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Resoconto
stenografico dell’Assemblea
Seduta
n. 707 del 3/4/2000
(Discussione
sulle linee generali)
PRESIDENZA
DEL VICEPRESIDENTE
ALFREDO BIONDI
PRESIDENTE.
Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali della mozione.
Il
primo iscritto a parlare è l’onorevole Pagliarini, che
illustrerà anche la sua mozione n.
1-00303.
Ne ha facoltà.
GIANCARLO
PAGLIARINI. Signor Presidente, signori deputati, pochi giorni fa
il consiglio comunale di Roma ha approvato, all’unanimità, un
ordine del giorno con il quale si riconosce la necessità che
l’opinione pubblica mondiale intervenga a favore del popolo
armeno, come è stato fatto nei confronti dell’Olocausto
ebraico. Inoltre, i membri del consiglio comunale di Roma hanno
chiesto che il Governo italiano riconosca il genocidio degli
armeni.
In
precedenza, documenti simili erano stati approvati anche dai
consigli comunali di Milano, di Firenze e di tanti altri comuni,
grandi e piccoli, da Padova a Bagnacavallo. In totale, fino ad
oggi, i comuni italiani che hanno riconosciuto il genocidio del
popolo armeno sono ben trentatré: l’ultimo è stato il comune
di Belluno, proprio qualche settimana fa.
Fuori
dal nostro paese il genocidio del popolo armeno è stato già
formalmente riconosciuto dalla Commissione per i diritti
dell’uomo delle Nazioni Unite, da una risoluzione del Parlamento
europeo e da numerosi Stati ed istituzioni: l’ultimo, in ordine
di tempo, è stato il Parlamento svedese che lo ha riconosciuto
formalmente proprio pochi giorni fa, il 29 marzo. Citare tutti
coloro i quali hanno riconosciuto formalmente questo genocidio
sarebbe troppo lungo: ho consegnato un elenco alla Presidenza e
chiedo che venga pubblicato in calce al resoconto della seduta
odierna.
PRESIDENTE.
La Presidenza lo consente.
GIANCARLO
PAGLIARINI. Il Parlamento italiano non ha ancora avuto la
sensibilità ed il coraggio di riconoscere questa drammatica verità
storica. La
caratteristica di questo genocidio è stata, finora, il silenzio:
al silenzio degli assassini si è aggiunto quello degli Stati,
delle vittime, della diplomazia e della coscienza degli uomini. I
pochi armeni che sono riusciti a fuggire al massacro si sono
rifugiati in tutti i paesi del mondo e si sono messi subito a
lavorare.
Hanno
rispettato le leggi dei paesi che li hanno ospitati e hanno
costruito famiglie, non hanno parlato delle loro terre, che hanno
dovuto abbandonare per sopravvivere, né dei loro morti.
All’inizio
hanno scelto il silenzio per ricominciare a vivere; è come se
avessero cercato di dimenticare per trovare la pace in una nuova
vita, ma il ricordo delle case abbandonate di corsa e per sempre,
dei genitori, dei fratelli e dei parenti massacrati non si può
spegnere; questo peso si può sopportare in silenzio, ma il
ricordo si trasmette dai padri ai figli e, con il tempo, il
silenzio diventa sempre più insopportabile.
Noi e i nostri colleghi, membri dei Parlamenti degli altri
quattordici paesi che fanno parte dell’Unione europea, abbiamo
il dovere di interrompere questo silenzio delle coscienze e di
dare il nostro contributo affinché tutti i paesi membri
dell’Unione europea proclamino con forza e ricordino questa
verità storica.
Riconoscendo
il genocidio del popolo armeno, l’Italia e gli Stati europei che
hanno accolto i pochi sopravvissuti riconoscerebbero la loro
identità e darebbero finalmente un’ultima sepoltura morale alle
vittime del genocidio.
Oggi,
il mio compito è cercare di riassumervi in estrema sintesi i
fatti. Onorevoli colleghi, i punti che dovete considerare sono i
seguenti: armeni e turchi hanno vissuto fianco a fianco per più
di otto secoli in una situazione di delicato equilibrio e di
tolleranza reciproca. L’impero ottomano aveva concesso alle
minoranze cristiane libertà di culto e di lingua, ma
nell’impero ottomano gli infedeli, ovvero i cristiani e tutti
coloro che non erano mussulmani, erano considerati cittadini di
secondo ordine, non potevano possedere armi, avevano minori
diritti e avevano l’obbligo di pagare alcune imposte speciali.
Nel
1914 l’impero ottomano è entrato in guerra a fianco
dell’Austria e della Germania.
Gli armeni, che vivevano sia nelle regioni del Caucaso sia
in quelle dell’impero ottomano, si sono trovati a combattere su
due fronti. Nell’inverno del 1914 e del 1915, l’esercito
turco, che era avanzato nel Caucaso, subì una durissima sconfitta
a Sarkamis e la colpa fu attribuita agli armeni che furono
accusati di tradimento e di complotto. Il 25 febbraio del 1915, lo
stato maggiore ottomano ordinò di disarmare tutti i soldati
armeni e in molte città si verificarono episodi di violenza.
Nella notte di sabato 24 aprile 1915 fu dato l’ordine di
arrestare gli armeni che abitavano a Costantinopoli; il massacro
era cominciato e gli Stati dell’Occidente ne erano a conoscenza.
Il 27 maggio 1915 fu approvata una legge che autorizzava la
deportazione delle persone sospette. Quella legge autorizzava i
comandanti militari a deportare i cittadini che essi ritenevano
colpevoli di tradimento e di spionaggio. In effetti, quella legge
ha consentito di deportare e di uccidere in massa ed in modo
premeditato ed intenzionale un intero popolo.
Le numerose testimonianze confermano che si è trattato di
un processo di distruzione sistematico e organizzato. Quando non
venivano massacrati sul posto, gli armeni erano messi in colonie
di deportati che dovevano camminare verso il deserto di Deir er
Zor, in Siria; li facevano camminare finché non erano tutti
morti. Questa,
purtroppo, è la storia. Ecco alcuni numeri di quel recente
passato che deve essere conosciuto: all’inizio del secolo, in
Turchia, vivevano circa 1 milione e 800 mila armeni; circa 700
mila sono stati massacrati nelle loro città e circa 600 mila sono
morti durante le deportazioni; altri 200 mila sono scappati verso
il Caucaso; 150 mila verso l’Europa, mentre in Turchia sono
sopravvissuti meno di 150 mila armeni. Più del 70 per cento della
popolazione armena che viveva da 3000 anni in Anatolia fu
annientata. Questi sono numeri che rappresentano il bilancio del
genocidio degli armeni. È
successo pochi anni fa, all’inizio del secolo. I nazisti non
erano al potere e tanti ebrei vivevano ancora tranquilli in
Germania e in Italia. Hitler, il 22 agosto 1939, prima
dell’invasione della Polonia, durante una riunione all’Obersalzberg,
aveva dichiarato:
«Chi,
dopotutto, parla oggi dell’annientamento degli armeni?».
Le testimonianze su questa pagina nera della storia
dell’umanità sono tantissime. Oltre alle drammatiche fotografie
del tedesco Armin Wegner, vi sono numerosi documenti, di cui ne
cito solo tre. «Il modo in cui viene effettuata la deportazione
dimostra che il Governo persegue realmente lo scopo di sterminare
la razza armena nell’impero ottomano»: questa è una
testimonianza di Hans von Wangenheim, ambasciatore della Germania
in Turchia in una lettera del 7 luglio 1915. «Non è un segreto
che il piano previsto consisteva nel distruggere la razza armena
in quanto razza»: questa è una testimonianza di Lessile Davis,
console degli Stati Uniti in Anatolia, datata 24 luglio 1915. «Ci
hanno rimproverato di non aver fatto distinzione, in mezzo agli
armeni, tra gli innocenti ed i colpevoli: è assolutamente
impossibile, perché gli innocenti di oggi saranno forse i
colpevoli di domani»: così il ministro dell’interno Tal’at
Pascià in un ordine del 1915.
Mi
risulta che alla fine della prima guerra mondiale, quando cadde il
regime dei «Giovani turchi», il nuovo Governo istituì una corte
marziale che nel 1919 condannò a morte in contumacia i tre
principali responsabili. L’accusa nel processo del 1919 era di
massacro, non di genocidio di un popolo. Successivamente lo Stato
turco ha sempre negato di aver compiuto un genocidio. La verità
ufficiale è che le deportazioni erano state ordinate per sedare
una rivolta, ma è impossibile accettare questa tesi, anche in
considerazione del fatto che la destinazione finale delle
deportazioni era il deserto di Deir er Zor, in Siria, dove sono
arrivati in pochi e dove non è ragionevole ritenere che degli
esseri umani avrebbero potuto sopravvivere, trattandosi di una
zona arida, senz’acqua, senza alberi e senza cibo.
Il
Parlamento europeo ha constatato che il Governo turco, con il suo
rifiuto di riconoscere il genocidio del 1915, ha privato fino ad
oggi - e continua a privare - il popolo armeno del diritto ad una
sua propria storia.
Debbo
fornirvi anche un’altra informazione, colleghi deputati. Il 29
maggio 1998 i nostri colleghi deputati dell’Assemblea nazionale
francese avevano approvato all’unanimità una legge che
riconosceva pubblicamente il genocidio del popolo armeno. Si è
trattato di uno straordinario atto di umanità e di coraggio
civile del Parlamento francese. Il Governo di Ankara ha reagito
con molta durezza, minacciando sanzioni commerciali contro Parigi.
Ebbene, colleghi, sono passati quasi due anni, ma quel
provvedimento non è stato ancora discusso dal Senato della
Repubblica francese e questa mattina ho visto che a tutti i membri
della Camera dei deputati è stata mandata una e-mail nella quale
si dice che il Senato francese, a differenza dell’Assemblea
nazionale, ha rifiutato di discutere questo argomento, con il
motivo che la Costituzione non riconosce al Senato l’autorità
di giudicare.
Ecco,
per la cronaca, alcune agenzie di stampa di quei giorni del 1998.
Ventinove maggio, il ministro degli esteri turco Ismail Cem: «Condanno
l’adozione di questa risoluzione che avrà effetti assolutamente
nefasti sulle relazioni tra la Turchia e la Francia». Trenta
maggio: «La Turchia sta riesaminando le sue relazioni con la
Francia e si sta preparando a sanzioni contro Parigi (...),
minacciando il ricorso a ritorsioni quale l’inclusione della
Francia in una ‘lista rossa’ di paesi che prevede la sua
esclusione da tutte le commesse militari turche». Due giugno: «Il
Parlamento turco ha condannato oggi quello francese». Cinque
giugno: «Il riconoscimento ufficiale da parte dell’Assemblea
nazionale francese del genocidio degli armeni ha provocato il
rinvio della firma di un contratto per 2,7 miliardi di franchi tra
la francese Aerospatiale e l’industria turca per la
fabbricazione del missile Eryx».
I
motivi di questa reazione possono essere tanti. Uno, non
secondario, è che l’opinione pubblica internazionale avrebbe
potuto cominciare a percorrere una strada che, partendo dal
genocidio degli armeni, sarebbe arrivata ai giorni d’oggi ed
alla necessità di un processo di pace nel Kurdistan.
Penso
sia mio dovere citare questi documenti, per trasferirvi, colleghi,
tutti gli elementi di cui io sono a conoscenza, in modo che
possiate votare in piena consapevolezza.
Tra i comuni che hanno riconosciuto il genocidio del popolo
armeno c’è anche Imola; ho con me una nota di agenzia di stampa
del 18 maggio 1998 dove c’è scritto che «la Turchia non si
limita a protestare e chiede quella che a Imola considerano una
“schedatura” di tutti i membri del consiglio, a cominciare dal
suo presidente: quanti sono, qual è la loro appartenenza
politica, e così via».
Posso
citare numerosi casi simili, fino ad arrivare all’articolo
pubblicato lo scorso martedì 28 marzo dal quotidiano La Stampa,
nel quale si può leggere che «alcune settimane fa il consiglio
comunale di Roma aveva votato a favore del ricordo del genocidio
degli armeni da parte dei turchi nel 1915. I promotori non avevano
poi fatto mistero dell’intenzione di ripetere l’iniziativa
alla Camera dei deputati. La sola ipotesi di un voto a favore di
quest’ultima è stata all’origine di un energico intervento
diplomatico di Ankara presso la Farnesina, per fare presente a
quali gravi conseguenze porterebbe una tale decisione».
La
settimana scorsa ho telefonato alla Farnesina e mi hanno detto che
«il momento non è favorevole». Dunque, colleghi, il Governo e
la diplomazia sono consapevoli del fatto che dobbiamo aspettarci
qualche reazione; tutti dobbiamo essere consapevoli di ciò. Su
tale argomento, vi chiedo di considerare, anzitutto, che nel
giugno 1997 i colleghi Leoni, Cento e Taradash hanno presentato
un’interrogazione con la quale chiedevano se il Governo
intendesse riconoscere il genocidio del popolo armeno, come
richiesto da una risoluzione del Parlamento europeo del 1987. La
risposta del Governo, per bocca dell’allora sottosegretario
Patrizia Toia, è stata la seguente: «L’esistenza di perduranti
tensioni nell’area sconsiglia, comunque nel momento attuale, una
presa di posizione ufficiale a livello di Governo su episodi quali
il massacro dell’aprile 1915. Infatti, senza che la tragedia
dello sterminio degli armeni possa essere messa in discussione sul
piano storico, un atto politico di riconoscimento da parte del
Governo potrebbe suonare, al di là delle intenzioni, come un
appoggio indiretto all’Armenia nella sua attuale controversia
con l’Azerbaigian, ciò che contraddirebbe la condotta di
neutralità ed equilibrio da noi perseguita in armonia con le
indicazioni della comunità internazionale».
Questa
risposta è stata commentata come segue dallo storico Marcello
Flores:
«Subordinare
il riconoscimento di una verità storica a criteri di opportunità
diplomatica non è solo segno di scarsa sensibilità tanto per la
storia che per la verità; è l’espressione di un’abiezione
morale che ha contribuito non poco, in passato, a giustificare
comportamenti indifendibili in nome di risultati auspicabili».
Sono
considerazioni che sposo totalmente e che sottopongo alla vostra
valutazione. A me
sembrano incredibili questi tentativi di non far riconoscere una
verità storica di oltre ottanta anni fa, ai tempi dell’impero
ottomano. Sono in molti in Europa a pensare che l’assunzione di
una responsabilità piena e totale da parte della Turchia debba
rappresentare la prima ed irrinunciabile condizione per procedere
all’esame della richiesta di adesione all’Unione europea
avanzata da tempo dal Governo turco. Tale principio è chiaramente
espresso nella risoluzione del Parlamento europeo del 18 giugno
1987, nella quale si può leggere che il rifiuto dell’attuale
Governo turco di riconoscere il genocidio commesso in passato ai
danni del popolo armeno dal Governo dei «Giovani turchi»
costituisce un ostacolo insormontabile all’esame di
un’eventuale adesione della Turchia all’Unione europea; penso
si tratti di un principio
sicuramente condivisibile, che è stato ripreso da molti.
Colleghi, se a Montecitorio discutessimo ed approvassimo un
documento che riconosce il genocidio armeno, potrebbe iniziare un
«effetto domino» che coinvolgerebbe altri membri dell’Unione
europea (Spagna, Germania, Inghilterra, eccetera). Tale questione
non può essere considerata in modo diverso da destra o da
sinistra; non si tratta di ideologie o di interessi economici, ma
della libertà e della dignità dell’uomo, ed è senz’altro
opportuno che su tali argomenti l’Unione europea sia unita e
parli con una sola voce. Con il nostro riconoscimento, inoltre,
aiuteremmo anche i moderati turchi, perché a quel punto Ankara
non potrebbe fare altro che prendere atto della volontà
dell’Unione europea; per la cronaca, sono stato informato che si
è formato in Germania un comitato che ha raccolto 17 mila firme
di turchi che chiedono al loro Governo di riconoscere il genocidio
del popolo armeno.
La
storia e la verità si possono solo accantonare o cercare di
nascondere per periodi più o meno lunghi, ma non si possono
cancellare.
Vi
chiedo di rompere questo silenzio e di sensibilizzare con tutti i
mezzi che riterrete opportuni i nostri colleghi nei Parlamenti
degli altri Stati membri dell’Unione europea perché questa sia
anche una occasione per dimostrare a noi stessi che sopra
all’Europa di Maastricht ci potrà essere un’Europa politica.
A
mio giudizio, seguendo l’esempio della Grecia (il cui Parlamento
ha riconosciuto formalmente il genocidio il 25 aprile 1996 proprio
il giorno dell’ottantunesimo anniversario di quella tragedia),
del Belgio (il cui Senato lo ha riconosciuto il 22 marzo 1998),
della Francia (che l’ha riconosciuto con una legge approvata
all’Assemblea nazionale il 29 maggio 1998 e non ancora passata
per il Senato), della Svezia (che, come ho detto all’inizio,
l’ha riconosciuto pochi giorni fa, il 29 marzo), e mi auguro,
seguendo anche l’esempio dell’Italia che spero lo vorrà
riconoscere approvando una mozione che abbiamo cominciato a
discutere oggi, il nostro Governo dovrebbe proporre che prima
della fine dell’anno 2000 in tutti i Parlamenti dei paesi membri
dell’Unione europea venga riconosciuto ufficialmente il
genocidio del popolo armeno e sia espressa solidarietà a questo
sfortunato popolo e alla sua lotta per la verità storica e per la
difesa dei diritti umani. Sarebbe un segnale che l’Europa c’è
e che è un’Europa di popoli civili diversi da quegli Stati che
fino ad oggi, in nome della diplomazia e di altri interessi, hanno
preferito dimenticare quello che è successo in Armenia e
incidentalmente hanno preferito non pensare molto a quello che sta
succedendo al popolo curdo. Ecco perché la mozione che stiamo
discutendo, che è stata firmata da 145 colleghi di tutti i
partiti rappresentati in quest’aula, che mi auguro sia approvata
all’unanimità, ha l’obiettivo di impegnare il nostro Governo
a riconoscere pubblicamente il genocidio del popolo armeno. Questo
è il nostro dovere di uomini; è un dovere verso l’umanità,
verso i sopravvissuti e i loro discendenti molti dei quali sono
nostri concittadini italiani ed europei perché, colleghi, come ho
letto nel resoconto stenografico del dibattito, veramente di alto
livello, che si è svolto all’Assemblea nazionale francese il 29
maggio 1998, «non riconoscere l’esistenza del genocidio di un
popolo non tocca direttamente i sopravvissuti, ma insulta la
memoria delle vittime e in questo modo le assassina una seconda
volta» (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania
e di Forza Italia - Congratulazioni).
PRESIDENTE.
La ringrazio, onorevole Pagliarini, anche per il senso
dell’umanità che ha permeato il suo importantissimo intervento.
È
iscritto a parlare l’onorevole Niccolini. Ne ha facoltà.
GUALBERTO
NICCOLINI. Signor Presidente, non è facile intervenire su un tema
così importante e così drammaticamente serio in un’aula vuota,
come sempre.
PRESIDENTE.
Onorevole Niccolini, tenga sempre conto che le aule non sono mai
vuote. Le aule sono rappresentative di coloro che sono presenti,
che a loro volta rappresentano l’intera nazione e che talvolta
hanno un’eco superiore, quando sembra più apparente il
disinteresse, di quanto non l’abbiano quando invece i tumulti
sono superiori alle idee e alla commozione che abbiamo sentito
esprimere qui.
GUALBERTO
NICCOLINI. La ringrazio signor Presidente e accetto questo suo
richiamo.
PRESIDENTE.
Non è un richiamo.
GUALBERTO
NICCOLINI. Mi devo lamentare, però, che troppo spesso argomenti
di grande pregnanza e importanza vengano calendarizzati il lunedì
pomeriggio di una settimana preelettorale, cioè di una settimana
che sarà un po’ deserta comunque, o qualche volta il venerdì.
Credo che una mozione di tale portata avrebbe dovuto essere
illustrata e discussa in un’aula diversa. Comunque, salutiamo il
pubblico di amici armeni che ci sta seguendo dalle tribune e gli
ascoltatori della trasmissione di questa seduta. Stiamo parlando di una tragedia di inizio secolo, di uno dei
secoli che ha visto uno dei più grandi progressi scientifici e
uno dei più grandi ritorni alla barbarie. Credo che, se
analizzassimo il novecento dal punto di vista della barbarie
umana, ci sarebbe veramente da vergognarsi come esseri umani.
Questa è una delle tante tragedie che il novecento ci ha
riservato ed alla quale forse con l’anno 2000 - che secondo me
è l’ultimo anno del novecento - potremo cercare di porre
termine, in modo che con il 2001, il primo anno del nuovo secolo,
si possa mettere un mattone sopra questa pagina, attraverso il
riconoscimento di ciò che è avvenuto.
Il
collega Pagliarini ha parlato di orrori e di orrore del silenzio.
Credo che il silenzio sia stato il secondo grande orrore del
novecento. Quasi tutti questi orrori, quasi tutte queste tragedie,
quasi tutti questi massacri dell’umanità hanno avuto una parte
interessata di silenzio. Siamo riusciti a parlare
dell’olocausto, come abbiamo fatto, soltanto perché i vincitori
erano gli altri; se fossero stati vincitori gli autori
dell’olocausto, probabilmente ancora oggi non ne parleremmo.
Ci
sono stati però tanti olocausti. Vorrei ricordare
brevissimamente, oltre a quello degli ebrei, anche quello che è
avvenuto in Russia, anzi nell’Unione Sovietica di staliniana
memoria; poi, lasciatemi ricordare le mie foibe, lasciatemi
ricordare l’olocausto del popolo istriano. Quindi, arriviamo al
popolo armeno e sicuramente ce ne sono ancora altri e altri sono
ancora in corso oggi. Vogliamo parlare della Cecenia o facciamo
finta che non esiste? Vogliamo ricordarci cosa è avvenuto nel
Tibet fino a poco tempo fa o vogliamo far finta che non sia
accaduto? Quindi, da quel punto di vista, il novecento sarà un
secolo da storicizzare e poi da dimenticare, sperando che certe
tragedie non si ripetano più.
Per
quanto riguarda il problema del popolo armeno, credo non ci siano
più dubbi sul fatto che sia avvenuto un genocidio. Le prove
esistenti sono tali e tante che non è ammissibile discutere se ci
sia stato o meno: il genocidio c’è stato. Abbiamo il coraggio
di ammetterlo. A me ha fatto una certa impressione ricevere la
e-mail dell’associazione di amicizia Italia-Turchia, come se io
fossi nemico dei turchi, come se fossi nemico della Turchia. No,
io sono grande amico del popolo turco, sono grande amico di questo
popolo, che oggi ha una funzione storica particolare e molto
importante per l’Europa, non lo dobbiamo dimenticare. Però,
dobbiamo chiedere agli amici turchi di avere il coraggio morale,
civile e politico di dire: «sì, 85 anni fa abbiamo fatto questo»;
credo che non ci sia niente di male.
Quando
Willy Brandt andò ad inginocchiarsi davanti a Buchenwald, nessun
tedesco si vergognò; si vergognò di quello che era avvenuto, non
del fatto che si chiedesse scusa agli ebrei. Anzi, quelli che
andarono ad inginocchiarsi non erano gli autori materiali di quei
delitti, ma erano coloro che li avevano superati, che avevano
capito cosa quei delitti avevano rappresentato, che avevano capito
che il mondo era diverso e che bisognava cancellare quei delitti,
non cancellarli dimenticandoli, ma ricordandoli, ammettendoli e
impegnandosi a non commetterli mai più.
Quando
il nord-est d’Italia chiede agli amici della ex Jugoslavia di
riconoscere che c’è stato un olocausto, piccolo ma tremendo,
anche lì, vuol dire proprio questo: non vogliamo essere nemici;
vogliamo essere amici, ma l’amicizia nasce nel momento in cui
ognuno riconosce che nella sua storia c’è qualche macchia nera.
Il Papa chiede scusa per l’Inquisizione e non c’è niente di
male; anzi, non è stato l’attuale Papa a bruciare Giordano
Bruno e i suoi amici. Quindi, è giusto che la Chiesa ammetta che
c’è stato un periodo oscuro di errori.
Questo
chiediamo agli amici turchi, ma lo facciamo con grande amicizia,
con grande rispetto, perché sappiamo benissimo che l’Europa ha
bisogno della Turchia, come la Turchia ha bisogno dell’Europa.
Se non ci fosse la Turchia a fare da baluardo al grande pericolo
di oggi per l’occidente, che è il fondamentalismo islamico,
l’Europa avrebbe di fronte un pericolo in più: quindi, è
logico che noi abbiamo bisogno di loro, come loro di noi.
Sono
d’accordo sul fatto che il Governo italiano debba fare qualche
cosa. Però, deve fare qualcosa di più di un riconoscimento come
Governo italiano, come diceva l’amico Pagliarini alla fine del
suo intervento. Non sarà un intervento italiano, francese o
tedesco a risolvere il problema, ma deve essere l’Europa unita a
chiedere questo alla Turchia.
Sarà l’Europa unita ad avere la forza contrattuale,
morale e politica, di chiedere ai turchi di riconoscere questo
dramma, di dire ai turchi: «riconoscetelo, anche se non siete voi
gli autori». Dobbiamo evitare che questo problema armeno diventi
una ragione per una strumentalizzazione antieuropea o antiturca.
Dobbiamo invece spiegare che si tratta del contrario: che questo
riconoscimento darà ai turchi la grande dignità di essere
europei come noi! Questo è il vero problema.
Il
problema che abbiamo di fronte comporta la necessità che
l’Italia riconosca tale questione, ma soprattutto che si faccia
«capofila» in Europa nel sostenerla.
Caro Pagliarini, finché ci troviamo di fronte alla mozione
del Parlamento della Grecia, tutto appare un po’ sospetto! Finché
ci troviamo di fronte ad una mozione del Parlamento di Cipro,
anche in questo caso tutto appare un po’ sospetto! L’unico
soggetto non sospetto in questo momento è l’Assemblea nazionale
francese; in quel caso, però, la deliberazione è monca perché
vi è il problema del Senato, che non ha ancora approvato alcun
atto.
Gli
altri paesi europei finora hanno avuto paura di parlare della
questione, con l’eccezione della Svezia perché - guarda caso -
i popoli americani hanno parlato più di quelli europei. Infatti,
ben nove Stati degli Stati Uniti d’America, oltre
all’Australia e alla Bulgaria (che purtroppo ancora non ha nulla
a che fare con l’Europa), si sono occupati della questione!
Anche la Duma della Federazione russa si è espressa sulla
questione: vi sono però vecchi conti in sospeso tra russi e
turchi. Tutto ciò mi porta a dire che molti soggetti che si sono
interessati della questione armena siano un po’ sospetti dal
punto di vista politico; molti, infatti, vorrebbero
strumentalizzare la questione. Tale discorso non riguarda per
fortuna la Sottocommissione per i diritti dell’uomo e lo stesso
Senato degli Stati Uniti d’America, anche se il suo
pronunciamento in materia risale a troppi anni fa (il Senato
dovrebbe quindi rivedere questa sua posizione). Sottolineo che
anche l’Uruguay si è occupato della questione.
Questi
problemi sono stati affrontati da paesi lontani, mentre dovrebbe
essere l’Europa a soffermarsi sulla questione; ma l’Europa
deve parlare con una lingua sola: non possiamo parlare noi
italiani, da una parte, e i tedeschi, dall’altra parte! I
tedeschi, tra l’altro, hanno molti problemi perché in Germania
ospitano una considerevole comunità turca. Questo elemento mette
in risalto il timore di problemi interni da parte della Germania,
i quali peraltro vennero affermati anche nel drammatico caso di
Ocalan. Ribadisco comunque che, se l’Europa non parlerà una
lingua unica, se non dirà tutta assieme alla Turchia «ti
vogliamo con noi, ma abbi il coraggio di ammettere l’esistenza
di questo errore, come noi abbiamo ammesso i nostri errori e come
ogni paese ha fatto altrettanto», non si arriverà a nulla di
concreto. Del resto, la storia è piena di errori tragici:
l’Italia, ad esempio, ha ammesso le proprie colpe per il
fascismo; la Germania ha ammesso le proprie colpe per il nazismo;
la Francia ha ammesso le proprie colpe rispetto a chi collaborava
con i nazisti, così hanno fatto pure il Belgio e l’Olanda! La
Russia prima o poi ammetterà le colpe di Stalin...
PRESIDENTE.
Le ha già ammesse.
GUALBERTO
NICCOLINI. ... anche se in parte lo ha già fatto. La ex
Jugoslavia ammetterà le colpe che Tito e i suoi assassini hanno
ancora sulla coscienza. Quindi, ritengo che ogni paese debba
ammettere le proprie responsabilità con riferimento al passato.
Purtroppo
le tragedie non si possono cancellare con un colpo di spugna né
si possono accettare le giustificazioni che questa associazione di
amicizia... Non so fino a che punto siate amici della Turchia
perché, invece di spiegare ai turchi che la verità comunque
premia, venite in queste sedi portando giustificazioni che non
reggono né davanti alla storia né davanti alla cronaca!
Per
queste ragioni, vorrei dire agli amici turchi (dei quali io
veramente mi sento amico; mi sento anche coeuropeo, essendo
impegnato in una grande costruzione in presenza dei pericoli che
l’Europa corre e che sono, da una parte, di tipo economico e,
dall’altra parte, di tipo politico) di non avere paura ad
ammettere i propri errori, perché sicuramente ciò tornerà a
proprio vantaggio, a vantaggio dell’Europa e finalmente gli
armeni avranno quel giusto riconoscimento di cui la storia è
debitrice nei loro confronti (Applausi dei deputati dei gruppi di
Forza Italia e della Lega nord Padania).
PRESIDENTE.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la
discussione sulle linee generali della mozione.
Il
seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta, sperando,
onorevole Niccolini, che l’interesse per la materia sia pari
alla presenza in aula di chi dovrebbe cogliere i profondi
significati della stessa materia.
ELENCO
CITATO DAL DEPUTATO GIANCARLO PAGLIARINI IN SEDE DI
ILLUSTRAZIONE
DELLA SUA MOZIONE N. 1-00303
Riconoscimento
nel mondo del Genocidio del popolo Armeno
Dichiarazione
Congiunta dei Governi Alleati (1915)
Senato degli
Stati Uniti d'America (1916, 1920)
Tribunale
Militare di Turchia (1919)
Trattato di Sèvres
(1920)
Corte
Criminale, Berlino (1921)
Commissione
per i Crimini di Guerra dell'ONU (1948)
Parlamento
dell'Uruguay (1970, 1972)
Camera dei
Rappresentanti degli Stati Uniti d'America (1975, 1985, 1995)
Assemblea
Mondiale del Consiglio delle Chiese (1979, 1983, 1989, 1995)
Commissione
per i Diritti dell'Uomo dell'ONU (1979)
Assemblea
Nazionale del Quebec, Canada (1980, 1993, 1995)
Corte di
Giustizia, Ginevra (1981)
Parlamento di
Cipro (1982, 1983, 1990, 1995)
Parlamento
d'Argentina (1983, 1994)
Tribunale
Permanente dei Popoli, Parigi (1984)
Sottocommissione
per i Diritti dell'Uomo dell'ONU (1985, 1986)
Senato
d'Argentina (1985, 1994, 1998)
Assemblea
Nazionale dell'Uruguay (1985)
Senato
dell'Uruguay (1985)
Parlamento
Europeo (1987)
Parlamento
d'Armenia (1988, 1995)
Parlamento
d'Ontario, Canada (1990)
Corte di
Giustizia, Parigi (1995)
Duma della
Federazione Russa (1995)
Parlamento di
Bulgaria (1995)
Parlamento di
Grecia (1996)
Parlamento
del Libano (1997)
Parlamento di
New South Wales, Australia (1997)
Parlamento
Kurdo in Esilio (1998)
Senato del
Belgio (1998)
Assemblea
Nazionale di Francia (1998)
Parlamento
della Svezia (2000)
18 Consigli
Comunali di Francia
33 Consigli
Comunali Italiani
9 Stati degli
Stati Uniti d'America:
California
(1981, 1985, 1995)
Massachusetts
(1978)
New
Jersey (1984, 1985)
New
York (1985, 1995)
Pennsylvania
(1995)
Rhode
Island (1995)
Virginia
(1995, 2000)
Illinois
(1995)
Wisconsin
(1985)
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