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OGGI
IN PRIMO PIANO
LA
QUESTIONE ARMENA: OGGI UNA COMMEMORAZIONE STORICA
Una
giornata per non dimenticare: gli armeni di tutto il mondo commemorano oggi la
tragedia del proprio popolo, consumatasi all’inizio del secolo scorso per mano
turca. Una pagina dolorosa, riportata in primo piano da Giovanni Paolo II, che
il 26 settembre del 2001 - nel viaggio apostolico in Armenia – si è recato al
memoriale di Tzitzernakaberd, eretto proprio a ricordo delle vittime armene
cadute a partire dal 1915, nell’arco di tre anni, sotto il governo dei Giovani
Turchi. Una vicenda che, d’altro canto, presenta ancora numerose questioni
controverse in sede storica, a cominciare dal numero dei morti. Un milione e
mezzo, per gli armeni. Non più di trecento mila, secondo fonti turche.
Comunque, una tragedia di immani proporzioni, che Flavia Amabile e Marco Tosatti
ripercorrono nel loro ultimo libro “La vera storia del Mussa Dagh”, edito da
Guerini. Una storia di coraggio e speranza sulle vicissitudini di quattro mila
armeni, che lottarono strenuamente per la propria salvezza e, al tempo stesso,
per testimoniare al mondo la sofferenza del proprio popolo. Stefano Leszczynski
ha intervistato l’autore del libro Marco Tosatti, vaticanista del quotidiano
“La Stampa”.
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R.
– Il Mussa Dagh in realtà è uno dei pochi episodi, forse l’unico episodio
ad esito felice in quella storia tremenda che ha segnato l’inizio di un secolo
di orrori, e ha dato probabilmente anche l’idea all’autore dello sterminio
degli ebrei che certi crimini potevano essere compiuti impunemente. Che cos’è
il Mussa Dagh? Il Mussa Dagh è una montagna sulla costa, allora siriana, adesso
turca, che era abitata da sette villaggi di armeni, cristiani naturalmente.
Quando giunse l’ordine da parte delle autorità turche di raccogliere le
proprie cose per essere deportati altrove, come stava succedendo in quel momento
alla maggior parte degli armeni dell’Anatolia e dell’Impero comunque
Ottomano – c’erano già i giovani turchi però, per essere massacrati
sostanzialmente – gli abitanti di questi sette villaggi decisero che non
avrebbero voluto andarsene. Salirono su questa montagna e per 53 giorni
resistettero agli attacchi via via sempre più pressanti e più pesanti dei
turchi, con vecchie armi, con pochissimi fucili moderni, e l’attacco
dell’esercito turco, che si accorgeva che questi signori erano difficilmente
riconducibili “alla ragione” diventava sempre più duro. Cosa fecero?
Presero delle lenzuola, cucirono una grande croce rossa sopra queste lenzuola e
la issarono sulla cima della montagna nella speranza che qualche nave alleata
passando la vedesse. Finalmente dopo 53 giorni una nave francese la vide e
avvertì la flotta. L’ammiraglio non aspettò le istruzioni da Parigi, che
ovviamente sarebbero arrivate chissà quando, e decise di salvare oltre 4 mila
armeni – uomini, donne e bambini – che furono imbarcati e portati a Port
Said. E così questa resistenza bellissima, in cui sconfissero varie volte
l’esercito turco e gli ausiliari, si risolse in maniera positiva.
D.
– La storia sulla quale è costruito il libro dà però moltissimi spunti di
riflessione sul genocidio e dà anche degli spunti di riflessione su quella che
è la situazione attuale della regione …
R.
– L’interesse era focalizzare intanto questo baratro di memoria, cioè
questo genocidio non dimenticato, ma negato, che è una cosa diversa.
D.
– Per cercare di localizzare forse meglio geograficamente quello di cui stiamo
parlando, com’è la disposizione delle minoranze armene e curde nella regione?
Quanti Stati sono coinvolti? Perché esiste uno Stato Armenia, ma è di recente
costituzione ...
R.
– Lo Stato armeno è nato subito dopo la Prima Guerra mondiale, “grazie”
all’intervento dei bolscevichi. Per una questione geopolitica la Russia non
voleva che la Turchia potesse espandersi troppo a ridosso dei suoi confini e
l’esercito bolscevico arrivò e bloccò quello che era un secondo massacro nel
massacro, compiuto questa volta dai soldati di Ataturk, e non più del
triumvirato. In realtà, gli armeni adesso in Turchia ci sono e sono soprattutto
ad Istanbul. Anche durante il genocidio furono “risparmiati”, nel senso che
Istanbul era troppo visibile anche agli occhi delle potenze occidentali e delle
potenze, come la Germania, che erano alleate della Turchia stessa. Il grande
problema adesso per la Turchia non sono più gli armeni, sono i curdi,
nell’est del Paese, e gravitano in quella zona che è a cavallo fra Iran,
Iraq, parte della Siria e della Turchia, lì dove in realtà sarebbe già dovuta
nascere, alla fine della Prima Guerra Mondiale - quando fu decisa quella che un
autore di un libro molto bello ha definito “una pace per mettere fine a tutte
le paci” - la nuova spartizione con Sykes Picot, delle zone di influenza in
quell’area geografica. Loro avrebbero dovuto già avere uno Stato allora, uno
Stato che gli fu negato, e che mi sembra venga negato loro anche adesso.
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