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Tra i casi letterari degli
ultimi anni riveste un posto di primissimo rilievo
La masseria delle allodole
di Antonia Arslan; l’autrice, per anni docente di Letteratura italiana moderna e
contemporanea presso l’Università di Padova, ha attinto alle tragiche memorie
famigliari per raccontare il genocidio del «mite e fantasticante» popolo armeno
del 1915. Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film (2007) dei fratelli Taviani,
mentre lo scorso anno è uscito il sequel, intitolato La
strada di Smirne,
che riallaccia i destini dei personaggi incontrati nella «Masseria» prima che le
loro vite siano ulteriormente sconvolte dal grande incendio di Smirne del 1922.
Quando ha
iniziato a ricostruire il passato armeno?
«Con il passare degli anni è iniziato a emergere
qualcosa rimasto nascosto molto a fondo nella mia anima. Da tempo, prima di
scrivere la "Masseria", avevo iniziato a raccogliere ogni genere di informazioni
sull’Armenia. Era una parte di me con cui dovevo fare i conti. La vocazione alla
scrittura in questo caso si aprì attraverso due canali molto precisi. Sentii dei
bellissimi cori in concerto a Venezia: sul programma scrissi una poesia
intitolata
Elegia armena.
Sentivo che c’era qualcosa che doveva essere espresso e io ero molto in ritardo.
Avevo perso molto tempo per la strada. L’altro movente per la mia scrittura fu
l’incontro con la grande poesia di Daniel Varujan. Tentai l’impresa di tradurlo
non sapendo quasi nulla di armeno. Fu come un ordine interno. Immergermi nella
poesia di Varujan mi ha aperto la mente: quello che era solo un ricordo
famigliare, memoria infantile, cibo armeno, è diventato un mondo, la storia di
un mondo perduto; così è scattata la visione del "paese perduto", come lo
chiamano loro».
Dopo la «Masseria» e «La strada di Smirne» il progetto armeno è
concluso?
«No, ci sarà un terzo libro. I romanzi sono legati tra di loro e
il secondo ingloba la storia del primo. In entrambi c’è un prologo che racconta
di un nonno e di una bambina. Questa bambina è la chiave di tutto. I miei
romanzi sono storie viste con gli occhi della bambina. È la bambina che ha
conservato dentro di sé tutti questi racconti. Sarà lei la protagonista del
terzo libro».
Qual è la sua visione della storia? Qual è la sua visione del
male?
«Richiamerei la ferita sempre aperta per ogni armeno. Anch’io
avevo questa ferita, anche se ho tentato di negarlo per anni. È un fatto che
tocchi con mano quando incontri le persone di un popolo martirizzato per secoli.
È una storia che si segue anno dopo anno, secolo dopo secolo, di provvisorie
rinascite, di invasioni, di tormenti, di rapimenti, di continui patetici
tentativi di ricominciare. Eppure, non sono pessimista. Il male alla fine non
vince, pur in tanto orrore. I poveri armeni sanno che ritroveranno la patria
perduta in cielo. Per loro è una cosa molto concreta, fisica. Con profumi e
colori… Non sono solo sogni… è per loro un’immagine molto concreta e visiva.
Dicono: "Se non c’è più erba qui, la ritroveremo dall’altra parte". Io avevo
dentro tutto questo e non lo sapevo. Iniziai a interessarmi alla Shoah ebraica
da quando avevo 9 anni: ho saputo prima degli ebrei e dopo degli armeni».
Cosa pensa della religione islamica?
«Non ho risposte preconfezionate, né risposte che non sono
disposta a cambiare. L’islam non è una realtà unitaria, come non lo è il
cristianesimo. Anche all’interno della loro ortodossia c’è varietà. Per esempio,
ci sono gli Aleviti, che sono una cospicua minoranza in Turchia, e che sono
stati molto perseguitati. L’irenismo dell’"abbracciamoci tutti" non è
praticabile davvero, e sta anche passando di moda. La concretezza dei fatti ci
mostra come esso venga interpretato come cedimento totale. Ma prendere la
posizione diametralmente opposta è altrettanto suicida. D’altronde, è difficile
trovare interlocutori credibili. Penso che è necessario avere una posizione
condivisa di confronto fermo su principi su cui non cedere, ma che allo stesso
tempo non bisogna farsi condizionare da preconcetti o pregiudizi. C’è nel dna
dell’islamismo la percezione di essere "la" religione, quella superiore, di cui
il cristianesimo è una tappa; inevitabilmente il cristiano è visto come uno che
farebbe bene a convertirsi. Ma oggi, essi vedono in noi una situazione
degenerata. Del resto, la scristianizzazione dell’Europa è abbastanza evidente».
Come commenta la morte di monsignor Padovese?
«È stato un fatto orrendo. Quanto ci vorrà per capire che il filo
di sangue che collega tutti gli assassini di religiosi o di esponenti delle
minoranze in Turchia non può essere addebitato a singoli fanatici squilibrati?
Si è fatto credere che l’assassinio di don Santoro sia stata opera di un giovane
disturbato; il massacro nel 2007 di tre redattori di una casa editrice
protestante presbiteriana di Malatya è stato dimenticato... La stessa
magistratura in Turchia indaga sulla famigerata gang Ergenekon sulla quale non è
stato espresso un giudizio definitivo. Il processo per l’assassinio del
giornalista Hrant Dink è ancora in corso e uno dei suoi difensori si è impiccato
pochi giorni fa. Non si capisce perché l’Occidente non veda la gravità della
situazione delle minoranze che hanno una vita grama in tutti i sensi. C’è un
atteggiamento persecutorio, a volte esibito a volte nascosto, che in tutta la
Turchia rende difficile la vita anche sul piano burocratico: non puoi fare la
carriera acccademica, non puoi entrare nell’amministrazione statale, né nelle
forze armate, sei in tutto e per tutto un cittadino di seconda categoria. La
morte di mons. Padovese è stato l’ultimo atto di questo orrore».
Che cosa riferiscono i suoi contatti in Turchia?
«I miei amici percepiscono una grande paura. Ogni volta che si celebra la Messa
c’è un soldato fuori dalla porta. Ci sono dei musulmani che si convertono, ma di
nascosto, copertissimi, senza dirlo, con forme di battesimo segreto».
Alessandro
Rivali
Il Sussiduario
AVVENIRE/ Intervista a Antonia Arslan: “In Turchia
i cristiani hanno paura”
Redazione
sabato 17 luglio 2010
Su Avvenire di oggi una intervista ad Antonia Arslan, scrittrice e
docente di letteratura italiano moderna e contemporanea a Padova. Antonia Arslan
ha scritto tra gli altri il libro “La masseria delle allodole” sul genocidio del
popolo armeno da parte dei turchi nel 1915 da cui è stato tratto un film dei
fratelli Taviani. L’intervista verte appunto sul popolo armeno e sulla Turchia e
sul suo ingresso in Europa.
La scrittrice è infatti di origini armene e comincia a occuparsi del suo popolo
dopo aver sentito un concerto di canti armeni e aver incontrato il poeta Daniel
Varujan. “Tentai l’impresa di tradurlo” dice la scrittrice “non sapendo quasi
nulla di armeno. Fu come un ordine interno. Immergermi nella poesia di Varujan
mi ha aperto la mente: quello che era solo un ricordo famigliare, memoria
infantile, cibo armeno, è diventato un mondo, la storia di un mondo perduto;
così è scattata la visione del "paese perduto", come lo chiamano loro”.
Dopo la Masseria, la Arslan ha scritto un
secondo libro sulle vicende armene, La strada di Smirne. “Ne scriverò un terzo.
I romanzi sono legati tra di loro e il secondo ingloba la storia del primo. In
entrambi c’è un prologo che racconta di un nonno e di una bambina. Questa
bambina è la chiave di tutto. I miei romanzi sono storie viste con gli occhi
della bambina. È la bambina che ha conservato dentro di sé tutti questi
racconti. Sarà lei la protagonista del terzo libro”.
Il giornalista le chiede quali siano le sue
visioni della storia e del male. Per la donna, è il richiamarsi a una ferita
sempre aperta, che lei stessa ha cercato di negare per anni: “Eppure, non sono
pessimista. Il male alla fine non vince, pur in tanto orrore. I poveri armeni
sanno che ritroveranno la patria perduta in cielo. Per loro è una cosa molto
concreta, fisica”. Si parla poi di Islam, “non è una realtà unitaria, come non
lo è il cristianesimo. Anche all’interno della loro ortodossia c’è varietà”.
Aggiungendo: “C’è nel dna dell’islamismo la percezione di essere "la" religione,
quella superiore, di cui il cristianesimo è una tappa; inevitabilmente il
cristiano è visto come uno che farebbe bene a convertirsi. Ma oggi, essi vedono
in noi una situazione degenerata. Del resto, la scristianizzazione dell’Europa è
abbastanza evidente”.
A proposito dell’omicidio di monsignor Padovese,
dice: “È stato un fatto orrendo. Quanto ci vorrà per capire che il filo di
sangue che collega tutti gli assassini di religiosi o di esponenti delle
minoranze in Turchia non può essere addebitato a singoli fanatici squilibrati?
Si è fatto credere che l’assassinio di don Santoro sia stata opera di un giovane
disturbato; il massacro nel 2007 di tre redattori di una casa editrice
protestante presbiteriana di Malatya è stato dimenticato...”
Aggiungendo: “Non si capisce perché l’Occidente non veda la gravità della
situazione delle minoranze che hanno una vita grama in tutti i sensi. C’è un
atteggiamento persecutorio, a volte esibito a volte nascosto, che in tutta la
Turchia rende difficile la vita anche sul piano burocratico: non puoi fare la
carriera acccademica, non puoi entrare nell’amministrazione statale, né nelle
forze armate, sei in tutto e per tutto un cittadino di seconda categoria. La
morte di mons. Padovese è stato l’ultimo atto di questo orrore”. |