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La pista armena
Il Caucaso non ha
ignorato il Mandylion di Edessa, il volto di Cristo, che noi, seguendo maestri
illustri nel campo, tendiamo a identificare, almeno come ipotesi, con la
Sindone, che da Gerusalemme ha concluso il suo lungo viaggio nel tempo e nello
spazio a Torino. E’ un terreno solo parzialmente esplorato, quello in cui ci
addentriamo, e che meriterebbe probabilmente l’attenzione di chi ha gli
strumenti scientifici e linguistici per ararlo e trarne frutti. Cominciamo da
lontano; con un documento suggestivo, una storia che ci viene dalla zona di
confine, e Dio sa quanto erano e possono essere labili i confini nel Caucaso,
fra Georgia e Armenia. E piano piano ci sposteremo verso il campo, molto
concreto ma ancora non esaminato da specialisti del settore, delle congruenze
fra il volto sindonico così come ne ha tracciato le caratteristiche lo
scienziato e artista Paul Vignon e le miniature armene.
Il Caucaso non ha
ignorato le vicende legate al telo che avvolse il Cristo.
Nelle Cronache
georgiane troviamo il racconto della Santa Nino, e della conversione della
Georgia al cristianenesimo. Leggiamo: “A quel tempo la venerabile Nuno (Nino)
Madre dell’Iberia (una regione caucasica, N.d.A.) giunse a Mts’xet’a (una città
importante della zona, N.d.A.) e si fermò laggiù per tre mesi. La regina
dell’Iberia, Soghome (Salomè) le chiese di dove venisse. Nino rispose: ‘Senti
sin dall’inizio le informazioni che mi riguardano. Accadde una volta che la
gente franca (Branjats’) combattesse con Roma, e un uomo chiamato Zaboghon,
della Cappadocia, trionfò su di loro grazie al potere di Cristo, e si impadronì
del re e del suo esercito. Sbalorditi, chiesero la grazia del battesimo, e fu
loro concesso. I vincitori mandarono nella terra dei vinti uomini illuminati in
Cristo. Zaboghon stesso andò con loro, e convertì la gente Franca al
cristianesimo. Andando dal loro re, Zaboghon ricevette numerosi regali da lui e
poi andò a Gerusalemme per venerare I luoghi santi. Laggiù scoprì due orfani che
erano giunti da Lastrat, in seguito alla morte dei loro genitori cristiani. Uno
era Ybnaz; sua sorella era Susan, che serviva un uomo di Bethlem Niop’or.
Zaboghon sposò Susan e andò nella città di Klastrat. Io sono la loro figlia.
Quando ebbi dodici anni andarono a Gerusalemme, e mio padre entrò in un ritiro,
affidandomi a Dio e alla grazia di Cristo, così che io fossi una vergine
dedicata allo Sposalizio Celeste. Entrai nella casa di Niaop’or, un uomo Armeno
di Dwin, e lo servii per due anni. Giorno dopo giorno ho imparato la dottrina su
Cristo, nostro Dio, e su come fu martirizzato e dove erano i teli che avvolsero
Nostro Signore. E mi insegnarono ciò che era scritto nelle profezie e che si è
compiuto nel Signore – che fu crocifisso, risorse e ascese al cielo, e verrà di
nuovo. La moglie di Pilato chiese di avere il lenzuolo funebre, e credette in
Cristo. Andò poi nella sua casa sul Ponto. Dopo qualche tempo venne nelle mani
dell’evangelista Luca, che sapeva che cosa ella aveva fatto. Dicono che Pietro
ha portato con sé il velo (varshamak) e che il mantello di Cristo aveva
raggiunto il paese di Tsmakayn ed era nella città di Mts’xet’a; e che la Croce
del Signore giaceva sepolta a Gerusalemme e sarebbe diventata manifesta quando
Egli avesse voluto. Ho udito tutte queste cose dal Patriarca, e mi ha
benedetto”. Qui termina il suo racconto la Santa Nino. E per restare in Georgia
non possiamo non citare gli affreschi di
Svaneti, (XII e XIII secolo) in cui appaiono chiaramente, nella rappresentazione
del volto di Cristo, elementi che ormai sono per noi abituali e cioè il ricciolo
sulla fronte, la forma particolare della barba e la linea trasversale sul collo.
Ma la presenza, in
immagine o in oggetto reale di un volto di Cristo nel Caucaso, non si limita a
questo. Marilyn Eordagian ha compiuto una ricerca molto interessante ( con
l’aiuto della Cei e dell’Enec) a Erevan, capitale dell’Armenia moderna. Ha
trovato tracce di una tradizione, secondo cui il “Dastarak” o il “Varshamak”
sarebbe stato per un certo periodo di tempo nel Monastero di Hovhannavank, un
complesso religioso risalente al IV secolo, a circa venti chilometri da
Etchmiadzin, il “Vaticano degli Armeni”. La basilica del monastero sarebbe stata
costruita addirittura da Krikor Lusavoritch, Gregorio l’Illuminatore, il grande
evangelizzatore dell’Armenia all’inizio del 300 D.C, regnante Tiridate. A
Hovhannavank si conservavano varie reliquie: la lancia che trafisse il fianco di
Cristo, la mano destra di Gregorio, e reliquie di San Giovanni Battista. Vartan
Vartapet nel XIII secolo riporta la notizia della presenza – un tempo – del
Dastarak, e questa notizia è stata ripresa da Arakel Davrijetsi nella metà del
milleseicento. Aarakel racconta in dettaglio il saccheggio da parte dei Turchi
Djalali del monastero, e come siano stati portati via “tutti gli oggetti sacri,
cioè il Varshamak o volto di Cristo, una parte della corona di spine di Cristo e
la mano di santo Stefano” in Persia. La stessa informazione – su come si sia
salvato il Varshamak – è stata fornita dal più rinomato storico dell’ordine
Mechitarista, Ghevond Alishan, del XVIII secolo, ed è stata ripresa
successivamente da Mikael Tchamtchian. Marilyn Eordagian non nasconde però che
esistono perplessità sull’autenticità della notizia, dal momento che Vartan
Vartapet e Arakel Davriejetsi in qualche punto della loro storia non sono chiari
nelle distinzioni fra Dastarak (o Varshamak) di Cristo e Dastarak (o Varshamak)
della Madonna, e la Veronica. Ma Vardan Vartapet scrive una notizia che alla
luce di quanto abbiamo visto finora ci appare come un’ulteriore conferma: “a
Edessa, che è ora la città di Urha, è trovata la pittura non fatta da mano
umana, quella della santa Veronica”. Urha è il nome armeno di Edessa (ora Urfa).
La Veronica, che come sappiamo è un’altra denominazione delle immagini del volto
di Cristo ha ricevuto talvolta – come adesso in Vartan – una “personalizzazione”
femminile, perdendo la sua identità di “vera icona”. La storia però si
arricchisce di un ulteriore dettaglio: infatti Arakel, che scrive come abbiamo
visto nel 1600, dice che il quadro si trova ora a Roma e a Genova. A Roma nel
Sancta Sanctorum, e a Genova, a san Bartolomeo degli Armeni, ci sono due Volti
Santi. In particolare quello di Genova, che è una pittura, è vicino in maniera
impressionante al volto della Sindone. Insomma, tutto ancora una volta sembra
ricondurre a Edessa, dove peraltro è esistita per secoli una comunità armena
importante.
Ma se è difficile,
forse impossibile ricostruire la solidità di queste informazioni, anche perché
gli invasori islamici hanno distrutto tutti i manoscritti armeni dei primi
cinque secoli di storia (cioè dalla creazione della lingua scritta fino al IX
secolo dopo Cristo), un campo di esplorazione molto più concreto ci può venire
dallo studio dell’iconografia. Gli armeni, a differenza di altre nazioni e
culture della cristianità orientale, non hanno sviluppato il genere dell’icona,
ma hanno portato ai massimi livelli quello della miniatura. Tanto più
interessante perché nel X secolo, quando da Edessa la Sindone/Mandylion fa il
suo ingresso trionfale a Costantinopoli, la storiografia armena dell’epoca non
sembra aver registrato con cura quell’avvenimento. Secondo Marylin Eordagian
questo è avvenuto perché la storia del trasferimento “è associata all’imperatore
bizantino Romano, che perseguitò i monaci armeni per imporre loro la dottrina
nata dal Concilio di Calcedonia”, svoltosi nel 451 D.C. e a cui gli armeni, che
in quel momento stavano lottando per la vita e la morte contro i persiani, non
parteciparono.
Vogliamo qui
aggiungere il frutto di una nostra piccola ricerca personale, da dilettanti
volenterosi, che offriamo come spunto o indizio a qualcuno più dotato di
conoscenze e capacità di noi. Abbiamo parlato a lungo, nel capitolo precedente,
dei famosi “punti di Vignon”. Abbiamo voluto verificare se una ricerca sulle
miniature armene dei secoli che vanno dal ‘900 al 1300 avrebbe potuto produrre
qualche risultato. Grazie all’aiuto e alla cortesia della professoressa Anna
Sirinian, dell’Università di Bologna, e alla collaborazione del Pontificio
Istituto Orientale di Roma abbiamo preso visione di alcuni volumi di miniature
custodite al “Matenadaran”, il tempio della cultura armena a Erevan, al
Patriarcato Armeno a Gerusalemme, nell’isola di San Lazzaro, cuore dei
Mechitaristi a Venezia e negli Stati Uniti. In appendice riportiamo, come una
prima guida per coloro che più esperti e capaci di noi vogliano intraprendere
una ricerca approfondita, almeno una ventina di esempi che vanno dall’undicesimo
secolo fino al 1300 avanzato, quando ormai la Sindone/Mandylion era scomparsa da
tempo. Vi alleghiamo in appendice la lista, con le indicazioni precise dei
“punti di Vignon” riscontrati su ciascuna immagine. Le coincidenze sono
notevoli, numerose e ben rilevabili. Ed è facile fare due osservazioni. La
prima: quanto più la miniatura è di grandi proporzioni, tanto più numerosi sono
i “punti di congruenza” fra volto sindonico-griglia di Vignon-miniatura. La
seconda: è evidente che anche se i rapporti politici e religiosi fra
Costantinopoli e l’Armenia erano spesso tutt’altro che idilliaci, gli artisti
armeni che potevano contare fra l’altro su una solida base nella capitale
avevano modo di osservare, come i colleghi greco-bizantini, il modello. Dal
nostro esame, certamente sommario, emerge che le miniature dell’XI e XII secolo,
quando cioè la “Sydoine” di Robert de Clari si poteva vedere, hanno molti più
“punti di Vignon” delle opere successive. Per cui una “Trasfigurazione” del XII
secolo, conservata alla Freer Gallery of Art di Washington proveniente dai
“Quattro Vangeli”, offre un Cristo con il ricciolo, la linea che gli attraversa
la fronte, il segno particolare fra naso e labbro, la barba e i baffi della
forma e delle proporzioni della Sindone, la linea pesante sotto il labbro
inferiore e la zona senza peli fra labbro inferiore e barba, la linea
orizzontale sulla gola e la narice sinistra irregolarmente allargata. Tutti
elementi classici di Vignon. Invece una miniatura di Krikor Tatevatsi, eseguita
nel 1378, mostra alcuni punti di Vignon, ma la barba è arrotondata, con basette,
e solo il ricciolo mostra che qualche elemento dell’iconografia “sindonica” si è
mantenuta nel ricordo. Il telo a quel punto era molto lontano, nascosto in
Francia. Un ‘ultima osservazione: la nostra ricerca è stata compiuta su
riproduzioni fotografiche. E’ ben probabile che un lavoro sugli originali
darebbe risultati ancora più ricchi. E’ veramente nostra speranza che qualche
specialista possa e voglia dedicarvisi, per scrivere un capitolo inedito
dell’iconografia della Sindone. Ma dopo aver tanto discusso di come il telo
appariva, e come ha influenzato l’opera di chi lo vedeva, è arrivato il momento
di parlare della Sindone come oggetto, e non come rappresentazione. E cercare le
sue verità e i suoi segreti fisici. A cominciare dall’elemento più inquietante –
se è vero - e cioè dal sangue. |