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Il
“beduino misericordioso”
(Studi
Cattolici di maggio 2006)
Di
Giovanni Ricciardi
Quando
si parla del massacro degli armeni, ancora oggi si prova quasi un imbarazzo,
come se la storia del primo genocidio del XX secolo fosse tuttora un argomento
tabù, o quanto meno una memoria scomoda. Si ha quasi l’impressione che
novant’anni di ostinato negazionismo, soprattutto da parte turca, abbiano
lasciato il segno, un sospetto, o un’ombra che ancora grava su questi morti. E
finisce per soffocare quella pietas
che sarebbe dovuta anzitutto alle vittime innocenti della storia.
È
di questi ultimi mesi la notizia del processo contro Orhan Pamuk, uno dei più
grandi romanzieri turchi viventi, che ha rischiato tre anni di carcere nel suo
Paese solo per aver ammesso pubblicamente l’esistenza del dato storico,
incontrovertibile: tra il 1915 e il 1916, il governo dei Giovani Turchi concepì
e pianificò l’eliminazione fisica di un intero popolo, uno dei più antichi
della storia, la più grande minoranza cristiana dell’Impero ottomano. I
balletti delle cifre oscillano fra i 900mila e i due milioni di armeni passati
per le armi, gettati nei fiumi dell’Anatolia, abbandonati alla mercé di bande
criminali, deportati in massa verso il deserto della Siria: ma la tragica
sostanza rimane immutata. E il lungo cammino affrontato in questi decenni dalla
diaspora armena per ottenere il pieno riconoscimento storico del “loro”
Olocausto è ancora lontano dal suo compimento.
A
Erevan, capitale dell’ex-repubblica sovietica d’Armenia, il memoriale del
genocidio ricorda non solo le vittime, ma rende anche onore a quei “giusti”
che operarono per impedirlo o cercarono di farlo conoscere al mondo. Tra loro,
il tedesco Armin Wegner, che documentò con una serie di fotografie
impressionanti gli avvenimenti di quegli anni; Giacomo Gorrini, console italiano
a Trebisonda - città da poco salita alla ribalta della cronaca per
l’assassinio di don Andrea Santoro – che si adoperò per salvare armeni e
smuovere le coscienze dell’Europa di fronte alla tragedia; l’ambasciatore
americano a Costantinopoli, Henry Morgenthau, che fondò, dopo la guerra,
l’organizzazione Near East Relief per riscattare e far adottare i bambini armeni
sopravvissuti al genocidio.
L’elenco
potrebbe continuare, per fortuna. Ma un posto tutto particolare, in questa
“famiglia” di giusti, è occupato da Fayez-El-Ghossein: arabo, musulmano,
figlio di un capo tribù beduino, alto funzionario dell’impero ottomano,
quest’avvocato formatosi a Costantinopoli fu testimone diretto, per le
complesse vicende della sua vita, della deportazione e dei tormenti patiti dal
popolo armeno durante
la Grande Guerra. Egli
stesso, accusato di collaborazionismo col nemico, fu condannato a morte e
deportato nelle regioni in cui si consumava il “Grande Male” - così gli
armeni chiamano il genocidio del loro popolo - ma riuscì a fuggire, in
circostanze rocambolesche, ai suoi carcerieri. Con una lunga, estenuante marcia
che lo condusse da Diarbakir a Bassora in 70 giorni, si mise in salvo e si
consegnò agli inglesi. Trasferito a Bombay, redasse un diario, una raccolta di
appunti non sistematica, ma di grande importanza storica: uno dei pochissimi
resoconti sullo sterminio armeno prodotti quasi contemporaneamente ai fatti da
un testimone oculare. Questo breve testo, pubblicato nel 1916, fu poi tradotto
dall’arabo in francese e stampato in Francia l’anno seguente, quando la
guerra volgeva al suo termine. Nuovamente edito a Beirut nel 1965, è oggi per
la prima volta disponibile in lingua italiana, per i tipi di Guerini (Fayez-El-Ghossein,
Il beduino misericordioso. Testimonianze
di un arabo musulmano sullo sterminio degli armeni. Guerini e Associati,
Milano, 2005, euro 14,00).
Il
resoconto dei fatti è scarno ma eloquente: Ghossein riferisce episodi di cui è
stato osservatore diretto o racconti uditi da viaggiatori, autorità locali,
compagni di prigionia. Ad essi premette una breve introduzione, in cui spiega i
motivi che lo hanno indotto a scrivere e traccia un rapido profilo della nazione
armena e della sua storia millenaria. Ghossein è mosso a compassione per la
sorte di quest’antico popolo condotto all’annientamento; ed è scandalizzato
dal disinvolto comportamento assassino di governanti che, dal suo punto di vista
di musulmano osservante, considera assolutamente illegittimi: «Un Governo (il
Governo ottomano dei “Giovani Turchi”) che si proclama protettore
dell’Islam e detiene il Califfato non può agire in modo contrario ai precetti
della hvaria: facendolo, cessa di
essere un Governo musulmano e perde il diritto di governare. I musulmani devono
dunque rinnegare tale Governo che, calpestando lo spirito del Corano e gli hadith
del Profeta, uccide gli innocenti e non teme di lordare le sue mani col sangue e
con un crimine che non ha eguali nella storia».
E
in realtà, i Giovani Turchi, giunti al potere nel 1908 e formati nelle
università francesi al mito dello stato laico e dell’unità nazionale, erano
portatori di un’ideologia sostanzialmente agnostica e irreligiosa. Ma quel che
colpisce, soprattutto oggi, è il modo in cui Ghossein s’appella alla Sharia proprio per stigmatizzare il comportamento disumano di un
potere che stava cancellando secoli di convivenza tra le minoranze cristiane e
la maggioranza islamica in seno all’Impero. Egli teme che l’Occidente
finisca per giudicare la ferocia degli aguzzini come un prodotto tipico
dell’Islam: «Penso sia mio dovere pubblicare quest’opuscolo per servire la
verità e la nazione che è stata perseguitata dai turchi e specialmente per
difendere la religione musulmana, affinché non venga accusata di fanatismo
dall’Europa». Sembra quasi che Ghossein, il quale, dopo la guerra sarà uno
dei protagonisti della “rinascita” della nazione araba, consigliere di re
Feisal e di Hussein (il nonno dell’attuale re di Giordania), riesca a
intravedere in filigrana una problematica che esploderà sotto i nostri occhi
molti anni più tardi.
Ma
intanto la storia prendeva una piega diversa. Cancellata dal trattato di
Losanna, la questione armena restò nell’oblio per decenni. L’Olocausto
degli ebrei sarà in qualche modo incoraggiato dall’impunità di cui, di
fatto, avevano goduto i promotori di quel primo genocidio: «Chi si ricorda oggi
del massacro degli armeni?», ripeteva Hitler ai suoi collaboratori. Non è
questo il luogo per cercare di capire perché il moderno stato turco, pur non
essendo direttamente responsabile di quei fatti, non abbia mai cessato di
disconoscere ciò che avvenne durante
la Grande Guerra
in terra d’Anatolia. Ci limitiamo a registrare che qualcosa, nella Turchia di
oggi, soprattutto tra gli uomini di cultura, si sta muovendo. Il coraggioso
atteggiamento di Oshran Pamuk ne è solo un esempio. Forse anche per questo la
saggezza di un Islam che sarebbe riduttivo definire “moderato”, trova ancora
oggi nella voce di Fayez-El-Ghossein un respiro sorprendentemente autentico e
attuale.
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