|
Non
è ascrivibile al caso il fatto che Varujan sia considerato
il maggior poeta armeno e sorprende piuttosto che non gli
siano stati riconosciuti finora il posto e il ruolo che gli
competerebbero nel quadro della tradizione occidentale. Per
un lettore italiano, in particolare, leggere Varujan –
incluso quello dei Canti pagani e delle altre
raccolte pubblicate in vita, delle quali Antonia Arslan ci
propone una significativa selezione di testi nella prima
sezione del libro – è un’esperienza che sa di familiare
nel senso che sono riconoscibili nelle sue liriche la
passionalità dell’Alfieri di Foscolo «irato a’ patrii
Numi» nei Sepolcri, il fortissimo legame con la fede
che era del Manzoni negli Inni Sacri, come la
tensione etica che animava le sue tragedie o il romanzo, e
ancora la vocazione cristallina al canto che era di Leopardi
e che contraddistingue anche il poeta armeno. Né si tratta
di ipotesi del tutto peregrine qualora si consideri – lo
si ricava dalla pregevole introduzione dell’Arslan – che
Varujan aveva completato una parte importante della propria
formazione, tra il 1902 e il 1906, presso il Collegio dei
Padri Mechitaristi di Venezia e pertanto la cultura italiana
non gli doveva risultare estranea.
Varujan
è poeta dell’Oriente, tuttavia ha attraversato come pochi
(Tagore, Adonis o Gibran) la cruna dell’Occidente, come
testimoniano certi versi che sembrano usciti dalla mano di
Rimbaud e dei Simbolisti («Conosceva ad una ad una le
stelle che guidano: / credo perfino che avesse sentito il
mugolare delle due Orse. / Conosceva le silenziose insidie
delle onde traboccanti rancore, / quando a volte ascoltava
l’abbaiare del Cane Minore», Miciòn, p. 46) o la
fedeltà ostinata al tema della terra e del lavoro dei campi
che era di Esiodo e Virgilio: «I miei buoi sono biondi,
hanno le fronti di luce / che ho adornato con un amuleto
blu. / Sono ebbri dell’aria primaverile del mattino – /
guardano pacifici la campagna tranquilla // […] // Amo il
loro dorso dalle mille pieghe, / le loro narici umide, le
grandi pupille / dove si riconosce il sogno immutabile della
campagna» (Il giogo, pp. 97-98). La sacralità della
terra peraltro, oltre che dall’antica matrice indoeuropea,
viene a Varujan soprattutto dai libri biblici, assimilati e
dialetticamente superati dopo l’attraversamento della
crisi giovanile. Perché in Varujan il canto può nascere
unicamente dal “seme del piangere”: «e come al Poeta
anche a Dio, / per creare, fu necessario prima piangere» (Il
pianto di Dio, p. 50), ove non è affatto secondario
l’accostamento fra il poeta e Dio, relativamente al
processo creativo.
Due
le anime del libro dunque, una epica l’altra lirica, che
finiscono per fondersi insieme nel canto della terra o della
donna (la nonna, la madre o l’amata) con echi, anche, di
Whitman. Leggendo queste pagine vengono alla mente i poeti
romantici (ad esempio nella pulsione all’infinito che
attraversa la lirica Notte sull’aia, pp. 139-141,
con qualcosa dell’Infinito leopardiano: «È
squisito per il mio spirito tuffarsi nell’onda luminosa di
azzurro, / naufragare – se è necessario – nei fuochi
celesti; / conoscere nuove stelle, l’antica patria
perduta, / da dove la mia anima caduta piange ancora la
nostalgia del cielo»), i primi cioè a coniugare la poesia
con l’amor di patria, ma anche tanti poeti senza patria
(ebrei, arabi, palestinesi, libanesi, ecc) che hanno
declinato nelle maniere più diverse il canto dell’esule e
del perseguitato. Come i poeti di vaglia, nel cantare la
propria terra Varujan arriva ad attingere la dimensione
dell’universalità e la terra del singolo o di un popolo
diviene la terra di tutti, la patria agognata ma anche la
patria celeste in un intreccio strettissimo fra tensione
religiosa e civile. La seconda tuttavia, nella sezione Il
canto del pane, non si riduce mai ad astiosa invettiva
contro un nemico storicamente determinato (diversamente dai
versi di Dedica, dalla raccolta giovanile Il cuore
della stirpe a p. 59: «E la lotta, la lotta, la lotta
cantai / - per libare a voi, guerrieri armeni - / attizzò i
cuori arsi la mia penna / - per libare a voi, guerrieri
valorosi - / con la penna di canna cantai vendetta, /
divampava fuoco dalla gola della canna») ma, prescindendo
da tutte le contingenze, persegue il raggiungimento
dell’armonia, del bene, della giustizia e della pace con
accenti che ricordano da un lato la pietas virgiliana,
dall’altro la statura umana e poetica di un Mandel’ štam.
Se dunque Il canto del pane si può considerare un
inno alla vita attraverso la celebrazione del vigore
contadino e della forza animale (i buoi), oppure
nell’esaltazione a tratti panica e paganeggiante
dell’estate, della fiamma del sole e dell’oro del grano
o dell’argento della luna e delle stelle, non per questo
manca in Varujan una visione serena della morte: «[…] e
quando anche noi saremo deposti nel sepolcro / che sotto di
noi la terra, Anna, / possa essere morbida» (Benedizione,
p. 155), dove è da sottolineare che la parabola
esistenziale dell’uomo, per Varujan, si chiude esattamente
come s’era aperta, ossia col ritorno al grembo della madre
terra, accogliente e «morbida».
Quanto
poi alle metafore più ricorrenti, se quella del latte si può
facilmente ricondurre a modelli orientali, quella
dell’acqua, invece, ricorda piuttosto il Pasolini delle Poesie
a Casarsa e i trovatori provenzali. Il grano invece (e i
villaggi, le capanne, i fienili, i granai, le aie, le
trebbiatrici, i mulini) rappresenta il fulcro e la sintesi
della poetica di Varujan: simbolo di pienezza e abbondanza,
ma anche di gioia, salute, fertilità e benedizione celeste.
È
una poesia che nasce dalla perdita quella del poeta armeno
(degli affetti, del padre, della Patria, della fede, da
ultimo persino della vita) ma, lungi dall’esaurirsi nella
nostalgia delle cose perdute, essa si esalta nella prova e
le riguadagna tutte ad un più alto livello.
In
chiusura di libro, pur non essendo stata inclusa
dall’autore nella raccolta Il canto del pane, la
curatrice ha felicemente collocato la lirica forse più
conosciuta di Varujan e probabilmente la più bella,
quell’ANTASDAN (Benedizione per i campi dei quattro
angoli del mondo) che si apre con un invocazione alla
pace di stringente attualità, con il sapore delle profezie
di Isaia: «Nelle plaghe dell’Oriente / sia pace sulla
terra… / Non più sangue, ma sudore / irrori le vene dei
campi […]» (pp. 166-167).
Da
segnalare, inoltre, il ricco apparato di disegni che
scandisce il volume riproducendo incisioni rupestri
risalenti al periodo tra il V e il II millennio avanti
Cristo, rinvenute in Armenia: da una parte la chiosa
migliore e più fedele possibile ai versi di Varujan nella
sintesi perfetta fra concretezza e stilizzazione delle
forme, dall’altra un ideale trait d’union con le
ricerche sulle antiche culture indoeuropee condotte
dall’antropologa lituana Marija Gimbutas (Cfr. Il
linguaggio della Dea. Mito e cultura della Dea madre
nell’Europa neolitica,
Longanesi, Milano 1990).
Maurizio
Casagrande
|