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Resoconto
stenografico dell'Assemblea
Seduta
n. 813 del 17/11/2000
Seguito
della discussione delle mozioni Pagliarini ed altri n. 1-00303,
Giovanni Bianchi n. 1-00482 e Fei ed altri n. 1-00481 concernenti
il popolo armeno.
PRESIDENTE.
L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni
Pagliarini ed altri n. 1-00303, Giovanni Bianchi ed altri n.
1-00482 e Fei ed altri n. 1-00481 concernenti il popolo armeno, la
cui discussione generale si è conclusa nelle sedute del 3 aprile
2000 e del 3 ottobre 2000. Passiamo al seguito dell'esame
congiunto dei documenti citati (vedi l'allegato A - Mozioni
sezione 1).
Avverto che, in data 16 novembre 2000, sono state presentate le risoluzioni
Pagliarini ed altri n. 6-00146 e Mussi ed altri n. 6-00147,
successivamente ritirate.
Avverto che è stata presentata la risoluzione n. 6-00148,
sottoscritta dai deputati Mussi, Pagliarini, Paissan, Pisanu, Soro,
Selva, Monaco, Follini, Grimaldi, Rivolta, Manzione, Morselli,
Crema, Calzavara, Bastianoni, Trantino, Mazzocchin, Mitolo, Masi,
Lo Jucco (per le risoluzioni vedi l'allegato A - Risoluzioni
sezione 2).
Avverto che l'onorevole Delmastro delle Vedove ha ritirato la
propria firma dalla mozione Fei n. 1-00141. A tale documento ha
aggiunto la propria firma l'onorevole Giovine.
Avverto altresì che alla mozione Pagliarini n. 1-00303 hanno
aggiunto la firma gli onorevoli Boghetta ed Edo Rossi.
SANDRA
FEI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE.
Ne ha facoltà.
SANDRA
FEI. Signor Presidente, vorrei annunciare il ritiro della mia
mozione, lo faccio per disciplina di partito. Tuttavia, ritengo
importante per la coscienza di tutti noi che si arrivi alla verità
sulla questione. Il problema del genocidio armeno che si
ripresenta in tutti i Parlamenti, in molti comuni ed assemblee
istituzionali deve trovare finalmente una soluzione, affinché i
turchi e gli armeni possano trovare pace anche nel futuro.
Ribadisco l'importanza di una mediazione di farsi garanti, ma
soprattutto di arrivare alla verità definitiva, che non lasci
dubbio alcuno. Ringrazio i colleghi che mi hanno sostenuto e
ribadisco di ritirare la mia mozione.
RAMON
MANTOVANI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE.
Ne ha facoltà.
RAMON
MANTOVANI. Signor Presidente, la mozione Pagliarini n. 1-00303
reca la firma di più di 100 deputati e noi intendiamo mantenerla
in vita.
PRESIDENTE.
Sta bene.
(Parere
del Governo)
PRESIDENTE.
Invito il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sulla
mozione Pagliarini n. 1-00303 all'ordine del giorno e sulla
risoluzione Mussi n. 6-00148.
UMBERTO
RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri.
Per quanto riguarda la risoluzione Pagliarini n. 1-00303,
mantenuta dall'onorevole Mantovani, il parere del Governo è
contrario perché appare un documento insufficiente e manchevole.
In particolare, esso non fa riferimento allo sforzo nel quale è
impegnata la comunità internazionale perché vadano avanti i
processi di integrazione sovranazionale che soli possono rimuovere
le cause che hanno prodotto tragedie nel corso del secolo.
Per quanto riguarda la risoluzione Mussi ed altri n. 6-00147, il
parere del Governo è favorevole non solo perché vi è la memoria
forte della tragedia che ha colpito il popolo armeno nel corso del
secolo, ma anche perché viene fatto uno sforzo per discutere di
quella tragedia, nella consapevolezza degli sforzi che sono in
atto da parte della comunità internazionale per portare avanti i
processi di integrazione internazionale.
Voglio ricordare che nei giorni scorsi, a Strasburgo, Armenia e
Azerbaigian, che vivono un conflitto drammatico, sono diventati
membri del Consiglio d'Europa - questo passo è stato compiuto nel
corso della Presidenza italiana - e sottolineo il valore
importante del riconoscimento alla Turchia dello status di
paese candidato all'Unione europea.
Noi auspichiamo che i rapporti tra l'Unione europea e la Turchia
possano svilupparsi positivamente e guardiamo allo sforzo in atto
da parte di quel paese per realizzare i criteri necessari per
avvicinarsi alla prospettiva dell'integrazione. È uno sforzo che
deve manifestarsi con maggiore determinazione sul terreno della
tutela dei diritti umani e del rispetto delle minoranze, ma è uno
sforzo in corso che noi sottolineiamo e consideriamo importante.
Sarebbe sbagliato da parte della Turchia vivere il voto del
Parlamento italiano su questa risoluzione come una manifestazione
di antagonismo nei suoi confronti e di mancanza di comprensione
degli sforzi che le forze più lungimiranti della classe dirigente
turca stanno compiendo.
(Dichiarazioni
di voto)
PRESIDENTE.
Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ricordo che, con riferimento a quanto stabilito dalla Conferenza
dei Presidenti di gruppo, ogni gruppo dispone di 10 minuti, più
un tempo aggiuntivo di 25 minuti per il gruppo misto, così
ripartito:
Rifondazione comunista-progressisti: 4 minuti; Verdi: 4 minuti;
CCD: 4 minuti; Socialisti democratici italiani: 3 minuti;
Rinnovamento italiano: 2 minuti; CDU: 2 minuti; Federalisti
liberaldemocratici repubblicani: 2 minuti; Minoranze linguistiche:
2 minuti; Patto Segni-riformatori liberaldemocratici: 2 minuti.
Ha
chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Pagliarini. Ne ha facoltà.
GIANCARLO
PAGLIARINI. Signor Presidente, colleghi, in realtà questo è un
«aperitivo» di Nizza, se ci pensiamo bene, perché per la prima
volta abbiamo un documento comune e questo mi sembra decisamente
importante.
Quanto al contenuto, esso è stato scritto proprio ad horas,
in questi giorni, perché due giorni fa il Parlamento di
Strasburgo ha lavorato su una relazione che si intitola «Relazione
sui progressi realizzati dalla Turchia verso l'adesione all'Unione
europea».
Il caso ha voluto che a Strasburgo sia stata praticamente recepita
dagli europarlamentari la vecchia mozione che io avevo depositato
alla Camera nel 1998, perché sono stati accettati due emendamenti
del PPE, uno depositato da Giorgos Dimitrakopoulus e l'altro da
Marielle de Sarnez, con i quali il Parlamento europeo invita il
Governo e il Parlamento turchi a riconoscere pubblicamente il
genocidio armeno, e ciò costituiva una parte della mozione da noi
depositata nel 1998.
È stato poi accettato anche un secondo emendamento proposto da
Cohn-Bendit nel quale, con uno spirito molto costruttivo -
presente anche nella nostra vecchia mozione -, si afferma che il
Parlamento europeo invita il Governo ad avviare un dialogo con
l'Armenia, a stabilire relazioni diplomatiche e commerciali
normali e a togliere il blocco attualmente in vigore.
Questi emendamenti sono stati accettati dal Parlamento europeo e
adesso fanno parte della relazione sui progressi realizzati dalla
Turchia verso l'adesione all'Unione europea. Pertanto, ieri
abbiamo pensato che, se riusciremo ad inserire nella nostra
risoluzione comune un riferimento a questi principi che sono stati
accettati dal Parlamento europeo, impegnando il Governo a fare
tutto il possibile per cercare di portare pace e distensione in
quelle zone così drammaticamente colpite in passato - e, devo
dire, anche oggi, perché c'è molta tensione -, faremo qualcosa
di utile e costruttivo. Certo, il documento che è stato approvato
dal Parlamento europeo è lungo ed articolato e contiene ventinove
punti; al punto 19, esorta il governo turco a ritirare le proprie
truppe di occupazione dalla parte settentrionale di Cipro. La
lettura di questi ventinove punti, colleghi, è molto interessante
per capire cosa stia succedendo e come potremo costruire l'Europa
domani.
In realtà, non ho molto altro da aggiungere. Raccomando a tutti i
colleghi di votare questo testo e - ripeto - mi sembra abbastanza
interessante che esso ci consentirà di fare, nel caso sia
approvato - mi auguro all'unanimità -, un test sul
comportamento della Camera dei deputati a Nizza, perché il
problema, forse, è molto più complicato, ma è molto sentito, se
si considerano le discussioni sorte in quest'aula. Se il testo sarà
approvato da tutti, faremo sicuramente una cosa valida e
costruttiva (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord
Padania).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Savelli. Ne ha facoltà.
GIULIO
SAVELLI. Consideriamo con favore il fatto che si sia giunti ad
un'unica mozione.
Nel merito due cose mi sembrano incontestabili. La prima è che vi
è stato un vero e proprio genocidio degli armeni. La repubblica
dell'Armenia occupa attualmente circa il 10 per cento di quello
che storicamente era il territorio dell'Armenia; due milioni di
armeni vivevano in Turchia, oggi ce ne sono 80 mila; si calcola
che un milione e mezzo siano morti nei primi anni di questo
secolo; circa mezzo milione di discendenti sono sparsi per il
mondo in una diaspora simile a quella degli ebrei.
Il secondo fatto incontestabile è che l'attuale regime turco non
è responsabile di questo genocidio che, come dicevo, è avvenuto
nei primi anni del secolo. Tuttavia, proprio perché non sono
responsabili di quanto è avvenuto nei primi anni del secolo,
credo che sia indispensabile che il regime turco accetti
pubblicamente il fatto che questa vicenda è stata un vero e
proprio genocidio. Questo è il senso della mozione comune che è
stata presentata e, per questi motivi, annuncio il voto favorevole
del CCD.
TULLIO
GRIMALDI. Chiedo di parlare per una precisazione.
PRESIDENTE.
Ne ha facoltà.
TULLIO
GRIMALDI. Presidente, poiché vi è stata un po' di fretta e di
confusione, vorrei soltanto chiarire che né io né i colleghi del
mio gruppo abbiamo ritirato la nostra firma dalla mozione
Pagliarini.
PRESIDENZA
DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 20,33)
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Selva.
Ne ha facoltà.
GUSTAVO
SELVA. Il genocidio del popolo armeno è uno dei crimini contro
l'umanità che sono stati compiuti nel corso dei secoli e di cui
per troppo tempo si era persa la memoria. Anche in questo
Parlamento è durata quasi un anno l'attesa perché si facesse un
atto dovuto.
Fu uno sterminio sistematico condotto dal regime dei giovani
turchi che, cancellando l'Armenia dalla carta geografica,
immaginavano la costruzione di una grande Turchia, cioè di un
grande impero, comprendendo tutte le popolazioni, dal mare Egeo ai
confini della Cina. Quel progetto non venne realizzato, ma non per
questo cessarono le esecuzioni contro gli armeni costretti a
disperdersi in una diaspora di cui rimangono tracce in quasi tutti
i paesi del mondo ed anche in una città italiana, Venezia.
PRESIDENTE.
Onorevoli colleghi, vi pregherei di soprassedere ai vostri
colloqui privati, si sta svolgendo una discussione e non è giusto
che si facciano capannelli!
GUSTAVO
SELVA. Non si preoccupi, Presidente, succede sempre così, non c'è
da meravigliarsi.
Fu una pulizia etnica, la prima di un secolo che purtroppo ha
dovuto assistere ad altre vicende tragiche dello stesso potere, la
più tragica delle quali è stata la Shoah, fino alle più
recenti, quelle in Bosnia, nel Kosovo e a Timor Est, che hanno
richiesto l'intervento delle Nazioni Unite e della NATO in difesa
dei diritti dell'uomo. I massacri contro le popolazioni inermi
durate fino al 1918 portarono ad una vera e propria
snazionalizzazione che la nascita della piccola repubblica
sovietica dell'Armenia (meno di un quarto del territorio
originario armeno) non contribuì certo a sanare. Basta rileggere
i libri di William Saroyan e rivedere i primi film di Elia Kazan
per cogliere pienamente il significato delle sofferenze di un
popolo senza più patria, mortificato nelle sue nobilissime
tradizioni, che pure sentiva il richiamo forte delle radici di
quella terra.
Soltanto negli anni recenti, come ho detto, quelle vicende sono
state rievocate e, per primo, il Parlamento europeo ha preso una
posizione precisa ponendo, come precondizione per l'ingresso della
Turchia nell'Unione europea, l'assunzione da parte del Governo di
Istanbul delle responsabilità per lo sterminio. Questa posizione
è stata ribadita in una mozione presentata ed approvata il 15
novembre scorso, constatando che la Turchia sta realizzando certe
precondizioni.
Il genocidio degli armeni è un fatto incontestabile, ampiamente
documentato, e riconoscerne l'esistenza non è rivolgere un atto
di accusa allo Stato turco di oggi, ma pagare un debito con la
storia che non può più ignorare una pagina così tragica.
Viviamo in un'epoca in cui non si deve avere paura di ammettere
che nella storia vi sono state pagine buie né si deve temere di
rileggere quelle pagine nel contesto in cui sono state scritte.
Anche se sono trascorsi più di ottant'anni, è giusto che
l'Italia compia pubblicamente questo atto, sia pure con ritardo ma
in piena concordanza con il Parlamento europeo che ha approvato
qualche giorno fa il riconoscimento del genocidio che nella
risoluzione viene riconosciuto come verità storica.
Il Governo italiano ha espresso parere favorevole sulla nostra
risoluzione e in tutte le sedi dovrà assumere una posizione
conseguente, in modo da contribuire a sanare per quanto possibile
la ferita aperta con le violenze dei turchi di quell'epoca.
È una questione di giustizia ma è anche un richiamo all'esigenza
che crimini del genere - faccio un richiamo alto e forte - non
abbiano più a ripetersi in qualsiasi parte del mondo.
Noi di Alleanza nazionale cogliamo questa occasione per condannare
tutti i crimini commessi contro l'umanità che si verificano
quando l'odio prevale sulla tolleranza, quando prevale la
discriminazione razziale etnica e religiosa, quando non si ricerca
in ogni modo la convivenza civile (Applausi dei deputati del
gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Rivolta. Ne ha facoltà.
DARIO
RIVOLTA. Signor Presidente, il gruppo di Forza Italia, come credo
la maggioranza di questa Assemblea, riconosce che la Turchia è un
grande ed importante paese che ha fatto numerosi progressi
nell'organizzazione della propria vita democratica, progressi
ancora in corso grazie anche alla buona volontà della classe
dirigente. Riteniamo che con questo atto del Parlamento italiano
si dimostri in modo significativo l'attenzione che prestiamo a
questo paese che ci auguriamo possa entrare presto a far parte a
pieno titolo dell'Unione europea dove può giocare quel ruolo
importante che ricopre nell'ambito della NATO come punto di
equilibrio per quella zona del mondo. Riteniamo che il processo in
corso in Turchia debba indispensabilmente fare i conti - come
accade per tutti i grandi paesi che vogliono avanzare verso il
futuro - con la propria storia. Allora, incoraggiamo la Turchia
affinché faccia i conti anche con momenti atroci del proprio
passato, proprio perché si tratta di un passato che, come tale,
non appartiene agli uomini che oggi fanno la Turchia moderna.
In conclusione, voteremo a favore della risoluzione Mussi n.
6-00147 di cui sono cofirmatario; ci asterremo, invece,
dall'esprimerci sull'originaria mozione Pagliarini che - come ha
giustamente affermato il sottosegretario Ranieri - risente del
momento in cui è stata presentata e non rivolge la dovuta
attenzione ai progressi che la Turchia ha compiuto e sta compiendo
verso la democrazia, nel rispetto delle minoranze e, in generale,
dei diritti umani.
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Mantovani. Ne ha facoltà.
RAMON
MANTOVANI. Signor Presidente, interverrò sia sulla mozione che
rimane in vita, per la volontà di una minoranza dei deputati che
l'avevano sottoscritta, sia sulla risoluzione Mussi n. 6-00147 che
abbraccia tanto il centrodestra quanto il centrosinistra, ma non
noi di Rifondazione comunista.
Non capisco per quale motivo la prima mozione - che abbiamo
mantenuto in vita - debba essere considerata superata
dall'onorevole Rivolta, in quanto essa impegna semplicemente il
Governo a riconoscere pubblicamente il genocidio del popolo
armeno, esattamente come hanno fatto l'Assemblea nazionale e il
Senato francesi. Che cosa sia accaduto in questi due anni, perché
si cambi opinione circa un fatto avvenuto ottantacinque anni fa,
è ben difficile da capire, a meno che non si voglia piegare un
giudizio storico - perché di questo si tratta - all'attualità
politica. Infatti, ci dividiamo perché si vuole addolcire una
dichiarazione (che, peraltro, non compare nella risoluzione
presentata dalla «ammucchiata» del centrodestra e
centrosinistra), ovvero una condanna storica di quel genocidio,
con giudizi del tutto impropri circa l'attuale Stato turco.
Infatti, la risoluzione presentata da centrodestra e
centrosinistra uniti chiede una più rapida integrazione della
Turchia nell'Unione europea. Dunque, sottosegretario Ranieri, non
siamo capaci di fare ciò che ha fatto il Parlamento francese,
semplicemente perché quel Parlamento - o, per meglio dire, il
Governo francese - non è altrettanto servo degli Stati Uniti,
della Turchia e dell'Alleanza atlantica. Infatti, non vi è altro
motivo se non una sbagliata
ed impropria sudditanza all'Alleanza atlantica perché non si
debba, dopo ottantacinque anni, riconoscere ciò che è
storicamente comprovato ed accertato. L'unico motivo che vi induce
a non farlo è quello di non turbare il Governo turco che,
difatti, nei due anni in cui è stata depositata la mozione avente
allora come primo firmatario l'onorevole Pagliarini, non ha
mancato di fare enormi e gravi pressioni, che nel caso di alcuni
parlamentari si sono tradotte in minacce: infatti, alcuni deputati
italiani sono stati ripetutamente minacciati dal Governo turco e
dai suoi agenti.
Adesso non chiediamo di condannare la Turchia, ma che sia
riconosciuto ciò che è stato accertato storicamente, ovvero che
ottantacinque anni fa è stato compiuto un genocidio. Vorrei
ricordare a questa Assemblea che l'anno scorso si è voluta
ipocritamente giustificare una guerra dicendo che in Kosovo era in
corso un genocidio. Ebbene, in quella regione, era in corso
qualcosa di gravissimo; tuttavia, dobbiamo ricordare che ben due
terzi della popolazione armena furono sterminati ottantacinque
anni. Allora, se non possiamo definire quello un genocidio, non
potete tanto meno chiamare genocidio quanto è avvenuto nel Kosovo
l'anno scorso.
Per farla breve, signor Presidente, molti deputati due anni fa
firmarono la mozione Pagliarini; ne cito alcuni, onorevole Selva,
perché lei fa parte di quella schiera, così come l'onorevole
Armaroli, l'onorevole Biondi, l'onorevole Boato, gli onorevoli
Marco Fumagalli, Giovanardi, Michelini, Paissan, Piscitello,
Rivolta, Taradash, Tremaglia, Pivetti. Ho citato alcuni dei
deputati che due anni fa non hanno esitato ad apporre la loro
firma sulla dichiarazione, identica a quella del Parlamento
francese, che riconosce che ottantacinque anni fa è stato
commesso un genocidio.
Io continuerò a votare secondo coscienza e secondo quanto ho
firmato due anni fa, perché non è cambiato assolutamente niente
rispetto al genocidio del popolo armeno; altri si regoleranno
sicuramente secondo coscienza, ma alcuni, temo, secondo altri
ragionamenti ed altre convenienze, che poco hanno a che vedere con
il testo che si va a votare (Applausi dei deputati del gruppo
misto-Rifondazione comunista-progressisti).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Leccese. Ne ha facoltà.
VITO
LECCESE. Signor Presidente, colleghe, colleghi, credo che rispetto
al dibattito che si è sviluppato in quest'aula il 26 ottobre
sulle mozioni Pagliarini, Fei e Bianchi lo scenario si sia
notevolmente modificato e fortunatamente anche le proposte di atti
di indirizzo che sono oggi alla nostra attenzione e che ci
accingiamo a votare sono modificate e, io dico, migliorate
rispetto a quelle presentate il 26 ottobre.
Del resto, questo è un dato che non deve sfuggire neanche al
collega Mantovani: alcuni passi in avanti nell'elaborazione di
questa risoluzione, che lui considera dell'ammucchiata
centrodestra-centrosinistra, sono stati compiuti. Vi è il
tentativo, sì, di riconoscere sul piano storico il genocidio
armeno perpetrato per mano dei turchi, ma nello stesso tempo di
inserirlo in un discorso più articolato e più complesso, perché
la materia è più articolata e più complessa.
Ricordo che molti colleghi intervenuti nel dibattito del 26
ottobre scorso hanno sostenuto che, in omaggio alla ragione della
diplomazia, quel primo pronunciamento dell'Assemblea nazionale
francese non sarebbe mai approdato al Senato. Invece nei giorni
scorsi, come è stato ricordato da altri colleghi che sono
intervenuti prima di me, il Senato francese ha approvato
formalmente una legge, sì una legge, non un semplice atto di
indirizzo, con cui si riconosce pubblicamente e solennemente il
genocidio perpetrato dai turchi nel 1915.
Nei giorni scorsi vi è stato un importante pronunciamento, quello
del Papa, che in una nota congiunta con il Patriarca supremo degli
armeni riconosce che quel dramma fu genocidio e che costituì un
prologo agli orrori che sarebbero seguiti: due guerre mondiali,
l'olocausto, innumerevoli conflitti regionali e campagne di
sterminio, dalla Cambogia al Ruanda.
Nelle ultime ore, è stata approvata un'importante risoluzione del
Parlamento europeo con la quale si approva a larghissima
maggioranza la relazione sul progresso della Turchia verso
l'adesione all'Unione europea. All'interno di quella risoluzione
vi è l'auspicio che la Turchi si confronti con il proprio passato
ed anche, quindi, con quel genocidio.
La memoria è fondamentale, il secolo che abbiamo alle spalle è
il secolo dei genocidi e dell'olocausto, ma anche il secolo della
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. I genocidi si
collocano al centro del secolo scorso come emblema negativo, ma ad
essi si contrappone specularmente, antagonisticamente, la
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo come emblema
positivo, quasi come antidoto e come base di un progetto di
salvaguardia, per il futuro, dei fondamenti della civile
convivenza. È con questo spirito che il Parlamento europeo parla,
nella sua risoluzione, di genocidio, inserendo il riconoscimento
in una serie di condizioni affinché quel processo, prima di
avvicinamento ed ora di adesione e forse di integrazione, possa
trarre nuovo vigore. Il Parlamento lo fa non per «pugnalare alle
spalle» - come denuncia oggi molta stampa turca - le relazioni
euro-turche, ma per proiettare quel paese verso forme più
stringenti di cooperazione con l'Europa.
Lo scenario, come dicevo, rispetto al dibattito del 26 ottobre
scorso, è cambiato grazie alle vicende di cui ho parlato prima,
quella del Parlamento francese, la nota del Papa e la risoluzione
del Parlamento europeo. Queste vicende hanno vinto la resistenza
di chi in quel dibattito, pur ammettendo non le generiche
sofferenze atroci, come è ricordato in alcune mozioni, ma
riconoscendo il genocidio, riteneva però che non fossero ancora
maturi i tempi affinché il nostro Parlamento riconoscesse quel
dato storico ormai acclarato. Certamente un eccesso di Realpolitik
e di prudenza, nonché di timore che nel confronto bilaterale con
la Turchia si tornasse ai giorni critici e noti della vicenda
Frisullo o, peggio, alla grave tensione che ci fu tra il nostro
paese e la Turchia nella vicenda Ocalan. Oggi possiamo ritrovare,
seppure mutuando i paragrafi della risoluzione del Parlamento
europeo, il coraggio di riconoscere negli atti ufficiali di questa
Camera il genocidio armeno. Possiamo, ora sì, come diceva Pezzoni
nella discussione generale sulle mozioni, fare un'operazione
capace di coniugare coscienza, conoscenza, responsabilità ed
iniziativa politica.
A me sembra che la risoluzione sottoscritta dalla maggioranza di
centrosinistra e anche dai deputati del centrodestra tenda a
questa operazione. Infatti, oggi, per dirla con le parole di
Daniel Cohn-Bendit, nella sua dichiarazione di voto sulla
risoluzione del Parlamento europeo di due giorni fa, ci sono
quelli che vogliono l'adesione della Turchia all'Unione europea e
che questa adesione passi attraverso una riforma profonda della
società turca e quelli che invece vogliono usare strumentalmente
il dibattito sulla politica e le riforme in quel paese per
lasciarla comunque fuori dall'Unione europea. Noi ci ritroviamo
nella prima categoria, perché vogliamo che quel paese diventi un
paese europeo nel senso della capacità di tollerare, di
riconoscere e rispettare le minoranze, di rinnegare le torture e
la pena di morte.
Oggi, riconoscendo il genocidio quale dato storico acclarato ed
inequivocabile, diciamo alla Turchia che deve fare i conti con il
proprio passato, perché questo può servire al presente e al
futuro di quel paese.
PRESIDENTE.
Onorevole Leccese, la invito a concludere.
VITO
LECCESE. Concludo annunciando il voto favorevole dei deputati
Verdi alla risoluzione presentata. Vorrei aggiungere che il
presidente Pagliarini può certo rivendicare una paternità sul
dibattito che si è sviluppato su una questione che è - cito
testualmente una sua dichiarazione riportata questa mattina da un
quotidiano - «espressione di sensibilità civile verso i diritti
dell'uomo e ispirata ai principi di solidarietà». Collega
Pagliarini, visto che la memoria è importante, ricordi di farne
tesoro, soprattutto rispetto all'azione politica del gruppo che
rappresenta, perché deve ricordare che la violenza genera
violenza, l'odio genera odio e se è vero, come diceva Primo Levi,
che comprendere è impossibile, e conoscere è necessario perché
ciò che è accaduto può ritornare.
PRESIDENTE.
Onorevole Leccese, bisogna cercare di restare nei tempi. Non sono
di quelli che tolgono la parola - chi lo fa, lo fa a ragion veduta
a difesa del regolamento -, ma dovete rispettare anche la mia
incapacità di essere severo come sarebbe necessario in certi
casi.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Brunetti. Ne ha facoltà.
MARIO
BRUNETTI. Signor Presidente, credo sia necessario entrare nel
merito di quel che è stato uno dei più tragici capitoli della
storia di questo secolo. Lo sterminio degli armeni è stato il
primo genocidio del Novecento effettuato dai «giovani turchi» e
da Mustafà Kemal, i quali operarono per cancellare letteralmente
gli armeni dall'Anatolia e, con essi, la loro millenaria cultura.
Al massacro di massa si aggiunse la deportazione di 2 milioni di
armeni verso il deserto siriano di Deir Es Zor, allora sotto il
dominio ottomano, decimati poi dalla fame, dalle epidemie e da
maltrattamenti di ogni genere.
Documenti storici ci mettono davanti gli elementi tragici di
questa orrenda vicenda. Non mi riferisco tanto al toccante
pellegrinare di Pietro Kuciukia, descritto nel suo libro «Viaggio
tra i cristiani d'Oriente», che potrebbe apparire una
testimonianza interessata, essendo egli figlio di uno degli armeni
fuggiti verso l'Italia dopo il 1915; mi riferisco, invece, a
storici attenti, centri di ricerca e istituzioni pubbliche che
hanno, in questi anni, evidenziato quest'infamia contro la civiltà,
contro il popolo armeno, le cui testimonianze risalgono a 2.500
anni fa; popolo che abitava un territorio che si estendeva al di là
dell'attuale Repubblica armena e che ha subito, nei secoli,
invasioni e feroci dominazioni straniere.
La più nefasta di queste dominazioni è stata certamente quella
dei turchi che vi penetrarono alcuni secoli addietro e vi
installarono un regime che oggi chiameremmo di «pulizia etnica»;
un dominio la cui ferocia ha raggiunto il culmine con Abdul Amid
II, che costituì le premesse, nel declino dell'impero ottomano,
della nascita dell'acceso movimento nazionalista chiamato i «Giovani
turchi» e che per dieci anni, a partire dal 1908, si impossessò
del potere con l'obiettivo di creare un grande impero panturco.
Dentro questo disegno, la presenza di un'isola armena in
quell'area veniva vista come ostacolo al progetto della grande
Turchia, e per questo se ne decretò lo sterminio.
La concretizzazione di questo disegno è stata decisa a Salonicco
in un congresso segreto dei «Giovani turchi»; e l'occasione per
la messa in pratica del piano di sterminio fu la prima guerra
mondiale, approffittando dell'indifferenza delle potenze europee
impegnate nel conflitto.
Furono trucidati, in questa fase, 1.500 armeni tra cui
intellettuali, dirigenti politici, sacerdoti, mentre nelle
imboscate sulle strade una «organizzazione speciale» attaccava e
trucidava le carovane di deportati, oltre a distruggere città,
chiese, scuole, biblioteche, conventi, università, cancellando,
così, ogni traccia di quella presenza e lasciando dietro di sé
un deserto. Si salvarono, in parte, solo alcuni residenti ad
Istambul e a Smirne perché i massacratori si sarebbero trovati
troppo esposti vicino alle sedi diplomatiche straniere; si
salvarono ancora, in parte, gli abitanti di alcune province in
prossimità del confine russo fuggite oltre frontiera e salvate
dall'avanzare di quell'esercito.
Crea davvero sconcerto la lettura di un telegramma del 15
settembre 1915 del ministro dell'interno turco - riportato in
un'attenta valutazione sull'argomento dell'istituto di
studi armeni di Monaco di Baviera - in cui traspare tutta la
freddezza e il cinismo delle disposizioni. Dice quel telegramma:
«In precedenza è stato comunicato che il Governo su ordine del
partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare
completamente tutti gli armeni residenti in Turchia. Coloro i
quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a
rimanere negli organici dell'amministrazione dell'impero. Bisogna
dar fine alla loro resistenza, per quanto siano atroci le misure
adottate senza discriminazioni per sesso ed età e senza dar
ascolto a considerazioni legate alla coscienza».
La sconfitta della Turchia in guerra e la conseguente caduta del
regime dei «Giovani turchi» non portò affatto alla condanna dei
responsabili dello sterminio e le vicende del genocidio - anche
con la complicità delle potenze vincitrice - si risolse in
qualche sporadico arresto e con lo scioglimento della stessa corte
marziale in un primo tempo costituito a tale scopo.
L'eccidio degli armeni rimane, così, non solo impunito ma
dimenticato al punto che Hitler nel 1939, per vincere le titubanze
dei suoi collaboratori nella progettata aggressione alla Polonia,
li investì con una frase passata alla storia: «Chi si ricorda più
del massacro degli armeni?».
È avvenuto così - come è stato ricordato - che, a differenza
dell'Olocausto, che ha creato e crea giustamente indignazione e
condanna in tutto il mondo e che fu riconosciuto e condannato
dalla stessa Germania, il genocidio degli armeni viene ancora oggi
negato dalla Turchia nello stesso modo come nega l'esistenza dei
curdi; anzi, ad Istambul e ad Ankara fanno bella mostra di sé le
strade intitolate ai responsabili principali dello sterminio e
addirittura, nel 1996, sono stati riservati grandi onori alla
tumulazione delle spoglie di Enver Pascià, uno dei peggiori
aguzzini degli armeni, traslate dall'Asia centrale.
La documentazione di questo quadro infamante per la civiltà è
raccolta in fornitissimi archivi negli Stati Uniti, in
Inghilterra, in Francia, in Germania, in Austria, oltre che in
biblioteche di centri studi ed istituti di ricerca. Anche per
questo, molte istituzioni internazionali hanno riconosciuto il
genocidio degli armeni, seppure, per ragioni economiche e di realpolitik,
alcuni Stati, come gli Stati Uniti d'America, lo hanno «messo tra
parentesi», perché ricattati con la minaccia del blocco
dell'oleodotto di Baku-Ceylan. Basti ricordare, anzitutto, le
prese di posizione del Tribunale permanente dei popoli, che, fra
l'altro, ha affermato: «Lo sterminio delle popolazioni armene,
con la deportazione e il massacro, costituisce un crimine
imprescrittibile di genocidio ai sensi della Convenzione del 9
dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di
genocidio». Ne hanno parlato, poi, la sottocommissione per la
protezione delle minoranze della Commissione dei diritti dell'uomo
dell'ONU ed il Parlamento europeo; lo hanno ricordato il Papa in
un comunicato congiunto con il patriarca degli armeni Kerekin II e
molte amministrazioni di grandi e piccole città italiane.
È arrivato il momento, dunque, che anche l'Italia, seppure in
ritardo, riconosca il genocidio degli armeni non solo per un atto
doveroso verso la storia, ma anche per il carattere politico ed
etico generale che esso assume ai nostri giorni, essendo
necessario porre uno stop alle concezioni militariste ed
autoritarie della Turchia.
Ieri gli armeni e i greci, oggi la persecuzione dei curdi: ecco
l'elemento di una continuità storica che caratterizza la Turchia
sul terreno antidemocratico, contrastante con la costruzione di
un'Europa civile. Ieri la negazione del genocidio degli armeni ha
costituito un pericoloso precedente che è servito come alibi ad
Hitler per organizzare l'Olocausto, oggi la continuazione di
quella negazione fa da battistrada ad una cultura negatrice dei
diritti che entra in rotta di collisione con la democrazia
europea.
Per queste ragioni, il formale riconoscimento e la condanna da
parte del Parlamento italiano del genocidio degli armeni nel 1915
costituisce un contributo forte alla verità storica ed alla
civiltà, non solo perché si sottolinea un dato drammatico di
quei tempi, ma anche perché tale contributo serve per l'oggi.
Per questi motivi, noi voteremo a favore non soltanto della
risoluzione concordata questa sera tra le forze politiche in
quest'aula, ma anche della prima mozione sulla quale una serie di
deputati, tra cui noi, si erano trovati d'accordo, qualche tempo
fa, che bene sottolinea i risvolti storici, etici e politico che
l'eccidio degli armeni ha, in questo momento, nello scenario
europeo (Applausi dei deputati dei gruppi Comunista e dei
Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Giovanni Bianchi. Ne ha facoltà.
GIOVANNI
BIANCHI. Signor Presidente, nell'annunciare il consenso dei
deputati del gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo sulla
risoluzione Mussi n. 6-00148, sottoscritta da colleghi sia della
maggioranza sia dell'opposizione, annuncio il ritiro della mia
mozione n. 1-00482.
PRESIDENZA
DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE (ore 21)
GIOVANNI
BIANCHI. Prendo necessariamente le mosse dalla discussione che si
è svolta in quest'aula nel pomeriggio del 26 ottobre. Il deserto
dell'aula ha fatto paradossalmente da contrappunto alla densità
del dibattito. Succede rare volte di studiare o soltanto di
leggere gli atti parlamentari; a me è successo e devo rendere
atto a tutti i colleghi intervenuti della serietà dimostrata.
Si tratta ora di allineare i pezzi positivi di questo tragico puzzle
per dare corpo ad una ricerca di pace verso la quale l'Europa si
è già incamminata ed alla quale non deve mancare il contributo
del nostro paese.
Aveva ragione la collega Fei a ricordare nel suo intervento che il
Caucaso e l'Anatolia rappresentano la terza regione del mondo per
pericolosità dopo il Medio Oriente ed i Balcani. Stiamo parlando,
pertanto, di uno dei punti nevralgici del globo.
La ricostruzione storica ha a disposizione, oramai, molti
materiali, che nel dibattito sono stati menzionati, dal Werfel ad
altri autori. Anche il Presidente Biondi, in un intervento che mi
è parso non soltanto teso ma anche lucidissimo, ricorda il tempo
lontano che va dal 1909 al 1914, quando i Giovani turchi
realizzarono la pulizia etnica, decisa proprio al Congresso dei
Giovani turchi tenutosi a Salonicco nel 1911.
Ebbene, è a partire da questa memoria che l'Europa, con la
risoluzione passata due giorni fa con 429 voti favorevoli, 24
contrari e 68 astenuti, invita il Governo turco e la grande
Assemblea nazionale turca a sostenere maggiormente la maggioranza
armena, in quanto parte importante della società turca,
riconoscendo pubblicamente, in particolare, il genocidio commesso
ai danni di tale minoranza.
Nella medesima direzione muove il comunicato congiunto - anch'esso
di pochi giorni fa - di Papa Giovanni Paolo II e di Karekin II
Catholicos della Chiesa armena. Devo anche dire che, con una
qualche malagrazia, la stampa turca ha attribuito la dichiarazione
alla longevità del pontefice. Non è così che ci si muove sul
piano internazionale (Applausi dei deputati del gruppo della
Lega nord Padania)!
Due problemi di fondo mi sembra che siano di fronte a noi. Il
primo è che siamo in un momento in cui vengono gettate le
fondamenta dello Stato di Ataturk. Diciamolo: uno Stato moderno e
laico - in questo senso, un passo avanti su quello scacchiere - ma
non per questo meno autoritario e feroce, non per questo meno
fondato su un processo di pulizia etnica. Questo è il paradosso
che ci si presenta di fronte e che, semmai, avvisa l'Europa e
l'Italia ad intensificare il percorso di acquisizione della
Turchia all'interno della Comunità europea, ponendo evidentemente
problemi ma facendosi anche carico di un percorso che ha una sua
particolarità.
Secondo problema. Non c'è politica sensata senza rapporto di
continuità, sia pure critica, con la storia. C'è scarto, non
revisione tra storia e politica. Anzi, se mi metto sulla lunghezza
d'onda di un bel libro di Mario Tronti, La politica al tramonto,
posso anche pensare che in alcuni momenti la politica sia contro
la storia. Fu così la rivoluzione e talvolta ha questo segno
l'innovazione, che, non a caso, sconta molteplici resistenze al
cambiamento. Ma allora domandiamoci: è possibile, culturalmente e
politicamente, rispettare la storia, non strapparle le pagine
senza restarne prigionieri? Problema: com'è possibile leggere e
riconoscere una irriducibile contrapposizione storica per
consegnarla alla storia, senza necessariamente consegnare il
presente alla irriducibilità di questa contrapposizione?
È il problema che abbiamo di fronte, è il problema che l'Europa
si è posta con la sua risoluzione. Mi auguro che stasera questa
risoluzione sia approvata a larghissima maggioranza. Mi auguro, se
è possibile fare un invito in «zona Cesarini» al collega
Mantovani e ai settori che vorrebbero distinguersi, che possa
esserci un consenso unanime, che servirebbe di più alla causa
degli armeni e dei turchi. In questo senso, non per un facile
ecumenismo, dobbiamo andare oltre le irriducibilità della
contrapposizione storica.
È questo passo che tentiamo di fare, e vorremmo farlo tutti
insieme. Da qui il mio invito, pensando che sia il modo migliore
per la costruzione dell'unità europea (Applausi).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Biondi. Ne ha facoltà.
ALFREDO
BIONDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, avevo firmato molto
volentieri anche la mozione della collega Fei, che ha avuto la
sensibilità di ritirarla di fronte ad un problema che,
nell'opinione comune che si sta affermando, tende a riconoscere
politicamente ciò che noi con la nostra mozione volevamo
riconoscere storicamente. C'era scritto: convocazione di una
riunione scientifica volta ad acquisire e ad accertare le
effettività e le realtà storiche.
Si discute, proprio in questi giorni, su che cosa sia la storia,
quale sia la storia vera, quale sia la storia forzata, quali siano
le storie che obbediscono alle pulsioni dei sentimenti politici e
quando invece queste possano consentire, in un arco di valutazione
che abbraccia il tempo e nel tempo vede le modificazioni dei
soggetti individuali e collettivi, di dare un giudizio. Nella
mozione che voterò (abbiamo ritirato la mozione Fei, che avevo
sottoscritto), sono in grado di dare un giudizio, inoltre mi evita
quella parte procedurale che noi volevamo mettere in evidenza come
un fatto di maggiore approfondimento.
Ho ascoltato con grande piacere e ammirazione, mentre avevo
l'onore di presiedere quest'aula, l'intervento del collega
Brunetti che ha fatto un'analisi straordinaria di cultura e di
sensibilità sui fatti terribili che erano avvenuti in quell'epoca
nell'indifferenza dei grandi paesi.
Tempo fa ho visto un buon film nel quale recitavano Claudia
Cardinale e Omar Sharif e si parlava di una famiglia emigrata
dall'Armenia a Parigi. Era un film nel quale si capiva quella che
doveva essere la sofferenza di esuli nemmeno per motivi politici o
economici, come è capitato a noi italiani, ma per motivi legati
alla impossibilità di vivere per la prepotenza degli altri.
La Camera ora dà un riconoscimento di un fatto tragico avvenuto
nel tempo e insieme non si chiude ad una valutazione puramente
negativa, critica, senza remissione delle responsabilità, ma
invece dà una valutazione delle esigenze della Turchia moderna,
se riuscirà ad essere moderna anche nelle sue leggi, anche nelle
misure che garantiscono la vita di tutti, compresa quella dei
condannati. Infatti noi pensiamo che questa sia una prova di
civiltà. Questo vale per l'occidente, come per l'oriente, nel
Caucaso come nell'Anatolia, vale dappertutto. Dove si fa strame
della vita allora vuol dire che la civiltà non si è ancora
fermata. Noi pensiamo che il rapporto, non solo di carattere
internazionale e militare, che si è instaurato, mi auguro anche
sui problemi più vasti del diritto civile, ci consenta di aprire
un credito non basato esclusivamente sulla speranza o sui
sentimenti, ma anche sui comportamenti che ci sono stati e dei
quali la mozione tiene conto.
Quindi, noi non ci siamo discostati dal fine. Avevamo previsto dei
mezzi di verifica che, a mio modo di vedere, erano importanti.
Abbiamo effettuato una scelta sulla base di considerazioni di più
vasto raggio, non per un falso unanimismo, ma per un unanimismo
vero che è quello di ciò che ci vede tutti uniti,
indipendentemente dalle collocazioni, proprio per le esperienze
tragiche che abbiamo vissuto nella nostra vita e che io ho vissuto
anche come giovane in Italia.
Si fanno tanti discorsi, ma ci sono i momenti in cui si deve
decidere che cosa fare. E se uno ha la fortuna di decidere bene è
dalla parte di quelli che hanno deciso bene, ma se ha deciso male
è da quella parte che viene messo. Quando dico male, non parlo di
malafede, ma della mala electio, cioè della non
valutazione concreta delle cose.
Signor Presidente, questa è la ragione per la quale io voto e
apro due capitoli: uno alla speranza che le cose possano andare
come veramente noi desideriamo in una dimensione in cui questi
fatti della storia siano collocati senza bisogno di verifiche
ulteriori dopo quelle che lo strazio di un popolo ha consentito di
valutare e di verificare, e che ci consenta di procedere, come si
dice qui, al riconoscimento del genocidio ai danni della minoranza
armena; l'altro alla speranza che da questa considerazione nasca,
per chi ha tenuto storicamente, non attualmente, comportamenti di
questo tipo, un proposito concreto, controllato anche nella
dimensione internazionale più vasta, che ciò non possa più
succedere. Ecco la ragione del mio voto - lo dico anche all'amico
Mantovani - voterò come sempre, prima di tutto come mi pare e,
poi, secondo coscienza (Applausi).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Pezzoni. Ne ha facoltà.
MARCO
PEZZONI. Signor Presidente, considerata l'ora e per rispetto dei
colleghi, svolgerò solo alcune riflessioni. La prima: credo sia
molto importante cogliere con la risoluzione Mussi-Pagliarini la
grande novità di questi giorni, che è la risoluzione unitaria
del Parlamento europeo. Abbiamo una lezione che ci viene dal
Parlamento europeo: i grandi gruppi politici si sono divisi
trasversalmente ed è passato di stretta misura l'emendamento di
Dimitrakopoulos, che introduce il paragrafo 10, il riconoscimento
del genocidio degli armeni, ma poi il Parlamento si è
ricompattato ed ha votato a grandissima maggioranza (destra,
centro e sinistra) la risoluzione comune, che incoraggia la
Turchia ad accelerare i processi di democratizzazione. Anche nella
risoluzione Mussi-Pagliarini, sono ribaditi i medesimi principi,
il rispetto delle minoranze, i passi in avanti per far entrare il
più presto possibile la Turchia in Europa.
Perché - è questo il secondo punto - nella risoluzione vi sono
un principio ed una strategia fondamentale per i tempi di oggi,
rispetto ad un problema che si pone: se dobbiamo essere neutrali
di fronte ai processi storici, di fronte all'allargamento, od
invece scegliere la strategia dell'inclusione. È la strategia
dell'inclusione quella che ispira l'Unione europea, che spinge
verso l'allargamento e il dialogo con la Turchia, ponendo, certo
senza sconti, obiettivi da superare per questo processo di più
rapida integrazione nell'Unione europea. Qui sta la questione del
genocidio, qui sta la questione della convivenza, qui sta la
questione dei diritti umani: non si fa riferimento ad un giudice
estraneo, ma abbiamo il farsi parte di una storia che spinge e
cerca, al di là della neutralità, una nuova condivisione di
valori ed una nuova comunità come quella europea allargata.
Infine,
proprio per questo, le minoranze interne come i curdi si aspettano
dal processo di integrazione europea la soluzione politica dei
loro problemi. Ecco perché i principi contenuti nella risoluzione
Mussi-Pagliarini per esempio il rispetto dell'integrità
territoriale, sono importanti, ma in una visione dinamica per
favorire i processi di inclusione nell'Unione europea. Questo è
dunque il nostro atteggiamento politico positivo e, come ha
osservato il collega Pagliarini, è un buon segnale per Nizza (Applausi).
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Volonté,
al quale ricordo che ha due minuti. Ne ha facoltà.
LUCA
VOLONTÈ. Signor Presidente, chiedo intanto di apporre la mia
firma alla risoluzione Mussi-Pagliarini, ma allo stesso tempo non
ritirerò la mia firma, anche a nome del CDU, sulla mozione
Pagliarini n. 1-00303, perché non penso che i due documenti siano
in contrasto; ritengo, anzi, anche in base agli interventi dei
colleghi che mi hanno preceduto, che plaudono allo sforzo che
anche il nostro paese compie per convincere la Turchia a
rispettare la minoranza armena, che non si possa prescindere dalla
chiarezza con la quale il Parlamento francese, il 29 maggio 1998,
ha riconosciuto un fatto storico, non un'invenzione che troviamo
in alcuni libri di storia italiani in queste settimane e in questi
mesi.
Quindi, voteremo a favore della mozione Pagliarini n.1-00303,
originariamente firmata da gran parte dei colleghi, e chiediamo di
apporre la nostra firma alla risoluzione comune Mussi n. 6-00148.
Nello stesso tempo, vogliamo fare una battuta ai nostri colleghi
della Casa delle libertà: pochi minuti fa, sulla questione del dossier
Mitrokhin, abbiamo molto apprezzato l'atteggiamento della Lega e
del CCD, che hanno valorizzato anche l'impegno dell'onorevole
Tassone e di molti di noi su questo importante avvenimento
politico, che ha rubato le prime pagine dei giornali per interi
mesi qualche tempo fa. Voglio dire pubblicamente che anche questa
è una delle ragioni per cui, conoscendo l'impegno del presidente
Pagliarini, chiedo di apporre la firma alla risoluzione comune
Mussi n. 6-00148.
PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole
Ballaman. Ne ha facoltà.
EDOUARD
BALLAMAN. Signor Presidente, desidero puntualizzare, in primo
luogo, che non mi sembra corretto dire che la mozione
Mussi-Pagliarini, alla quale voglio aggiungere anche la mia firma,
non abbia previsto il riconoscimento del genocidio ai danni della
minoranza armena. È perfettamente riconoscibile ed è scritto
nella mozione. In secondo luogo, mi sembra importante ricordare
che il testo del Papa, richiamato più volte, dice che il
genocidio armeno all'inizio del secolo ha costituito un prologo
agli orrori che sarebbero seguiti. A questo punto, invece,
l'agenzia di stampa turca ha modificato il testo del Vaticano ed
ha scritto che il Papa avrebbe dichiarato che il genocidio è
stato all'inizio di due guerre mondiali, di innumerevoli conflitti
e così via ed ha concluso con il seguente commento: la prima
guerra mondiale è cominciata nel 1914, gli armeni dicono che il
cosiddetto genocidio è avvenuto nel 1915. L'errore del Papa è
dovuto alla sua tarda età. Ecco quindi che si è voluto giocare
ed alterare, mistificando le notizie.
Personalmente voterò a favore anche della prima mozione
Pagliarini, ora mozione Mantovani, che aveva un'unica colpa:
essere stata presentata prima di tutte, nel settembre del 1998,
quindi non poter prevedere le enunciazioni degli ultimi importanti
eventi. Devo ringraziare la Camera dei deputati che mi ha permesso
in quest'ultimo anno di essere due volte in Turchia e una volta a
Cipro per potermi rendere conto che il problema degli armeni è
serio ma è di 85 anni fa, mentre oggi vi sono problemi ancora più
gravi, quali quelli delle minoranze curde e dell'invasione di
Cipro. Spero che questa Camera non aspetti altri 85 anni prima di
adottare risoluzioni sul caso (Applausi dei deputati dei gruppi
della Lega nord Padania e misto-CDU)!
GIANCARLO
PAGLIARINI. Chiedo di parlare per una precisazione.
PRESIDENTE.
Ne ha facoltà.
GIANCARLO
PAGLIARINI. Signor Presidente, prima non ho spiegato perché
ritiravo la firma dalla mia mozione e velocemente vorrei farlo.
Ovviamente si trattava di valorizzare al massimo la decisione di
Strasburgo e di avere un documento comune, però devo dire anche
che il Governo mi aveva fatto intendere, in diversi modi, che
aveva paura di possibili ritorsioni commerciali della Turchia.
Guardando quello che succede, debbo dire che in parte il Governo
aveva anche ragione. In Francia nel 1998 è stato assunto un
provvedimento dall'Assemblea nazionale; hanno fatto liste di
proscrizione, hanno avuto danni notevoli e devo dire che io ho
avuto l'idea di depositare quella mozione proprio quando ho visto
la reazione turca contro la Francia. Non mi sembrava giusto, sono
contro l'uso della forza e, visto che il collega prima mi ha
tirato in ballo, sono contro l'uso della forza sempre e comunque,
anche rispetto ai centri sociali. Lo devo dire visto che sono
stato tirato in ballo.
PRESIDENTE.
Non è previsto nella mozione.
GIANCARLO
PAGLIARINI. In Francia hanno reagito molto bene e con coraggio,
però al Senato sono riusciti a discutere il testo solo grazie ad
un escamotage, perché erano riusciti a bloccare la
discussione. Devo fare due citazioni del Senato francese perché
sono troppo belle e io so che sono anche condivise dalla nostra
Assemblea. Hanno detto: «Questa è un'occasione per la Francia di
ricordare che il popolo francese mette i grandi princìpi
universali al di sopra delle priorità economiche». È un
principio giusto e so che è condiviso da tutti noi. Hanno anche
detto che: «Qualcuno afferma che gli interessi economici del
nostro paese con la Turchia sono rilevanti, ma questo argomento
non è immorale di fronte a centinaia di migliaia di morti?
L'esempio di Clinton è forse un esempio da seguire? Spero di no.
Perché non si può mettere sullo stesso piano il riconoscimento
di un genocidio con interessi economici». È una dichiarazione
del senatore Godin, ma ritengo che sia patrimonio comune alla
nostra Assemblea. Una parola sola, visto che citano Clinton.
Cosa ha combinato il povero Clinton? Deve restare agli atti perché
è importante. Negli Stati Uniti per il momento - ma solo per il
momento, mi auguro - i quattrini, l'economia e il potere hanno
battuto la dignità degli uomini.
Infatti, la Commissione esteri del Congresso aveva preparato una
risoluzione che riconosceva il genocidio: era un testo
documentatissimo, che faceva riferimento agli archivi di Francia,
Germania, Inghilterra, Russia, Stati Uniti, Vaticano ed altri
Stati. Poi vi sono state pressioni economiche e pensate che il
Presidente Clinton - che pure in altre occasioni aveva citato in
pubblico sia il genocidio armeno (il 13 agosto 1992), sia il
milione e mezzo di armeni uccisi (il 24 aprile di quest'anno),
come avevano già fatto in precedenza Reagan e Bush padre - il 19
ottobre ha mandato una lettera al relatore del provvedimento nella
quale ha messo per iscritto che la discussione di quel
provvedimento poteva avere conseguenze negative per gli Stati
Uniti e che gli Stati Uniti hanno significativi interessi in
quella parte del mondo.
Pensi, Presidente, che la lettera finiva con queste parole: J
urge you in the strongest term, cioè: ti chiedo veramente di
non discuterla.
Mi ha fatto piacere sentire dagli interventi che sono stati svolti
che noi siamo fuori da questa logica e che in quest'aula i diritti
umani sono più importanti dell'economia (Applausi dei deputati
del gruppo della Lega nord Padania).
UMBERTO
RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri.
Chiedo di parlare.
PRESIDENTE.
Ne ha facoltà.
UMBERTO
RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri.
Signor Presidente, faccio una sola considerazione. Il Governo
italiano nei suoi rapporti con le autorità turche non ha mai
percepito il manifestarsi di pressioni né di ricatti, come è
stato ricordato...
RAMON
MANTOVANI. Per forza, perché ci è andato in ginocchio!
UMBERTO
RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri.
Stai tranquillo, Mantovani!
PRESIDENTE.
Onorevole Mantovani!
UMBERTO
RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Il
Governo si è espresso in modo non favorevole alla mozione
Pagliarini, poi assunta dall'onorevole Mantovani, perché non l'ha
condivisa, considerandola insufficiente, manchevole e parziale,
mentre ha espresso il proprio parere favorevole al documento
Mussi-Pagliarini che forniva un quadro più convincente ed
equilibrato di questa difficile e tormentata situazione.
Del resto, per quanto mi riguarda - ahimè - con l'onorevole
Pagliarini ho avuto per la prima volta nella mia vita la
possibilità di salutarci solo questa sera.
PRESIDENTE.
Passiamo ai voti.
Seduta
n. 813 del 17/11/2000
(Votazioni).
PRESIDENTE.
Pongo in votazione la mozione Mantovani n. 1-00303, non accettata
dal Governo.
(È respinta).
Pongo
in votazione la risoluzione Mussi ed altri n. 6-00148.
(È approvata - Applausi).
Colleghi,
dobbiamo ora sospendere i nostri lavori in attesa della nota di
variazioni. Successivamente verranno esaminati gli ordini del
giorno e poi vi saranno le dichiarazioni di voto e il voto finale.
Naturalmente, se i colleghi che intendono fare dichiarazioni di
voto utilizzano quest'ora per redigerle per iscritto, questo ci
potrebbe aiutare.
Sospendo quindi la seduta, che riprenderà alle 22,15.
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