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Un premio richiamo alla memoria
È stato assegnato a Roma, il 22 gennaio, nella
sala delle cerimonie del Pontificio Collegio Armeno, il premio giornalistico per
la libertà d’informazione in memoria del giornalista armeno Hrant Dink.
Arrivato alla terza edizione, il premio è stato
assegnato al giornalista Toni Capuozzo, vice-direttore della redazione italiana
del TG 5.
Il premio è un’importante iniziativa per la
libertà d’informazione, presa subito dopo l’uccisione – a Istanbul – del
giornalista armeno, di cittadinanza turca, Hrant Dink, direttore del quotidiano
bilingue “Agos”.
Dink era un professionista che, senza essere un
rivoluzionario, aveva scritto a favore della riconciliazione nel tentativo di
pacificare i due popoli: turco e armeno. Colpevole di aver scritto ciò che
pensava, era diventato un giornalista scomodo, condannato nel 2005 a sei mesi di
reclusione, in base all’articolo 301 del codice penale turco, una condanna
fortemente criticata dall’Unione Europea. La colpa di Dink era stata il suo
coraggio professionale e la sua onestà intellettuale che lo avevano portato a
scrivere una serie di articoli sul genocidio armeno e sui fatti sanguinosi
contro la popolazione armena, avvenuti tra il 1915 e il 1917 che portarono
all’uccisione sistematica di oltre 1,5 milioni di armeni.
Un genocidio dimenticato e spesso negato
Il massacro degli armeni, chiamato in lingua
armena Metz Yeghern (“Il Grande Male”), continua ad essere un argomento tabù in
Turchia, dove la prima epurazione etnica del ventesimo secolo è messa a tacere e
non viene riconosciuta. Però questo primo genocidio organizzato dopo il 1900
(come lo aveva definito, nel 1973, la Commissione ONU per i diritti dell’uomo) è
poco conosciuto anche nel resto del mondo, motivo per cui viene spesso chiamato
il genocidio dimenticato.
Perché è importante il Premio che porta il nome di
un giornalista che si è fatto tacere con tre pallottole? È un modo di mantenere
viva la memoria di Hrant Dink, il suo messaggio, come anche il suo coraggio di
proclamare al mondo l’importanza della libertà d’informazione e la passione di
ricercare e far conoscere la verità, anche quando essa è scomoda per alcuni
poteri politici.
Questo premio assegnato in Italia è stato
organizzato dal Consiglio per la comunità armena di Roma, il cui presidente,
Michel Jeangey, è il responsabile del programma armeno della Radio Vaticana. Tra
i collaboratori della manifestazione di quest’anno sono: Reporter senza
frontiere, il Pontificio Collegio Armeno e l’Assessorato alle Politiche
Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma.
La voce del Papa nella difesa del popolo armeno
Verso la sofferenza degli Armeni, primo popolo
della storia che nel 301 accolse il Cristianesimo come religione nazionale, è
sempre attenta la Santa Sede con numerose testimonianze e interventi. Tra i più
recenti, ricordiamo, nel 2001, il S.Padre Giovanni Paolo II in occasione del
viaggio apostolico in Armenia, che visitò il mausoleo Tzitzernakaberd, di
Yerevan, dove pronunciò una memorabile preghiera con l’esortazione a non
dimenticare una tragedia che continua ad essere negata anche oggi sullo stesso
territorio dove fu consumata. La preghiera diceva: “Ascolta, o Signore, il
lamento che si leva da questo luogo, l’invocazione dei morti dagli abissi del
Metz Yeghérn, il grido del sangue innocente che implora come il sangue di
Abele,
come Rachele che piange per i suoi figli perché
non sono più. Ascolta, o Signore, la voce del Vescovo di Roma, che riecheggia la
supplica del suo Predecessore, il Papa Benedetto XV, quando nel 1915 alzò la
voce in difesa del popolo armeno gravemente afflitto, condotto alla soglia
dell’annientamento”.
Anche l’attuale Pontefice Benedetto XVI ha toccato
la delicata questione del genocidio armeno proprio in occasione del suo viaggio
apostolico in Turchia nel novembre del 2006. In tale occasione, incontrando il
Patriarca apostolico armeno Mesrob II a Istanbul, il Santo Padre, nel saluto che
gli ha rivolto, disse: “Rendo grazie a Dio per la fede e la testimonianza
cristiana del popolo armeno, trasmesse da una generazione all'altra, spesso in
circostanze davvero tragiche come quelle sperimentate durante il secolo
passato”.
Anca Martinas Giulimondi |