha condannato il colonnello Ali Oz e altri sei agenti della
gendarmeria di Trebisonda per negligenza,
ovvero per non aver riferito informazioni che avrebbero potuto impedire
l’omicidio.
Ricapitoliamo:
Dink
era nel mirino. Lo era almeno da quando, nel 2005, era stato
condannato a sei mesi, con sospensione della pena, per aver
“denigrato l’identità turca”
nei suoi scritti sui cittadini turchi di origine armena. Un
giudice turco riconosce che dei funzionari dello stato erano a conoscenza che
c’era un piano per ucciderlo ma, negligentemente, non le hanno riferite. La
Corte europea per i diritti umani decreta che non è stato protetto
adeguatamente. Da chi?
Chi voleva eliminarlo?
Come c’è una
versione ufficiale sul massacro degli armeni, ora c’è anche una versione
ufficiale sull’omicidio di Hrant
Dink:
un gesto isolato, lo stato non c’entra niente. |