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V'è
attesa e fermento in Turchia per la prossima conferenza stampa del capo di Stato
Maggiore, Buyukanit. Il Generale riferirà sugli ultimi sviluppi
concernenti l'annosa questione della gladio turca; l'Ergenekon, questo è il
nome del movimento d'eversione ultralaicista, ispirato alla leggendaria regione
della Siberia da cui proviene il popolo turco. L'organismo avrebbe pianificato
nei minimi dettagli un vero e proprio colpo di stato con il preciso intento di
rovesciare l'attuale governo di stampo islamico. L'Engenekon raccoglie, fra le
sue fila, un folto elenco di nomi noti, tra cui giornalisti, uomini d'affari,
giuristi, esponenti della Camera di Commercio e militari. Sono 21, ad oggi, gli
arresti confermati dai media: due i nomi di spicco: Sener Eruygur, una volta a
capo della gendarmeria, e dell'ex comandante in capo dell'esercito, Hurist Tolon.
L'inchiesta avrebbe riportato alla luce un piano d'azione sovversiva di stampo
laicista, responsabile, secondo gli inquirenti, di una lunga serie di omicidi
fra cui quello del giornalista armeno Dink e quello del sacerdote italiano, don
Santoro. Stando a quanto riportato dal quotidiano Sabah, l'organizzazione
avrebbe pianificato «eventi inauditi», non ultimo l'assassinio del Premio
Nobel, Pamuk. Il golpe avrebbe dovuto prender avvio lo scorso 7 luglio: «attacchi
dinamitardi ed omicidi erano parte di un più ampio piano segreto per rovesciare
il governo in oltre 40 province».
La
vicenda, com'è evidente, rischia di compromettere ulteriormente la stabilità
interna alla Turchia, piegata dalle ultime vicende giudiziarie che hanno
coinvolto il Partito dell'Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo)
di Erdogan. La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso, presentato dal
procuratore Yalcinkaya, che eccepiva la costituzionalità del discusso
emendamento alla norma sul «divieto del velo nelle università e negli uffici
pubblici», rinviando a giudizio il Partito di governo, accusato di attività
antilaiche: «Incapace di garantire la laicità dello Stato (sancita
all'articolo 2 della Carta Fondamentale)». La sentenza della Corte è attesa
per il prossimo mese di agosto e qualora l'Akp dovesse uscire sconfitto dalla
diatriba laicista, la magistratura potrebbe ordinare la chiusura del partito e
l'allontanamento dei suoi 71 esponenti politici.
Gli
analisti sono concordi nell'affermare che l'Akp potrebbe presto esser chiuso.
Di fatto, nonostante la maggioranza richiesta per la messa al bando del partito
sia di sette giudici su undici, «il Supremo Consiglio, nella sua composizione -
ricordano gli analisti- riflette una struttura ultra-laica sazeriana» (ben 8
furono nominati dal ex presidente Sazer). Secondo quanto disposto dall'articolo
78 della Carta Costituzionale, la Turchia potrebbe, allora, dover presto tornare
alle urne. Le conseguenze sono però tutt'altro che scontate: la sorte del
premier Erdogan potrebbe, infatti, non esser affatto segnata. L'Akp, costretto
ad una resa solo formale, potrebbe guadagnare consensi facendo leva sulla
percezione popolare, intimorita dal rinnovato autoritarismo della fazione laica,
coinvolta nel «mancato» golpe, oppure, ancora, facendo leva sulla solidarietà
popolare verso l'Akp «vittima dell'eccessiva ingerenza della magistratura dei
Generali». Nei fatti, come chiarito anche dal Supremo consiglio Elettorale,
Erdogan e così gli altri deputati dell'Akp, nonostante l'allontanamento,
potrebbero comunque presentare candidatura indipendente.
La
memoria difensiva, presentata dall'Akp, fa chiaro cenno alla «strumentalizzazione
della componente laica», richiamando espressamente «il diritto d'uguaglianza
(articolo 10) e di istruzione (articolo 42) per le donne che vogliano indossare
il turban», discriminate - secondo questa interpretazione - dal divieto
laico. La questione resta però contraddittoria: sebbene in Turchia si sia
registrata un'ampia crescita economica e l'Akp abbia «infine» reso libero
l'accesso delle donne velate nelle università, nei fatti il 30% delle donne tra
i 15 ed i 19 anni riceve oggi la sola istruzione elementare, mentre il tasso di
scolarizzazione femminile resta inferiore del 6% rispetto a quello maschile.
Le
istituzioni sono tuttora lontane dalle zone rurali, ove la scolarizzazione è
arretrata, se non anche inesistente, dense di miseria, deficit
democratico e corruzione. Sono 12 milioni i turchi
che hanno un'età compresa fra i 15 ed i 24 anni, ma accanto ai numeri che
preconizzano l'«opportunità demografica della Turchia», s'accresce il conto
economico di quei milioni d'invisibili, senza lavoro, istruzione o prospettiva.
Alle donne, cui la turchia accordò il diritto di voto già nel lontano 1935,
costrette, il più delle volte, ad un'immorale consuetudine retrograda, l'Akp
avrà pur concesso generica autorizzazione ad indossare il turban («per
renderle libere di partecipare», s'era difeso l'Akp), ma senza aver previsto,
piuttosto, una forma d'argine, idonea ad allontanare l'atavica discriminazione
che da sempre colpisce i meno abbienti. L'emendamento proposto a fine febbraio,
pare, allora, esser stato un mero atto politico, incapace nei fatti di
provvedere ai giovani, centro preferibile di gravità del futuro stato turco.
La
Turchia, terra di naturale confine tra Europa e Medio Oriente, resta allora
divisa fra le aspirazioni autoritarie del laicismo e le riforme
sostanzialmente incompiute dell'Akp (che vorrebbe proporre il modello statuale
più aderente ai principi dell'Islam). La contrapposizione tra entourage
militare, strenuamente laicista, e governo s'assommano, insomma, alla crisi
dell'Esecutivo di Erdogan, in bilico fra religione e riforme, fra aspirazioni
europeiste e Medio Oriente. |