Con Te sorride il mio cuore....Prefazione di Antonia Arslan

Ammazziamo le formiche giaurre

 

di Antonia Arslan

 

“Io mi chiamo Sultan e vengo da Adıyaman. Imparai che ero armena quando avevo sette anni. Uccidevo le formiche insieme a Fatma, la figlia dei vicini. C’erano formiche nere e formiche rosse, e Fatma disse: -Vieni, ammazziamo queste formiche rosse. Sono formiche giaurre. Lasciamo vive le nere, che sono formiche musulmane-”. La bambina non capisce questa parola strana, e chiede spiegazioni all’amica. “Siete giaurri anche voi - quella risponde – e quelle rosse sono le vostre formiche”.

Spaventata, Sultan parla con la mamma, e impara, dalla terribile lezione delle cose, che anche se convertiti gli ameni restano armeni, e quindi macchiati, indelebilmente, di una tara originaria. Che sono “giaurri” per sempre, e non c’è niente da fare: “Anche se ci lavassimo sette volte […] quel nome ci resterebbe appiccicato addosso”, esclama amaramente la madre, raccomandando il silenzio.

Così, Sultan esce dall’infanzia. E comincia a prestare molta  più attenzione ai racconti delle donne anziane che vengono in casa, alla storia del nonno, che a dieci anni riuscì a sopravvivere, solo superstite di un intero villaggio, calandosi in un pozzo prosciugato per giorni e giorni, ai pianti nascosti della zia che per salvarsi la vita ha sposato l’assassino di suo marito e gli ha dato due figli, ma non ha mai perdonato.

Dall’epoca della sevkiyet, la deportazione del 1915, cominciano tutti i racconti di questo libro straordinario, scritto da Kemal Yalcın, uno scrittore e insegnante turco che vive in Germania, con tutta l’intelligenza del cuore e la compassione della mente di un uomo curioso e giusto. Stimolato dall’amorosa visione di Meline, la sua docente (di etnia armena!) del corso per professori di turco che ha frequentato in Germania, e dal desiderio di comprendere la sua misteriosa malinconia, compie il lungo viaggio nel passato e nei meandri di quella terribile rimozione collettiva che costituisce per i turchi la questione armena.

La suggestione iniziale per incamminarsi attraverso la porta segreta che dà accesso al “popolo perduto” dell’Anatolia, a questi armeni che nel 1915 erano circa due milioni, e oggi sono ridotti a una minuscola comunità di circa sessantamila persone, quasi tutte ad Istanbul, è per Kemal una fiaba negata. Affascinato dagli occhi di Meline e dalla sua armoniosa personalità, dopo la fine del corso egli la cerca e le chiede perché, fra le tante fiabe e poesie di tanti paesi che ha loro insegnato, non ce n’era neanche una nella sua lingua, l’armeno. E lei risponde che nessuno gliel’ha mai chiesta, fra i tanti turchi che hanno seguito le sue lezioni: gli armeni sono un non-popolo, e possono essere accettati solo se si nascondono, se negano la loro identità. Non sta bene parlare di loro, nominarli è un tabù che tutti badano a non infrangere, dato che anche la minima allusione può creare disagio e imbarazzo.

Ma Kemal non si arrende, insiste. Vuole penetrare il segreto di Meline: e allora lei gli chiede, come nelle fiabe, di andare in Anatolia, di trovare i vecchi armeni, di parlare con loro: e dopo di tornare da lei. Questo viaggio iniziatico lo porterà lontano. Non è vero che gli armeni d’Anatolia sono tutti scomparsi, come i greci che furono scambiati nel grande trasferimento di popolazioni seguito al Trattato di Losanna, dopo il 1923. Non è vero che in Anatolia oggi ci sono solo musulmani di etnia turca. Grazie a una rete di amici devoti, di persone che trovano il coraggio di fargli da guida, ecco che di sussurro in sussurro, di paese in paese, nel suo percorso egli ritrova le esili tracce dei cosiddetti “armeni nascosti”, i sopravvissuti mimetizzati, coloro che sfuggirono miracolosamente alla sevkiyet, la catastrofe che gli armeni chiamano Metz Yeghèrn, il Grande Male.

Alcuni evitarono la deportazione convertendosi subito, altri riuscirono, dopo mille peripezie, a tornare indietro, nei loro paesi di origine, altri furono accolti bambini da qualche famiglia turca o curda. Divennero musulmani per matrimonio o per convenienza, pur continuando spesso privatamente a mantenere alcune tracce della fede antica, quasi una forma di cripto-cristianesimo catacombale.

Ma gli “armeni nascosti” esistono ancora. Si sposano fra loro, fra loro si chiamano “i nostri”, e non sono benvisti né dai turchi, che continuano a chiamarli “giaurri” e ad evitarli, mentre il governo li discrimina (si legga la storia triste del giovanotto Yakub, che ha vinto il concorso per dattilografo del tribunale, e non viene assunto perché “essendo emerso dalle indagini in materia di sicurezza nazionale che trattasi di un armeno divenuto musulmano, la nomina è sospesa”), né dagli armeni, che a volte tendono a considerarli rinnegati. Molti sono emigrati in Germania, ma la maggioranza di loro si sente turca e ama profondamente il proprio paese. E le loro voci, di uomini e donne, coltivate e semplici, raccontano a Kemal le storie disperate di una minoranza senza pace, che chiederebbe solo di godere dei pieni diritti di cittadinanza.

Perché, come dice Sarkis Usta: “Io, Sarkis Usta il falegname, dico che lo Stato non deve portare rancore… i singoli possono provare rancore, ma lo Stato non deve serbare rancore eterno per i suoi cittadini”, e finisce il suo racconto ricordando “non avremmo dovuto lasciar picchiare il prete”, un’amara storiella proverbiale che raccontava sempre suo padre. Gli fa eco Hacı İbrahim, armeno di Kâhta, che ricorda il suo di padre, fedele musulmano di giorno e fedele cristiano di notte, che risponde al figlio che gli chiede cosa dice in tutte queste preghiere: “Figlio mio, io invoco Dio. Prego con il cuore, Dio accetta le mie adorazioni”.

Veli Dede, che una volta si chiamava Minas, assiste al suicidio nell’Eufrate dello zio Kirkor Ağa, rispettato patriarca; tenta invano, disperato, di impedire il rapimento della madre, e infine viene costretto a buttare nel fiume il fratellino ammalato, l’unico superstite della sua famiglia, la sua “luce di speranza”. E conclude tristemente: “Che fine aveva fatto mia madre? Era viva? Scambiavo parecchie donne per mia madre. L’aspettai per anni. Adesso ho novant’anni e la sto ancora aspettando.” Come tutti questi vecchi che si raccontano, accasciati dalla solitudine e da un oscuro senso di colpa, Veli Dede ha perso la sua lingua, la sua fede e la sua gente, e ha vissuto una vita divisa, su cui le ombre della violenza subita hanno impresso un sigillo funesto: è la paura che sempre li accompagna, l’insicurezza del futuro e il gelo del cuore.

Dove sono scomparse le migliaia e migliaia di famiglie che affrontarono la sevkiyet? Dov’è finita la meravigliosa Anatolia in cui armeni greci turchi curdi siriaci ebrei vivevano fianco a fianco, e ognuno esercitava il suo mestiere? Dove sono i villaggi operosi, le chiese gremite, le scuole?

Le risposte che Kemal riceve piano piano tracciano il quadro di un paese mutilato e complesso, dove tutti sanno, ma hanno due lingue, una per l’esterno e una famigliare, privata, e due verità, che fra loro si ignorano. Bisogna fidarsi, per parlare: e a questo turco che finalmente pone domande, le voci narranti finalmente raccontano sì gli orrori della sevkiyet, ma anche i mille espedienti con cui turchi e curdi di buona volontà strapparono vite alla volontà di distruzione di massa delle autorità e del governo, inglobarono i disperati sopravvissuti nelle loro famiglie, diedero asilo e pane, a patto, naturalmente, della conversione.

Impressionanti le testimonianze sulla famigerata “patrimoniale”, la legge tributaria del 1942 che impose ai cittadini di Turchia non musulmani di origini greche, armene ed ebree un’imposta straordinaria talmente elevata che spesso non poté venir pagata. Chi non ce la faceva veniva deportato ad Aşkale, vicino ad Erzurum, a spalare neve nel gelo, sicché molti finirono morti o con gli arti congelati. Tutta la città campava su di loro, ricorda il vecchio Baba Yusuf, l’unico che coraggiosamente accetta di parlare con Kemal, e racconta la storia della sua amicizia col vecchio armeno che lui diciottenne aiutava a scavare il ghiaccio, e che improvvisamente morì di stenti:

“-E’ crepato!-, mi dissero. Ne fui molto dispiaciuto. Lui mi aveva voluto bene, e io avevo voluto bene a lui. Era una persona buona. E’ trascorso tanto tempo. Quando passo per il luogo dove si trovavano, li ho ancora davanti agli occhi e mi rattristo”.

Esce da questo libro un inedito “affresco anatolico” di grande suggestione e di inestimabile valore documentario, che scava nella storia e nella contemporaneità di un paese molto più variegato e complesso di quanto siamo abituati a credere, e offre al lettore una serie di personaggi e di paesaggi di straordinaria autenticità, come radiografati dal pellegrino intento a tracciarne la storia sconosciuta o dimenticata.

Quasi come un simbolo di ciò che è possibile sognare, ecco allora le storie a lieto fine di due matrimoni misti, invano osteggiati dalle famiglie: quello della giovinetta armena  Zaruhi, che fugge di casa per sposare il suo Mustafa, e vivrà felice con lui e con la prima moglie, cambiando il suo nome in Safiye, e dell’armeno Zakarya di Kayseri che sposa la coraggiosa ragazza turca, Jale, che gli porta un mazzo di rose in prigione il giorno dell’anniversario di matrimonio.

Così Kemal ritorna da Meline trasformato. Il suo cuore ora sorride, la sua sensibilità si è arricchita, il suo linguaggio assume vibrazioni poetiche e sapienziali: “Ho sentito – conclude – che ogni fiore armeno è stato innaffiato con le lacrime. […] Chi ha spiccato il frutto acerbo dal ramo dell’Ararat? Tu, io, noi tutti siamo stati il ramo fiorito di questa terra. Ti hanno spezzato in pieno giorno… Ti hanno spezzato all’alba del secolo… Chi ha seminato ovunque questo rancore?”

         E come in un rito antico, la sua intera famiglia si riunisce e prepara lokma, per compiere un’opera buona in onore delle anime di tutti questi morti: “Armeni e turchi, musulmani e cristiani sono tutti servi di Dio – dice la madre, simbolo della terra anatolica – facciamo del bene… che arrivi alle loro anime”: sicché “quel giorno Honaz si era abbellita con il sapore e il profumo dei lokma cotti e mangiati per le anime di mio padre, di Vartanuş, di Keğam e di quei tanti che giacciono senza preghiere, senza carità, senza sepoltura… Nelle orecchie della gente echeggiava una voce: -pace a coloro che recitano una buona preghiera per noi-”.