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F u il primo genocidio del
secolo scorso, un prologo agli orrori che seguirono fino al culmine della
barbarie toccata con l’Olocausto. Ma se ne parla poco e malvolentieri.
Ricordare il genocidio del popolo armeno compiuto dalla Turchia nel 1915, oltre
un milione e mezzo di persone deportate, massacrate o lasciate morire di stenti
nei deserti della Siria, significa evocare una questione dai risvolti politici
dirompenti. Se n’è avuta l’ennesima conferma dopo che la commissione esteri del
Congresso americano ha approvato una risoluzione in cui si riconosce il
genocidio degli armeni, suscitando la furibonda reazione della Turchia. Il
negazionismo di Ankara è un vero e proprio dogma sul Bosforo e sembra essere
l’unico cemento in grado di tenere insieme un Paese drammaticamente spaccato
tra laici e islamisti. Chi s’azzarda a rompere questo tabù commette un crimine
punito severamente dal famigerato articolo 301 del codice penale che prevede
il carcere «per chiunque reca offesa all’identità turca». Decine di
giornalisti e scrittori, fra i quali il premio Nobel per la letteratura Ohran
Pamuk, hanno subìto un processo per questo, insultati come traditori della
patria. C’è chi, come lo storico Taner Akcam, è finito in galera. E qualcuno,
come il giornalista armeno Hrant Dink, ha pagato con la vita, ucciso da un
killer in pieno centro d’Istanbul.
Il governo di Ankara nega
il genocidio, preferendo parlare genericamente di «una tragedia che ha
accomunato turchi ed armeni in circostanze di guerra». Si tratta di una
menzogna che si fa scudo di una piccola verità: i fatti avvennero sì nel
contesto della Grande Guerra ma ciò non toglie che fu un vero e proprio
genocidio, vale a dire «lo sterminio di un gruppo nazionale, etnico o
religioso», secondo la definizione dell’Onu. Del resto la pulizia etnica nei
riguardi degli armeni venne teorizzata e poi praticata dai Giovani Turchi fin
dal 1909.
A differenza della Germania
che ha fatto mea culpa per i crimini del nazismo, la Turchia si ostina a non
fare i conti con la storia, barricandosi dietro la difesa dell’identità
nazionale. Ma questa non può cancellare gli errori e gli orrori del passato.
Riconoscerlo, anche al prezzo di una severa autocritica, è il primo passo per
costruire un Paese dove l’identità nazionale si coniuga con le fondamentali
esigenze della democrazia. Non dobbiamo dimenticare che l’Unione Europea, di
cui la Turchia di Erdogan intende far parte, ha il suo atto di nascita
nell’abbraccio tra ex nemici che seppero trarre insegnamento dalla storia.
L’accordo siglato lo scorso autunno a Zurigo tra Turchia ed Armenia ha fatto
nascere grandi speranze. Ma non ci sarà vera riconciliazione mettendo tra
parentesi le ferite ancora aperte di un passato tragico e doloroso. E’ questo il
segnale che arriva dal voto della commissione esteri del Congresso americano.
Non è la prima volta, era successo anche tre anni fa. Poi l’allora presidente
Bush impedì che la mozione sul genocidio armeno venisse affrontata nell’aula
del Congresso. A quanto pare Obama non si differenzierà dal suo predecessore
per non mettere a repentaglio l’amicizia con la Turchia, bastione avanzato
della Nato ed alleato decisivo, anche se un po’ troppo autonomo, sul fronte
orientale. Forse sarebbe il caso che l’Europa facesse sentire la sua voce. Ma il
riconoscimento del genocidio armeno non appare tra le numerose e dettagliate
condizioni per l’ingresso della Turchia nella Ue... Vistosa lacuna che
contraddice storia e ideali del nostro vecchio continente. |