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Per aiutare il mondo a ricordare
23-04-2010 di Chiara Andreola
Fonte: Città
nuova
Sabato 24 aprile ricorre il 95° anniversario
dell'inizio del Medz Yeghern. Numerose le iniziative per farne memoria
Tutto iniziò all'alba di sabato 24 aprile 1915,
quando la maggioranza della popolazione armena di Istanbul (Turchia) venne
arrestata. Dal mese successivo presero il via le deportazioni – le cosiddette
“marce della morte” verso l'interno del Paese – che coinvolsero oltre un milione
di persone, in gran parte morte per fame, malattie e sfinimento. Altre centinaia
di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall'esercito turco. È il
Medz Yeghern, il “grande male”, il genocidio degli armeni di cui ricorre
quest'anno il 95° anniversario. Il bilancio finale della strage è incerto, ma le
stime più attendibili parlano di un milione e 200 mila morti. Il governo turco
tuttora non riconosce le deportazioni come genocidio – posizione che costituisce
un ostacolo all'ingresso del Paese nell'Unione Europea – e le motiva con la
minaccia filorussa costituita dagli Armeni alla vigilia della prima guerra
mondiale.
Non era la prima volta che il popolo armeno veniva
preso di mira: già dal 1894, ai tempi in cui la Russia lo sosteneva nella
propria lotta per l'indipendenza dal rivale Impero Ottomano, almeno 50 mila
persone avevano perso la vita nei pogrom anti-armeni e nelle azioni di
repressione da parte dell'esercito. La situazione si aggravò poi con la salita
al governo dei nazionalisti “Giovani Turchi”, che temevano un'alleanza
russo-armena e miravano alla costruzione di uno Stato etnicamente omogeneo: nel
1909 si registrò in Cilicia un eccidio di 30 mila persone.
Al di là delle posizioni divergenti che ancora
oggi esistono sulla portata del genocidio, sulla sua definizione come tale e
sulle motivazioni che ne stanno alla base, si tratta comunque di un fatto
storicamente accertato. Per questo sono numerose le iniziative per ricordarlo
anche in Italia, una delle mete della diaspora armena in virtù dei rapporti
storici e culturali esistenti sin dal tempo dei romani. La comunità armena di
Roma ha promosso la campagna “Io ricordo”: un tam-tam di posta elettronica, con
una mail dal titolo “Un mondo senza memoria non può esistere” divulgata dagli
aderenti ad amici, parenti e colleghi. Internet aiuta a far conoscere il
genocidio armeno anche nelle scuole, con il lancio del portale didattico
lamemoriacondivisa.it. Non mancano nemmeno le lettere ai direttori delle reti
tv, perché diano spazio in questi giorni a programmi che testimonino il Medz
Yeghern «così come avviene per la Shoah», e l'invito alla Conferenza episcopale
italiana ad unirsi in preghiera ai fedeli armeni domenica 25 aprile. Sabato 24
alle 18.45 si terrà inoltre una pubblica commemorazione del Medz Yeghern alla
presenza di autorità ed associazioni italiane ed armene. L'elenco completo delle
iniziative si trova sul
sito della comunità.
In Italia il Medz Yeghern è stato fatto conoscere
in particolare dai libri di Antonia Arslan, autrice del best seller La masseria
delle allodole. La scrittrice padovana di origine armena ha ricevuto lo scorso
21 marzo a Los Angeles il premio Narekatsi per il contributo alla diffusione
della cultura armena. Il prestigioso riconoscimento è stato preceduto dalla
consegna della medaglia d'oro del ministero della Cultura dell'Armenia, avvenuta
a Roma il 9 marzo.
Il genocidio dimenticato degli armeni
 
MEDZ YEGHERN – IL GRANDE MALE
Verso sera per le strade deserte
Passa un carro cigolando.
Un cavallo sauro lo tira, dietro
Cammina un soldato ubriaco.
È la bara dei massacrati, che va
Al cimitero degli Armeni.
Il sole al tramonto distende
Sul carro una sindone d’oro.
(…)
Su di loro nessuno viene a piangere
O a dare l’estremo saluto:
nel silenzio della città solo l’odore del sangue
va attorno con lo zefiro.
Ma nel buio di finestra in finestra
Ecco, candele si accendono:
sono le nonne che pregano di nascosto
sulla bara rossa.
E allora sul balcone
Esce bella una vergine,
e piangendo lancia un pugno di rose
sul carro che passa.
Questi versi sono tratti da una poesia di Daniel Varujan, massacrato con altri
intellettuali e notabili armeni la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915. È
l’anniversario, il giorno della memoria di quello che è stato giustamente
definito il "prototipo dei genocidi del ventesimo secolo", l'esempio perfetto
della distruzione il più possibile completa di un gruppo etnico da parte di uno
Stato, il primo capitolo di un secolo sanguinario: il genocidio del popolo
armeno. Un genocidio sistematico: I primi massacri avvengono nel 1835, seguiti
da altri nel 1894 e nel 1909 fino alla notte tra il 23 e il 24 aprile 1915. Le
stime parlano di un numero di morti tra il milione e mezzo e i tre milioni.
Volgendo il nostro pensiero agli Armeni, non dimentichiamo i molti popoli e le
etnie che ancora oggi sono vittime di genocidi.
E noi italiani, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione dall’oppressione
nazifascista il 25 aprile, pensiamo a chi è ancora immerso nel Medz Yeghern, il
Grande Male che infetta l’intera Umanità.
23/04/2010 ROSSANA GIROTTO
Con l'Armenia nel cuore
23-04-2010 di Oreste Paliotti
Fonte: Città
nuova
Incontro con l'autrice del best seller "La
masseria delle allodole", saga di una famiglia travolta dalla tragedia che
rischiò di cancellare un'intero popolo dalla faccia della terra.
È capitato a qualche impiegato di agenzia di
viaggi di sentirsi chiedere da turisti italiani diretti in Armenia notizie su
una non meglio identificata masseria delle allodole. La quale, in realtà,
andrebbe ricercata non già nella attuale Repubblica di Armenia, affrancatasi dal
regime sovietico nel 1991, ma in territorio turco, là dove nel 1915 si consumò
il primo genocidio dell'epoca moderna con lo sterminio di circa un milione e
mezzo di armeni.
Di questa tragedia parla appunto il romanzo La
masseria delle allodole (Rizzoli), otto edizioni, tradotto o in corso di
pubblicazione in altri dieci paesi, e vincitore della 15a edizione del premio
letterario Pen Club. L'autrice, Antonia Arslan, già docente di letteratura
italiana moderna e contemporanea a Padova dove anche risiede, vi esprime la
propria identità armena ispirandosi ai suoi ricordi familiari.
Il riferimento è alla casa sulle colline
dell'Anatolia, dove nel maggio di novant'anni or sono vengono trucidati i
maschi, adulti e bambini, degli Arslanian. E ciò mentre la chiusura delle
frontiere per l'entrata in guerra dell'Italia ha impedito a Yerwant - un
affermato medico residente a Padova e fratello del capofamiglia ucciso -
l'atteso viaggio in Armenia dai familiari che non vede da decenni. Venuto a
conoscenza della tragedia del suo popolo e con la certezza che tutti i suoi cari
sono perduti, Yerwant è in preda a sensi di colpa per esser sopravvissuto senza
aver potuto far nulla per loro. In realtà si sono salvate alcune donne con un
bambino, scambiato per femmina. La seconda parte del romanzo narra la loro
odissea fino in Siria, dove giungono attraverso marce forzate e campi di
prigionia. Solo dopo una serie di rocambolesche avventure potranno raggiungere,
ma non tutti, il loro parente in Italia. Protagoniste sono quindi soprattutto un
pugno di donne coraggiose, che malgrado le atrocità viste e subite riescono ad
alimentare la speranza, divenendo depositarie dei valori di tutto un popolo che
si vorrebbe annientare.
In questa vicenda lontana, rivissuta da una donna
attraverso il filtro della memoria e la trasfigurazione della fantasia, non c'è
odio. Anzi è voluta la distinzione tra la responsabilità storica del governo che
all'epoca pianificò il genocidio, e quanti invece di religione musulmana
inorridirono a tanto crimine. Storico, ad esempio, è l'episodio in cui gli imam
di Konya chiedono perdono a Dio per quanto sta accadendo e maledicono i
carnefici. Una storia scritta con levità e amore verso quei personaggi che hanno
chiesto di essere ricordati; e dall'effetto finale catartico, come risulta da
moribondi che hanno affrontato serenamente il transito dopo che era stato letto
loro qualche brano di questo libro.
Incontro la signora Arslan durante una sua puntata
a Roma per discutere con i registi Paolo ed Emilio Taviani la versione
cinematografica della Masseria. L'accompagna una cara amica americana, la
professoressa Siobhan Nash-Marshall, docente di filosofia teoretica presso
l'Università di St. Thomas (Minnesota): è stata lei a convincerla a scrivere
questa epopea familiare, dopo che sul popolo e la cultura armena aveva prodotto
prevalentemente saggi e traduzioni.
Quale la genesi di questo suo primo romanzo?
«Scriverlo è stata una necessità. Da bambina avevo
sentito i racconti di parenti ed amici di passaggio a Padova dalla Siria, Egitto
e Libano: tragedie che io però avevo recepite quasi come fiabe. Questo materiale
probabilmente sarebbe rimasto allo stadio di ricordi se la spinta ad occuparmi
di cose armene non mi avesse fatta imbattere in un poeta straordinario, Daniel
Varujan, vittima a 31 anni del genocidio. E con lui tutti i colori, i profumi,
gli umori della terra d'Anatolia sono entrati ad arricchire e a smuovere quelli
che erano solo frammenti di vissuto depositati dentro di me. A quel punto ho
sentito di dover scrivere. Ma esitavo, non mi fidavo di me stessa... E qui devo
a Siobhan l'affettuosa spinta iniziale: minacciava, se non mi fossi decisa, non
so quali rappresaglie. Dopo, tutto è stato facile come dipanare un filo. La
storia era lì, pronta: avevo bisogno soltanto di ascoltare quelle voci lontane.
Alla fine ne è risultata anche una storia di amore coniugale, un amore oltre la
morte: quando infatti la testa di Sempad viene lanciata in grembo alla moglie
Shushanig, è come se anche lei morisse; tuttavia s'impone di vivere finché non
riesce a mettere in salvo le figlie e il bambino».
Quali eco ha suscitato nelle comunità della
diaspora in Italia?
«Quasi non ci credevano a tanto successo, tanto
più che durante la Interviene l'amica Siobhan: Si tratta di comunità ferite, che
di fronte alla negazione del genocidio (malgrado le dichiarazioni in proposito
del Parlamento europeo di Strasburgo nel 1987) si chiudono in sé. Hanno testi
propri, che in genere però circolano al loro interno. Quello di Antonia è il
primo romanzo che raggiunge un vasto pubblico oltre l'ambito armeno, rompendo
quel senso di isolamento nei confronti di quel mondo occidentale che non ha
riconosciuto univocamente la sua tragedia. Inoltre, è un felice connubio di due
culture: l'armena e l'italiana. Per questo, a mio avviso, è un libro molto
importante».
Tra le reazioni dei lettori, quali ricorda più
volentieri?
«Tanti apprezzamenti di gente semplice che mi
scrive: ho cominciato il libro e non me ne sono più staccato... erano anni che
non leggevo con questa velocità... Ma anche osservazioni acute come quelle di
una delle più importanti greciste esistenti, Mariagrazia Ciani, a proposito
dell'analogia con i cori greci di certe mie anticipazioni mediante le quali ho
cercato di attenuare l'angoscia dovuta a eccessive crudezze. Penso anche
all'interesse dimostrato da tanti studenti che l'hanno letto con i loro
insegnanti. In fondo è un romanzo adatto anche ai più giovani. A patto però che
li si prepari, spiegando loro qualcosa della storia e cultura armene».
Cosa desidererebbe che restasse, alla fine, in chi
ha letto il suo libro?
«Vede, nel XX secolo, ad un progresso esaltante
nel campo scientifico s'è affiancato purtroppo anche un lato oscuro allorché ci
si è serviti delle nuove scoperte per programmare lo sterminio di esseri umani.
Vorrei che ci si rendesse conto di questo, insieme al fatto che, malgrado lo
scatenarsi dell'odio, continuano ad esserci dei giusti, a conferma che il male
non ha mai l'ultima parola: basta pensare a quei turchi che rischiarono la vita
per salvare qualche armeno. Ho cercato di esprimere questa convinzione in tre
personaggi, due greci e un turco, che sono piaciuti a molti: Ismene, Isacco e
Nazim, tre umili che si adoperano per mettere un po' di sabbia negli ingranaggi
perfetti del Male. Li si ritrova nel seguito de La masseria, che sto
scrivendo.... ».
Anche qui fra storia e invenzione?
«Sì, racconto dei tentativi fatti per far sfuggire
quei bambini alla deportazione finché si riesce a imbarcarli verso l'Europa. La
madre però muore di crepacuore durante la traversata, e questo è storico: ho
sempre sentito raccontare che zia Shushanig si era lasciata andare per riunirsi
al suo sposo Sempad, ora che i figli erano in salvo. Poi queste creature, dopo
tante vicissitudini, arrivano a Venezia e vengono accolte presso mio nonno
Yerwant e i suoi due figli, uno dei quali è diventato mio padre... tutta una
serie di situazioni che non so ancora, perché sono loro, i personaggi, che me le
raccontano».
Pensa di visitare, un giorno, i luoghi della
Masseria?
«No, non andrò mai nella terra dove vivevano i
miei e che ora si trova in territorio turco. Sarebbe troppo sconvolgente per me
costatare quanto scempio sia stato fatto delle testimonianze di una cultura
millenaria».
II POPOLO DELL'ARARAT Situata fra il
Caucaso e la Mesopotamia, ad est del corso superiore dell'Eufrate, l'Armenia
storica è un esteso altopiano dominato dal monte Ararat (5.164 metri). Da sempre
crocevia tra l'Europa e l'Oriente e via naturale per i commerci, la regione ha
visto succedersi l'egemonia di imperi come quello persiano, macedone, romano,
ottomano e russo. Con la sua conversione al cristianesimo per opera di san
Gregorio l'Illuminatore (301 d.C.) l'Armenia risulta il primo regno cristiano al
mondo con una continuità certa e ininterrotta. Attraverso la religione sviluppa
una forte identità nazionale e una cultura originalissima, che difenderà contro
ogni
assimilazione. Brevi i periodi di indipendenza
politica. Verso la fine del XVI secolo la parte occidentale viene inglobata
nell'Impero Ottomano, dove la minoranza armena, pur tra vessazioni e
discriminazioni, gode di una certa autonomia. Le prime persecuzioni di massa
risalgono al XIX secolo, quando per scaricare le colpe del dissesto
politico-economico del paese su un nemico interno la cui prosperità preoccupa,
il sultano Abdul Hamid II giunge a far trucidare circa 300 mila armeni tra il
1894 e il 1896. Nel 1908 salgono al potere i Giovani Turchi, partito
fanaticamente nazionalista. A loro, fondamentalmente agnostici, la religione
musulmana servirà piuttosto di pretesto per aizzare le masse contro le minoranze
cristiane. L'anno seguente si scatena una seconda ondata di massacri, anche qui
nel silenzio generale da parte dell'Europa. Intanto il governo, trasformatosi in
una dittatura oligarchica, decide l'entrata in guerra della Turchia a fianco
delle potenze centrali. L'intento è di rifondare la nazione turca con
l'unificazione di tutti i popoli turchi dal mar Egeo ai confini della Cina, e
l'eliminazione delle etnie non assimilabili. 24 aprile 1915: l'élite armena di
Costantinopoli viene spazzata via. Da maggio all'estate di quell'anno il piano
di sterminio della popolazione vede susseguirsi arresti, esecuzioni e
deportazioni. Insieme alle vittime umane (si calcola da 1.200.000 a 1.500.000),
si procede alla cancellazione di ogni traccia di presenza culturale armena nel
territorio. Tuttora, nonostante le pressioni di buona parte della comunità
internazionale, un crimine di tale portata attende il riconoscimento ufficiale
della Turchia. Quello armeno, pertanto, pur essendo il primo genocidio del XX
secolo, resta, oltreché impunito, anche dimenticato e in parte disconosciuto.
Nel sangue dei papaveri
23-04-2010 di Oreste Paliotti
Fonte: Città
nuova
90 anni or sono moriva nel fiore dle suo genio il
poeta contadino armeno Daniel Varujan, tra le prime vittime del genocidio del
suo popolo.
Era maggio, splendore di natura anatolica. Nessuna
nube in cielo a minacciare uno di quei temporali passeggeri? Nessuna folata
improvvisa a far rabbrividire la superficie dei laghi? Niente che facesse
presagire l'orrore imminente, come accade talvolta quando stanno per aprirsi le
cataratte del male? No: le stesse venerande chiese ottagonali, cristalli di
fede, come pure i monasteri scrigni d'arte e di santità (quanti ahimè poi
distrutti!), dovettero sembrare eterni a chi allora, candidamente, aveva sperato
nel prevalere della ragione, dell'umanità, della pacifica convivenza. E poi la
vita nei campi seguiva il suo ciclo dai tempi dei tempi...
Ma quella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 a
Costantinopoli, notte per tutto un popolo e vergogna d'Europa, tolse ogni
illusione. Tu, Daniel, fosti strappato alla tua famiglia, alla giovane moglie e
ai due teneri figli, un terzo in arrivo. Imprigionato con altri, l'élite armena
della capitale dell'Impero Ottomano. Facesti giusto in tempo a cacciare in
tasca, con poche altre cose, il manoscritto del poema a cui stavi lavorando, Il
canto del pane: vero inno gioioso alla vita e al lavoro dell'uomo, legato alla
sua terra da una misteriosa sacralità. E via, verso l'ignoto.
Stupisce come riuscissi, anche in uno squallido
carcere e nelle angosciose trasferte, a scrivere qualche verso. Non occorre
calma alla poesia, serenità contemplativa?... Ma no: l'apparente idillio dei
campi da te cantato era già bagnato dal sangue dei papaveri, segnato dalle
ferite inferte dalla falce...Violenza, certo, dell'uomo verso la terra, la
natura: ma per la vita, perché dal grano l'uomo riceva il suo nutrimento. Dalla
morte una rinascita, come sempre. Così anche allora, nell'incertezza di ogni
cosa, urgeva l'ispirazione, la mente e il cuore immersi in immagini-profezia per
te e il tuo popolo... Era, nell'imminenza della prova suprema, il messaggio in
bottiglia a noi posteri di un'anima approdata dopo il travaglio ad una più
convinta fede.
Chissà come andò, e quali furono gli ultimi tuoi
moti e pensieri! So che giungesti alla tappa finale insieme ai tuoi compagni,
uno dei quali poeta come te, forse anche lui con l'anima gremita di versi che
mai sarebbero sbocciati su questa terra. Quel lontano giorno d'agosto del 1915
ti saziasti la vista dei campi denudati ormai delle messi, ma ancora con qualche
papavero, delle greggi sacrificali e dei buoi dagli occhi mansueti, lontani
mille mondi dalla violenza assassina (i loro muggiti, uniche lamentazioni per
quel martirio). Cadesti falciato con gli altri, e il tuo sangue si mescolò a
quello dei papaveri purpurei. L'avresti mai pensata una così totale
identificazione con quanto avevi sentito e scritto? Fra le cose di cui fosti
derubato, ti trovarono nelle tasche quel manoscritto, finito poi negli archivi
polverosi di qualche funzionario della censura turca, ignaro del tesoro che
custodiva.
Dopo la guerra, furono necessarie le più
avventurose ricerche e una fortuna in denaro per riscattare quelle pagine
gualcite. Vennero pubblicate tali e quali nel 1921, a Costantinopoli. Oggi anche
in italiano: così anche chi non ti conosceva, risentendo quell'inno della terra
e dell'uomo concordi, coglie il senso liturgico delle cose divenute vere perché
dette, salvate dalla poesia. Veniva alla luce il tuo capolavoro, come altro tuo
figlio: non di carne e di sangue come quello che non avevi potuto vedere. Ma
anch'esso, a suo modo, perfetto. Reso tale dal tuo sacrificio, Daniel.
DANIEL VARUJAN nacque a Perknik, villaggio
dell'Anatolia, il 20 aprile 1884. Nel 1886 si recò con la madre a Costantinopoli
alla ricerca del padre, scomparso durante le epurazioni volute dal sultano Abdul
Hamid: un dramma da cui la sua sensibilità rimase segnata per sempre. Dotato di
ingegno eccezionale, dopo i primi studi nella metropoli turca, proseguì la sua
educazione a Venezia, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Fremiti
(1906), e successivamente a Gand. Influenzato dalla crisi religiosa europea di
fine Ottocento, attraversò una profonda crisi esistenziale, durante la quale si
rifugiò nei miti indoeuropei precristiani della sua tradizione. Di nuovo in
Turchia, si sposò e trovò lavoro come precettore nel paese natale. La sua fama
di letterato e poeta crebbe dopo la pubblicazione de Il cuore della stirpe
(1909) e Canti pagani (1913). Nel 1912 si trasferì a Costantinopoli, dove
ottenne un posto di direttore di scuola e si dedicò con tutte le sue energie
alla rinascita della cultura e della lingua armena, diventando l'anima del
movimento che faceva capo alla rivista Navasart. È di quel periodo il suo
ritorno alla fede, purificata e rafforzata dopo il travaglio spirituale. Tre
anni dopo, arrestato con altri scrittori, intellettuali e uomini politici armeni,Varujan
venne deportato verso l'interno ed ucciso il 28 agosto 1915, nel pieno della sua
splendida maturità.
NOTTE SULL'AIA
Daniel Varujan, di cui ogni bambino armeno conosce
a memoria qualche poesia, è ancora poco conosciuto in Italia,
malgrado la traduzione de Il canto del pane uscita
nel 1992 presso l'editore milanese Guerini, a cura di Antonia Arslan, che ha
anche curato la più recente raccolta Mari di grano (Paoline, 1995), comprendente
Il canto del pane ed altre liriche. Tra i grandi rappresentanti del simbolismo
europeo,Varujan riuscì a fondere i diversi orizzonti poetici entro cui si formò
(la nativa dimensione orientale e quella occidentale) in una sintesi
originalissima. Vi si esprimono con vigore e plasticità di immagini - specie nei
canti dopo la conversione - sensualità e mistica, corpo e anima, fisicità pagana
e spirito cristiano. Nella poesia qui riportata, tratta dal Canto del pane,
Varujan - commenta Antonia Arslan - arriva a una sconcertante visione mistica,
approdo di un itinerario della mente che, percorrendo le tappe della vita più
elementare, quella del contadino, ha ridato ordine a un mondo sconvolto e,
nominandolo, lo ha raccontato in poesia.
Dolce notte estiva. La testa abbandonata
sull'aratro/ l'anima sacra del contadino riposa sull'aia./ Nuota il grande
Silenzio tra le stelle divenute un mare./ L'infinito con diecimila occhi
ammiccanti mi chiama. Cantano di lontano i grilli. Nelle acque del lago/ questa
notte si celebrano le nozze segrete delle naiadi./ La brezza agitando il salice
sulla sponda del ruscello/ risveglia i canti su accordi sconosciuti. Nel profumo
del serpillo, disteso in cima a un covone/ io lascio che ogni raggio tocchi il
mio cuore,/ e m'inebrio del vino della grande botte dell'Infinito/ dove un passo
sconosciuto schiaccia le stelle cadenti. È squisito per il mio spirito tuffarsi
nell'onda luminosa di azzurro, /naufragare - se è necessario - nei fuochi
celesti;/ conoscere nuove stelle, l'antica patria perduta,/ da dove la mia anima
caduta piange ancora la nostalgia del cielo./ È dolce per me sollevarmi sulle
ali del silenzio,/ ascoltare soltanto il respiro imperturbabile dello Spazio,/
finché i miei occhi si chiudano in un sonno magico,/ e sotto le mie palpebre
rimanga l'Infinito con le sue stelle.
Si chiamava Heranush
23-04-2010 di Oreste Paliotti
Fonte: Città
nuova
La "vendetta dell'amore" di un'armena sopravvissuta al genocidio. La sua tragica
e stupenda storia viene ora raccontata dalla nipote turca.
«Io non mi chiamo Seher, io mi chiamo Heranush. Io
non sono turca, io sono armena... Un giorno sono venuti i gendarmi, e hanno
ucciso gli uomini, li hanno sgozzati e gettati nel fiume. Noi donne con i
bambini ci hanno mandati in esilio». Così alla nipote prediletta Fethiye
l'anziana signora inizia a rivelare il segreto di una vita. Dapprima reticente,
poi sempre più spedita nell'elencare nomi, episodi, dettagli che tornano a
vivere dopo decenni di silenzio. È una confessione liberatoria che sconvolge la
nipote, avvocato di fama impegnata nella lotta per i diritti umani. Sapere che
nelle sue vene scorre anche sangue del popolo di cui non si deve parlare diventa
per lei un pungolo a far conoscere la storia di questa donna fragile, ma dotata
di una forza immensa.
Così è nato Heranush mia nonna (Alet Edizioni), il
primo libro di Fethiye Cetin, dedicato alla memoria di una donna armena che a
nove anni viene strappata con violenza alla sua vita felice in un villaggio
dell'Anatolia - siamo nell'estate del 1915 - e costretta ad una marcia della
morte verso i deserti della Siria e della Mesopotamia. Tuttavia la piccola
Heranush conosce un destino diverso: sopravvivere all'eccidio di un intero
popolo è possibile solo al prezzo di trasformarsi in qualcos'altro: altra
religione, altra lingua, altra tradizione.
“I resti della spada” - così vengono popolarmente
chiamate queste sventurate costrette a dimenticare la loro origine e identità -
entrano a far parte di famiglie turche come mogli, concubine o serve. Ma lei,
Heranush, non dimentica: adottata da un gendarme tra i più clementi, ne impara
la lingua, diventando una muthedi (cioè una convertita); a sedici anni è sposa,
poi madre, poi nonna riverita e obbedita. Nella sua nuova vita, degli orrori
sofferti si vendica semplicemente amando: l'amore che le è stato negato lo
riversa su figli e nipoti. Il suo segreto - la memoria tenace della sua
identità, dei genitori e dei fratelli emigrati in America e degli altri parenti
morti o dispersi - è un fiore lungamente innaffiato con lacrime. Ma sessant'anni
dopo quegli eventi terribili, non vuol lasciare questa terra senza aver prima
rivelato alla nipote la condizione sua e delle altre armene nascoste.
«Che lei perdoni le nostre colpe, che perdoni noi,
voi, tutti», scoppia in singhiozzi Cetin nella moschea durante la preghiera
funebre per la nonna defunta. Un appello che tuttavia si scontra col silenzio di
chi ancora si ostina a rimuovere la realtà di un genocidio che solo nel 1985 è
stato ufficialmente riconosciuto dall'Onu e dal Parlamento europeo. «Un
eccezionale piccolo libro che è lo scarno, antiretorico resoconto di una vicenda
incredibile, messa a fuoco con toccante semplicità»: così lo definisce nella
presentazione Antonia Arslan, la prima a dar voce in Italia alla tragedia del
popolo scomparso con La masseria delle allodole. All'autrice, in occasione di un
suo viaggio a Roma, ho rivolto alcune domande.
Come mai proprio lei, tra le altre nipoti, è
diventata depositaria del segreto di sua nonna?
«Lei aveva fortemente radicato dentro di sé il
senso della giustizia, e il motivo per cui si è confidata con me è forse perché
ha visto che anch'io, per le mie scelte e per i miei studi, ero fatta della
stessa pasta. Anche se aveva cambiato nome, religione, identità, dentro di lei
era sempre vivo un “no”, per via del quale diceva che le assomigliavo. Quando da
piccola riportavo dei successi a scuola, soprattutto quando ha scoperto le mie
capacità musicali, mi diceva con orgoglio: “Hai preso tutto da noi, dalle nostre
parti”. Solo col passare degli anni, ho capito cosa volessero dire quelle
parole. All'inizio lei non voleva entrare nei dettagli; ma io l'ho forzata a
farlo: mi sono seduta di fronte a lei con carta e penna, e ho cominciato a farle
domande su domande. Sentirla raccontare con tale ricchezza di particolari della
sua infanzia lontana, a sessant'anni di distanza, è stata un'emozione unica. È
stato come quando si stappa un profumo che a distanza di secoli torna a farsi
sentire in un ambiente. In seguito ho scoperto che altre armene erano state
capaci di ricostruirsi una vita, anche loro custodendo in silenzio la memoria
della propria gente».
Erano le stesse donne con cui sua nonna si
incontrava, facendo ritorno nel suo antico villaggio...
«Sì, quand'ero piccola lei mi accompagnava ad
Habab durante il periodo pasquale; io passavo la mia giornata a giocare con gli
altri bambini, mentre lei si appartava con delle amiche. Solo molto più tardi
sono venuta a sapere che quelle donne che si scambiavano dolci tradizionali,
parlando per ore ed ore, avevano in comune un passato tanto più doloroso in
quanto avevano dovuto ricominciare negli stessi luoghi dove avevano perso tutto,
casa ed affetti. E ciò senza mai poterlo confidare a figli e nipoti. Se io ho
scritto questo libro è per essere voce non solo di mia nonna, ma anche di tante
altre come lei».
Dopo la morte di Heranush, lei è riuscita a
rintracciare i suoi parenti armeni in America. Ma che effetto ha fatto nella sua
famiglia e fra le sue amicizie turche un libro come questo?
«I miei si sono divisi in due gruppi: uno mi ha
sostenuto e continua a farlo tuttora, l'altro si è dissociato. Per quanto
riguarda amici e conoscenti, tutti mi hanno incoraggiata».
E in Turchia, dove è diventato un best seller?
«Fino ad ora non mi è mai arrivato nessun segnale
negativo. Oggi nel mio Paese ci sono giornalisti e intellettuali che lottano
perché sia riconosciuta la verità. Da un recente sondaggio sembra che 12 milioni
di turchi ammettano i fatti del 1915. Questo è già un grande passo avanti.
Speriamo che il governo turco abbia il coraggio di accettare la verità facendo i
conti con il suo passato».
Lei si sente in qualche modo ponte fra due popoli
e due culture?
«Sento che Heranush è stata questo ponte, non
tanto io. Questa storia in un modo o nell'altro ha fatto breccia in tanti cuori.
Mi risulta che c'è chi la considera sua nonna sia tra i turchi, sia tra gli
armeni della Turchia e sia tra quelli della diaspora. Certo, la sua è una
testimonianza cruda, ma parla anche di amore, e per questo non è priva di
speranza: quella che un giorno turchi ed armeni possano giungere ad una
reciproca comprensione attraverso il riconoscimento della verità».
FETHIYE CETIN. Nata a Maden nel 1950, è uno dei
nomi più noti in Turchia per il suo attivismo e l'impegno nella tutela dei
diritti umani. È membro del Comitato esecutivo per la tutela dei diritti
dell'uomo e portavoce dei diritti delle minoranze presso il tribunale di
Istanbul, dove vive. Dopo il colpo di Stato del 1980, ha scontato quattro anni
di prigione ad Ankara, colpevole solo delle proprie idee e, una volta uscita, ha
intrapreso la carriera di avvocato. Ha difeso in tribunale Hrant Dink, il
giornalista turco armeno direttore di Agos, accusato di insulto all'identità
nazionale turca e assassinato a Istanbul nel gennaio del 2007. Fiera delle
proprie radici, Fethiye Cetin lotta affinché la dignità del popolo armeno sia
finalmente riconosciuta. In un anno il suo libro ha avuto in Turchia sette
edizioni, con 12 mila copie vendute.
Il cercatore di armeni
23-04-2010 di Oreste Paliotti
Fonte: Città
nuova
A colloquio con Pietro Kuciukian, un "militante della memoria".
Si sente cittadino italiano al 100 per cento (sua
madre era una trentina di Arco) e al 100 per cento armeno (suo padre, suddito
ottomano, era nato a Costantinopoli nel 1904), ma aspira ad una patria più
vasta, il mondo. Frutto di vagabondaggi per il globo alla ricerca delle comunità
armene disperse, i suoi libri parlano di terre perdute, scomparse e ritrovate. È
il giornalista e scrittore Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica
di Armenia in Italia e titolare dell'ufficio consolare di Milano, dove vive con
la moglie Anna Maria. Come medico chirurgo, dopo il terremoto in Armenia del
1988 si è recato nelle zone sinistrate, lavorando all'installazione di un
ambulatorio a Spitak e di due scuole a Stepanavan.
A lei, figlio di un sopravvissuto al genocidio del
1915, chiedo qualche briciola del romanzo autobiografico, mai pubblicato, che
giace in un suo cassetto...
«Mio padre, Ignadios, è venuto in Italia nel 1915,
durante le persecuzioni ad opera dei Giovani Turchi. Ha studiato a Venezia nel
collegio dei padri mekhitaristi, dove anch'io avrei studiato. Degli eventi
passati lui non parlava mai. Gli ho strappato il racconto di un solo episodio
che risale al 1896, quando la furia omicida del sultano Abdul Hamid si è
abbattuta sugli armeni di Costantinopoli: circa 6 mila le vittime. Il nonno con
tutta la sua famiglia si era nascosto in cantina. Hanno bevuto per molti giorni
la loro orina. Sono stati salvati grazie a un amico turco che dirottava i
massacratori curdi inferociti, spergiurando che lì non abitava nessun armeno.
Questo racconto è alla base della mia ricerca dei giusti che hanno aiutato gli
armeni. Ho cercato poi di ritrovare le radici della mia famiglia viaggiando da
Istanbul all'Anatolia, l'Armenia storica».
A proposito dei giusti per gli armeni, che valore
dà a questo riconoscimento?
«Il giusto che fa parte del nemico e che ti ha
salvato costituisce la rottura dello schema amico-nemico, contribuisce alla
possibilità di riconciliazione tra i popoli. Dopo che Brandt si è inginocchiato
nel ricordo della Shoah, gli israeliani si sono recati sempre più numerosi in
Germania. Mischa Wegner, figlio di Armin, un giusto per gli armeni, ha rotto il
tabù allorché, recatosi in Armenia, è stato abbracciato da una folla
riconoscente, anche se era figlio di un ufficiale originario di un Paese - la
Germania - che all'epoca del genocidio era alleato della Turchia e aveva
sostenuto il progetto di pulizia etnica degli armeni in Anatolia, un territorio
che avevano abitato da più di 3 mila anni».
Cosa la spinge a girare per le comunità armene,
raccogliendo piccole e grandi storie?
«La volontà di capire, di immedesimarmi nelle
storie altre, che nel caso armeno hanno un unico filone, il genocidio e lo
sradicamento da una terra considerata la culla dell'umanità, l'Eden. Mi spinge
la convinzione che la condizione dell'uomo sia quella del viandante. È una
ricerca, questa, che ha cambiato la mia visione del mondo, ora imperniata sulla
compassione per me e per il mio prossimo, ma anche per quegli operatori del male
che in realtà non sanno di fare, prima di tutto, male a sé stessi».
Anche alla fine di “Giardino di tenebra” lei
auspica che fra gli uomini vi sia almeno amicizia se non fraternità, compassione
se non amore...
«Visione realistica la mia in quanto nel Vangelo
si usa la parola amore non in maniera astratta. Sono i comportamenti che
contano, le scelte di fronte all'altro e mi sembra che debba predominare la
compassione. Inoltre ama il prossimo tuo come te stesso significa, tra l'altro,
la consegna di volersi bene per poter voler bene. Solo se ci vogliamo bene, ci
concediamo delle soddisfazioni e proviamo un po' di compassione per noi stessi,
sentiamo ciò che ci accomuna agli altri nei dubbi, nelle inquietudini, nelle
domande di fondo. Solo così possiamo veramente metterci nella condizione di
vedere l'altro, di leggere i suoi bisogni, di trovare la forza di reagire di
fronte alle ingiustizie, di scegliere comportamenti di aiuto. Quando mi farò
carico veramente del dolore dell'altro avrò compassione del genere umano e di me
stesso, e anche di coloro che, in nome del bene, hanno compiuto crimini
efferati. Siamo di fronte al grande interrogativo che riguarda la mescolanza di
bene e di male che ci definisce».
Cosa caratterizza gli armeni rispetto ad altri
popoli e quale apporto tipico lei ritiene possano dare alla comunità mondiale?
«L'identità armena non si è mai radicata su un
territorio stabile. Si fonda su una appartenenza culturale, espressa
nell'adesione al cristianesimo delle origini, nella creazione della lingua
scritta, nella conquista dei diritti umani. Mi ha colpito la forza delle donne,
la centralità della famiglia, il valore che gli armeni sino ad oggi danno
all'educazione e all'istruzione dei figli, la conservazione della cultura da
parte della Chiesa e specialmente il cosmopolitismo, che permette agli armeni di
adattarsi alla realtà di ogni Paese dove mettono radici».
Lei è stato definito, per l'ostinato e continuo
cercare in giro per il mondo testimonianze del suo popolo, un militante della
memoria. Perché è così necessario ricordare?
«Per me la memoria è il futuro, non nel senso che
ricordare il male e valorizzare il positivo che c'è nella storia ci tutela o ci
garantisce, ma nel senso che ci mette in grado di agire nel presente, di
cogliere i segni premonitori del male, di cambiare direzione, di intraprendere
strade nuove».
Oggi si parla di più degli armeni e del genocidio.
Perfino nel mondo culturale turco c'è chi ha sentito il dovere di rompere il
tabù del silenzio. Cosa si aspetta dall'attuale stagione?
«Mi batto non per la giustizia (quella terrena è
carente, amministrata da leggi non sempre giuste), ma per la verità, la grande
assente dei nostri giorni, asservita ai media, strumentalizzata. Ricerco la
verità, quella scomoda, ma non mi aspetto che trionfi. È un percorso lungo,
impegnativo, che non vedrò concluso».
Lei ha un sogno?
«Sì, ed è quello di portare in Armenia le ceneri
di un giusto turco, per dare il mio contributo a un futuro di dialogo e
riconciliazione tra i due popoli, per sostenere l'impegno di molti esponenti
della società civile turca che non condividono l'occultamento della verità, per
porre un freno ai nazionalismi alimentati dalle scelte politiche interne degli
Stati».
PIETRO KUCIUKIAN è nato ad Arco (Trento) il 18
gennaio del 1940. Molti i volumi pubblicati di argomento armeno. Tra questi, per
le edizioni Guerini e Associati di Milano: Le terre di Nairì. Viaggi in Armenia
(1994), Viaggio fra i cristiani d'Oriente. Comunità armene in Siria e in Iran
(1996), il catalogo bilingue Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia, 1915
(1996), Dispersi. Viaggio fra le comunità armene nel mondo (2° ed.1999), Voci
nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni (2000, Premio S. Vidal a Venezia
per il dialogo fra i popoli e le religioni), Giardino di tenebra, viaggio in
Nagorno-Karabakh (2003), La terza Armenia. Viaggio nel Caucaso post-sovietico
(2007). Ha fondato, assieme a Gabriele Nissim, il Comitato per la foresta
mondiale dei giusti (www.gariwo.net). Nel gennaio del 2003 gli è stato conferito
dal comune di Milano l'Ambrogino d'oro per la sua attività nella ricerca dei
giusti per gli armeni.
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