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Sulla tragedia dimenticata del popolo armeno sono
usciti recentemente alcuni libri di notevole interesse. Il primo è «Pietre sul
cuore» (Sperling & Kupfer), una toccante testimonianza di Alice Tachdjian.
L'autrice, nata da genitori armeni scampati al genocidio, ha sposato un italiano
e vive in provincia di Ravenna. Nel libro racconta la storia della madre Varvar,
che all'età di sei anni visse in prima persona quella tragedia. Scampata al
massacro, la protagonista raggiunse la Grecia e infine la Francia, che divenne
così la sua nuova patria. Oggi sono quasi mezzo milione gli armeni che vivono
nella repubblica transalpina.
L'editore Rizzoli ha pubblicato invece «Gli Armeni. 1915-1916: il genocidio
dimenticato» di Yves Ternon. L'opera (pp. 428, 20 euro), già ben nota in
Francia, ha impegnato l'autore per molti anni, durante i quali Ternon ha
raccolto testimonianze di prima mano e documenti rari o dimenticati. Grazie a
questa attenta ricerca il libro si rivela uno strumento fondamentale per
conoscere questa drammatica pagina di storia.
Ternon è un medico francese che dal 1965 studia il genocidio armeno e quello
ebraico. In Italia è noto per il libro «Lo stato criminale. I genocidi del XX
secolo» (Corbaccio, 1997). Come molti altri, considera la tragedia degli Armeni
il primo genocidio del ventesimo secolo, ma in questo modo dimentica quello
degli Herero e dei Nama, indigeni della futura Namibia, che furono sterminati
dall'esercito tedesco fra il 1904 e il 1905.
Un'opera complementare a quella di Ternon è «La vera storia del Mussa Dagh»
(Guerini Associati), dove Flavia Amabile e Marco Tosatti si concentrano sui 45
giorni di resistenza che alcuni villaggi armeni cercarono invano di opporre
all'esercito turco. Il libro è particolarmente prezioso in quanto offre per la
prima volta alcuni rari documenti armeni tradotti in italiano.
Il rinnovato interesse per il tema in questione, comunque, non si esprime
soltanto nei libri, ma anche attraverso il cinema. Lo dimostra «Ararat», il
film di Atom Egoyan che è uscito nelle sale italiane alla fine di aprile.
Espressamente dedicato al genocidio, questo film è l'opera più ambiziosa del
celebre regista armeno-canadese. Nato e cresciuto in Canada, Egoyan ha scoperto
le proprie radici culturali a 18 anni. L'idea di realizzare un film sul
genocidio è nata nel 1994, in seguito all'incontro con l'attrice armena Arsinée
Khandjian. Il film narra, attraverso i ricordi dei protagonisti, la tragica
esperienza di questo popolo. Un artista che dipinge il ritratto della madre, un
regista che gira un film autobiografico, una ragazza che cerca il padre
scomparso: questi e altri i frammenti di storie personali che si intrecciano nel
film componendo un mosaico della memoria.
Presentato al Festival di Cannes nel 2002, «Ararat» ha scatenato dure reazioni
da parte della Turchia, che ha sempre negato il genocidio. L'ambasciata turca di
Parigi ha sottolineato il pericolo che si «confondesse la realtà con la
finzione scenica». Del resto, non era la prima volta che la questione
determinava frizioni diplomatiche fra i due paesi: all'inizio del 2001, quando
il Parlamento francese aveva riconosciuto all'unanimità il genocidio, Ankara
aveva risposto minacciando ritorsioni economiche nei confronti di Parigi.
La Francia, comunque, non accenna a cambiare rotta. Il 24 aprile, vicino al
Grand Palais di Parigi, è stata inaugurata una statua di bronzo che raffigura
Komitas, sacerdote e compositore armeno che fu testimone oculare del genocidio.
Il monumento, disegnato e realizzato dallo scultore armeno David Yerevantsi, è
stato scoperto proprio mentre milioni di armeni sparsi in tutto il mondo
commemoravano una tragedia che molti continuano a ignorare, se non addirittura a
negare.
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