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ANTEPRIMA
Uscirà in inverno,
per i tipi di Neri Pozza, l’ultimo romanzo di Gilbert Sinoué, Erevan, che
sto traducendo in questi giorni: un’interessante e commossa ricostruzione del
genocidio del popolo armeno perpetrato in Turchia negli anni 1915/1916.
Di quell’evento mostruoso – non certo il primo, nella storia europea, ma di
particolare interesse, perché per la prima volta si teorizzò in modo ‘moderno’ e
scientifico la distruzione di un intero popolo e della sua cultura – oggi in
Turchia è proibito parlare. Sepolto sotto una montagna di menzogne e
falsificazioni storiche, il solo nominarlo viene considerato un attentato
all’onore nazionale, e chiunque si azzardi a farlo viene, se gli va bene,
esiliato o ridotto al silenzio, se gli va male, ‘rieducato’ con metodi molto più
drastici. Lascio alla penna di Sinoué raccontare di quei giorni atroci, ma,
prima di dare appuntamento ai lettori in libreria, permettetemi una breve nota,
le cui considerazioni di fondo troveranno anch’esse sviluppo nel romanzo.
Sarebbe facile, di fronte a tanto orrore, attaccare incondizionatamente la
Turchia, tacciandola di ‘barbarie’ ed ‘inciviltà’: quella stessa Turchia di cui
gran parte dell’Europa ‘civile’ chiede con curiosa insistenza l’ingresso nella
UE. Si può anche fare, per carità, è un punto di vista, ma forse è meglio
lasciare questa xenofobia da marciapiede ai Borghezio e Calderoli che sono usi
praticarla (anche se – questo sì, almeno! – l’ingresso della Turchia nella UE
dovrebbe assolutamente essere subordinato al suo pubblico riconoscimento del
genocidio). Così facendo, infatti, si rischia di dimenticare che quel genocidio
fu – ovviamente! – responsabilità dei Turchi che lo commisero, ma solo, diciamo
così, al 51%; per il 49% per cento esso pesò, e pesa tutt’ora, sulla coscienza
delle potenze occidentali, che voltarono il capo dall’altra parte per non
vedere, bramose, come scrive Sinoué, delle “succose concessioni e ricchi affari”
che già avevano nell’Impero Ottomano e che speravano di aumentare ulteriormente.
Oggi non è cambiato quasi niente, e dovremmo chiederci le ragioni di
quell’insistenza, che ho definito curiosa ma che meglio sarebbe chiamare pelosa,
con cui l’Europa ‘civile’ propugna la causa di quel Paese: forse il progetto di
una Turchia come sicuro oleodotto del petrolio irakeno, e magari anche di quello
iraniano, quando le bombe israeliane avranno compiuto il loro lavoro, senza
dimenticare la sua funzione di bunker antirusso. Nel frattempo, gli Armeni
attendono ancora, non dico giustizia – sarebbe pretendere troppo, a questo
punto! – ma almeno che si faccia il nome dell’assassino. Così, per la cronaca.
Ad impedirlo, c’è una delle più vergognose ‘istituzioni’ delle ‘democrazie’
moderne: la ‘Ragion di Stato’, e tra le molte e disgustose ragioni che inducono
gli esseri umani a commettere infamie, forse questa è proprio la più rivoltante.
Innumerevoli sono gli esempi nella Storia, e ci vorrebbe ben altro che un
articolino come questo per ricordarli. Tanto per dir qualcosa, così, a volo
d’uccello, negli anni Trenta America ed Europa trescarono a lungo col Nazismo,
prima di prender posizione: l’una pensando che potesse essere utile in funzione
antisovietica, l’altra per autentica ‘sintonia’. A parte, infatti, il Fascismo
italiano, forti furono le simpatie filonaziste in Francia e in Inghilterra,
anche in alcuni membri della casa regnante (che del resto, non dimentichiamolo,
era Hannover, e che già durante la Prima Guerra Mondiale aveva assunto il nome
di Windsor proprio per non parer troppo imparentata col nemico). Riguardo
all’America, quando si decise ad intervenire in Europa non fu tanto perché
commossa dalle sofferenze degli Europei sotto il giogo della croce uncinata,
quanto, molto più ‘banalmente’ e ‘realisticamente’, perché i suoi analisti
militari avevano ormai capito che il Reich avrebbe perso la guerra, e che non
intervenire avrebbe significato ritrovarsi, alla fine del confitto, con
un’Unione Sovietica in posizione di strapotere, immensamente più forte di quella
che comunque riuscì a conquistarsi. E perché – una domanda questa cui non si è
mai data risposta – gli Americani, subito dopo l’inizio dell’intervento, non
mandarono le fortezze volanti a bombardare i Lager, di cui conoscevano
perfettamente l’esistenza? Avrebbero fatto qualche migliaio di morti tra gli
Ebrei, ma ne avrebbero salvato milioni. C’è chi attribuisce la spiegazione ad un
latente antisemitismo americano, ma – a proposito appunto di ragion di stato –
che chi dice che quei bombardamenti avrebbero fornito un grosso vantaggio
militare ai Sovietici, il cui fronte era relativamente vicino alla Germania,
mentre quello americano era ancora molto lontano, e con una montagna di ostacoli
frammezzo. E oggi, ai nostri giorni? Oggi tutti i capi di stato del mondo – a
cominciare da quel Sant’Obama da cui ci si aspettava poco meno che la
resurrezione dei morti, per finire al nostro Presidente della Repubblica (che
tra parentesi fu uno dei molti dirigenti del PCI, nel ’56, a plaudire
pubblicamente all’invasione dell’Ungheria) – strisciano in ginocchio pietendo
prebende e commesse miliardarie ai piedi del trono di Hu Jintao, macellaio capo
del nazicomunismo cinese, che dopo aver quasi cancellato culturalmente ed
etnicamente il Tibet, ora sta facendo la stessa cosa col Turkestan degli Uiguri.
Armeni, Tibetani, Uiguri? Ma chi se ne frega: business is business, e affanculo
i diritti umani, di cui, abitualmente, ogni cialtrone titolato è pronto a
riempirsi la bocca. È questa la ‘democrazia’ che vogliamo insegnare al resto del
mondo, anche a suon di bombe? Non mi sembra che ci sia molto da imparare.
Ma la vergogna di cui
l’Occidente si è macchiato nei confronti del popolo Armeno non si è limitata
a questo. Si dà il caso infatti che anche in America ed in Europa, sedi e
fonti di ogni ‘democrazia’, sia infatti, se non proibito, per lo meno
difficile, parlare del genocidio armeno. È avvenuto infatti che, dopo la
fine della Seconda Guerra Mondiale, la lobby ebraica internazionale,
mirabilmente organizzata, si sia strenuamente battuta per impedire che il
termine ‘genocidio’ potesse essere usato anche per indicare la vicenda
armena, pretendendo invece che esso venisse riservato alla Shoah. Una
squallida conta dei morti (comunque, da più di due milioni che erano alla
fine dell’Ottocento, gli Armeni erano ridotti a circa centoventimila alla
fine della Prima Guerra mondiale), talmente abbietta che non necessiterebbe
di commenti, se non vi fosse il grottesco particolare che fu proprio un
intellettuale ebreo, Raphael Lemkin, a coniare, nel 1943, il termine
“genocidio”, appunto partendo dall’analisi della vicenda armena (si veda
http://fr.wikipedia.org/wiki/Raphael_Lemkin).
La forza di questa lobby – particolarmente potente, come sappiamo, negli
USA, e segnatamente nell’industria cinematografica – è stata tale che,
alleandosi con la lobby turca, anch’essa molto forte negli Stati Uniti, è
sempre riuscita ad impedire che Hollywood girasse un film sul genocidio
armeno, sabotando ogni progetto ed ogni tentativo (come quello di Sylvester
Stallone, che per anni ha inutilmente cercato di trovare i finanziamenti per
tradurre in film il libro di Werfel. Sull’argomento esistono pochi film:
Ararat di Atom Egoyan, una produzione francocanadese del 2002 distribuita in
Italia dalla BIM, che ha avuto scarsissima visibilità: si veda
http://www.bimfilm.com/ararat/. Nel 2007 è uscito La masseria delle
allodole, di Paolo e Vittorio Taviani, una produzione di Italia, Bulgaria,
Francia e Spagna, 01Distribution, dal romanzo omonimo dell’armena padovana
Antonia Arslan: si veda
http://www.01distribution.it/film/masseria). Non solo. Sempre per
effetto delle medesime pressioni, sono pochissimi gli Stati al mondo che
abbiano riconosciuto quello armeno come “genocidio”: tra essi l’Italia, la
Francia, la Grecia, il Parlamento Europeo e pochi altri. Nei restanti Paesi,
non si usa mai il termine “genocidio”, ma si parla genericamente e vagamente
di ‘massacri’, oltretutto commessi ‘dall’una e dall’altra parte’. Così è,
per esempio, negli USA, ‘la più grande democrazia del mondo’, dove solo
alcuni Stati hanno riconosciuto il genocidio armeno, ma a titolo
individuale, senza che ciò impegni in alcun modo il governo federale.
Durante la sua campagna elettorale, Sant’Obama – ancora lui! – aveva
promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe dato luogo al riconoscimento e
durante la sua prima visita in Turchia avrebbe chiesto ragione di quel
crimine. La visita c’è stata, il 6 e 7 aprile 2009 (mancavano pochi giorni
al 24 aprile, data scelta dalla Comunità armena internazionale per
commemorare il genocidio, perché fu in quel giorno del 1915 che il movimento
nazionalista dei Giovani Turchi emanò il primo Ordine di deportazione
dell’etnia armena), ma sugli Armeni, nemmeno una parola. Ancora la ‘Ragion
di Stato’. Intanto, l’Armenia attende ancora che qualcuno osi pronunciare in
faccia al mondo il nome del suo assassino.
Giuliano Corà – 20 agosto 2009
Sullo stesso argomento consiglio di leggere anche il bellissimo romanzo
di Franz Werfel “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, Corbaccio Edizioni.
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