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«Ho preso in considerazione tre guerre del XX
secolo nelle quali hanno avuto luogo stermini che di fatto assumono il volto
della "pulizia etnica". Ho osservato questi eccidi attraverso gli occhi dei
bambini che ne sono stati vittime e, per conseguenza, sono spinti verso il
desiderio di vendetta. Il mio scopo? Risvegliare una coscienza nuova dei drammi
avvenuti e, attraverso la loro comprensione, volgere il rancore in capacità di
dialogo, interrompere la nemesi della catastrofe, mostrare che il "nemico" è
altro, non è "l’altro"».
Muriel Mirak-Weissbach, americana di origini armene, ha conosciuto solo da
adulta la verità della propria famiglia: entrambi i genitori che, ancora
infanti, fortunosamente scampano al massacro del 1915 e, grazie ad alcune
famiglie turche (qui sta il nodo: la Turchia ufficiale massacra gli armeni,
alcuni cittadini turchi a loro rischio li salvano), riescono a rifugiarsi
oltreoceano. La memoria dei massacri riaffiora solo quando la vecchia madre
osserva le immagini dei bimbi iracheni tra le macerie della Prima guerra del
Golfo: allora la figlia giornalista l’incoraggia a metterla nero su bianco. Lei,
americana cresciuta in mondo così diverso, decide che deve fare qualcosa per
quei piccoli che assomigliano tanto ai propri genitori quando erano bambini.
E dirige un Comitato per salvare i bambini d’Iraq, sostenuto anche dall’abbé
Pierre. Negli anni successivi, dopo il fallimento dell’accordo di Oslo (1993),
cercherà di prestare aiuto anche ai palestinesi. Dalle esperienze dirette della
Mirak-Weissbach nasce un volume di memorie e di meditazione: Through the Wall of
Fire. Armenia, Iraq, Palestine. From Wrath to Reconciliation ("Attraverso il
muro di fuoco. Armenia, Iraq, Palestina. Dal furore alla riconciliazione").
«Ci sono conflitti che perdurano anche se sono cominciati un secolo fa. Le
persone sono intrappolate da pregiudizi e si tramandano l’odio. Ma se cerco di
capire da che cosa originano queste guerra, trovo solo le logiche geopolitiche
dei vecchi imperialismi ottocenteschi, che usano i popoli come pedine. Se un
popolo crede di odiarne un altro, è perché non lo conosce: non sa guardarlo in
faccia. È cruciale riuscire a cambiare tale percezione soggettiva del nemico, e
questo richiede un radicale impegno emotivo oltre che intellettuale. Il titolo
ricorda il passaggio descritto da Dante al culmine del Purgatorio: attraverso il
muro di fuoco per poter giungere alla sua Beatrice».
E concretamente che si può fare?
«Un esempio lampante è quanto hanno messo in moto Daniel Barenboim, musicista
israelo-argentino, e il compianto intellettuale palestinese Edward Said con la
West Eastern Divan Orchestra, in cui suonano fianco a fianco giovani arabi e
israeliani i quali, nelle armonie cui danno vita, scoprono quanto le loro
culture gli impedivano di vedere: si può stare assieme, lavorare e gioire
assieme. È anche un problema di conoscenza: pochi arabi sanno dell’olocausto
degli ebrei; pochi israeliani sanno delle sofferenze dei palestinesi cacciati
dalle loro case nel ’48».
Tra armeni e turchi nulla è cambiato?
«Molto è cambiato. Dopo gli scontri tra Russia e Georgia sull’Ossezia (2008) si
è parlato di nuovi tracciati attraverso l’Armenia per il trasporto di gas e
petrolio. Forse questo ha favorito la riapertura del dialogo con la Turchia: ci
sono stati incontri sportivi e diplomatici; nel 2009 è stato firmato un
protocollo che prevede di riaprire le frontiere, di stabilire rapporti
diplomatici e di istituire una commissione d’inchiesta sugli eccidi del ’15: in
Turchia questo è ancora tabù. Gli armeni della diaspora sono contrari a questa
commissione perché i fatti sono già accertati da tempo: su una popolazione di
circa tre milioni oltre la metà fu sterminata dai Giovani turchi. Ma è
importante discuterne: recuperare la memoria, conquistare la verità richiede una
dura lotta. Ricordo Hrant Dink, giornalista che si impegnò nel dialogo tra
turchi e armeni. Fu ucciso il 19 gennaio del 2007 da un estremista, ma oggi la
sua opera è continuata da una fondazione che porta il suo nome. Molti
intellettuali turchi operano per il riconoscimento del genocidio e per un
dialogo di pace. Anche il nipote di Cemal Pascià, uno dei 3 dirigenti dei
Giovani turchi attivi nel genocidio del 1915, Hasan Cemal, ha indipendentemente
confermato le responsabilità del nonno e ne ha parlato recentemente negli Stati
Uniti, in convegni degli Amici di Hrant Dink. Gesti di questo genere sono
fondamentali».
Quando raccolse aiuti per i bambini iracheni, non trovò tutte aperte le porte
all’Onu...
«Sadruddin Aga Khan si impegnò personalmente, e lo stesso fece l’ex segretario
Onu Kurt Waldheim. Compimmo diversi voli per portare medicinali. Portammo in
Europa e negli Usa molti bambini feriti e li riportammo in patria dopo averli
curati. Alcuni ostacoli furono posti dagli esponenti di chi aveva lanciato la
guerra. Era difficile reperire gli aerei da trasporto: proponemmo di usare
apparecchi civili iracheni, ma ci fu vietato. Tuttavia riuscimmo nell’intento:
certo, si sarebbe potuto fare di più. Ricordo una madre americana che voleva
mandare orsacchiotti di peluche perché i bambini iracheni potessero giocarci e
non ci riuscì: il comitato Onu per le sanzioni lo vietò. Sono i paradossi di
crisi belliche di questo tipo. Bisogna mettere in campo tanta buona volontà.
Offrire alla gente la possibilità di conoscersi e collaborare. La passione delle
persone può superare gli ostacoli delle burocrazie e delle logiche del
conflitto. Non c’è altra via d’uscita».
Leonardo Servadio |