(Dalla Prima
Pagina)
Libro
sul genocidio armeno: Elif, incinta, rischia il carcere
Ha
scritto un romanzo che «ha offeso il buon nome
della
Turchia»: ora la scrittrice Elif Shafak, rischia
tre
anni di prigione. • A
pagina 39 A. Ferrari
IL
FANTASMA PERENNE
In
Turchia, cerniera tra Europa e Asia i nazionalisti
perseguitano gli scrittori, usando
l'arcaico articolo 301 del codice penale contro «l'oltraggio allo spirito del Paese».
Dopo il caso Pamuk tocca ora alla scrittrice
Elif Shafak, 34 anni, al sesto mese di
gravidanza, finire alla sbarra perché un personaggio
del suo romanzo bestseller «II bastardo
di Istanbul» ricorda amareggiato il tentato
genocidio degli armeni, nel 1915. La mobilitazione
internazionale salvò Pamuk, e adesso
prova a difendere anche Elif. Ma i nazionalisti
rischiano di rovinare le chances della
Turchia di essere ammessa nell'Unione Europea
che invece i magnifici libri dei liberi
scrittori turchi promuovono e rilanciano ad ogni stagione.
____________________________________
Pag.
39
Io
perseguitata per una fiction di Antonio Ferrari
Elif
Shafak, 34 anni, è un'apprezzata
accademica e una brillante scrittrice
turca. Bella, appassionata, sensibile, anticonformista.
È sposata con un giornalista, dal
quale è spesso costretta a vivere
lontana. Lei sta negli Stati Uniti,
dove insegna storia mediorientale all'Università di Tucson, in Arizona; lui lavora a Istanbul, come caporedattore del quotidiano economico Referens. Elif,
incinta di sei mesi, è una donna
coraggiosa e ottimista, ma ora è assai turbata. Non tanto dalla
prospettiva di dover subire una condanna a tre anni di prigione per
aver «offeso il buon nome della
Turchia», minaccia giudiziaria che
accomuna ormai decine di intellettuali,
a cominciare dal celebre Orhan Pamuk,
ma dalla possibilità che il processo avviato sia lungo, estenuante,
doloroso, e soprattutto assediato
dalle minacce degli estremisti. Anche
nel caso il tribunale decida di soprassedere
e evitare la sentenza.
Che
cosa ha fatto
di tanto grave Elif Shafak? Ha scritto
un romanzo, bastardo di Istanbul,
che dalla scorsa primavera
è ai primi posti delle classifiche. È
la storia struggente di famiglie parallele.
Da una parte i nipoti di sopravvissuti
al genocidio degli armeni,
che gli ottomani compirono nel
1915; dall'altra il lavaggio del cervello,
fra le mura domestiche, subito
da chi in Turchia nega quel massacro, considerando criminale
anche un semplice dubbio. Nell'inarrestabile
infarto emotivo, si fa
strada il desiderio di conoscere la verità, qualunque essa sia.
Amica
di Pamuk, Elif era in prima
fila durante i dibattiti organizzati
per manifestare la volontà di interrogarsi
sul proprio passato, e per
difendere lo scrittore sotto pro
cesso. Che ora le restituisce il sostegno,
guidando il gruppo di intellettuali che chiedono di abolire una legge iniqua,
la numero 301: iniqua
per l'interpretazione restrittiva
imposta dai fanatici. I quali, con il
pretesto di difendere «il buon nome della
Turchia», la utilizzano come
strumento di repressione
generalizzata. La campagna è guidata
da un minuscolo drappello di
avvocati ultranazionalisti, legati
ai lupi grigi, sì proprio a quelli
dalle cui file uscì Mehmet Ali Agca, l'attentatore di Papa Giovanni
Paolo II. Uno dei legali, Kemal
Kerincsiz, che pilota la sedicente
Unione dei giuristi, è il capofila
di questa guerra oscurantista che ha lo scopo di intimidire scrittori,
editori, giornalisti, e tutti i
difensori della libertà di pensiero.
Pamuk
rischiava la galera per una
coraggiosa dichiarazione polìtica.
«Io invece la rischio per un romanzo, una novella, pura fiction, nulla
di autobiografico. Io sono turca al cento
per cento e sono fiera di esserlo», dice Elif al Corriere. «Nel reprimere le libertà artistiche noto un inquietante salto di qualità».
Il
problema è assai grave per almeno
quattro ragioni: l'intransigenza e
la repressione sono rivendicate
da una minoranza di estremisti,
che Elif descrive come «marginali»,
ma con un'aggressività assai
pericolosa. L'anno scorso si limitarono
a lanciare uova e ortaggi contro chi si riuniva per interrogarsi sul genocidio degli armeni, però
potrebbero compiere atti ben peggiori. È già
accaduto; perché i nazionalisti puntano a boicottare
gli sforzi della Turchia nel suo
faticoso viaggio verso l'integrazione
europea; perché la società civile è assai avanzata, e mal sopporta
la nociva invadenza di un gruppo di
fanatici. Il libro della Shafak,
elogiato dalla stampa e dagli altri
mass media del Paese, circola liberamente e ha venduto in pochi mesi
cinquantamila copie.
Ma
l'ultima e più preoccupante ragione del disappunto è il silenzio
del governo islamico moderato
di Recep Tayyip Erdogan.
Il
premier sa molto bene che l'articolo
301 è uno degli ostacoli più
seri lungo il cammino europeo del
Paese. Ma non dice, e soprattutto
non fa nulla. Le ambiguità dimostrate quando si trattava di riconoscere
che esiste un «terrorismo
islamico», di cui Istanbul ha pagato
recentemente un pesante prezzo
di sangue, si riproducono anche
con la minoranza ultranazionalista, che un tempo è servita (e
serve ancora) nelle regioni del Sud-est
per reprimere l'irredentismo
curdo. Elif non ha dubbi: «È proprio
questo silenzio del governo
a preoccuparmi. Non riflette la volontà
di un Paese che subisce attacchi
alla libertà proprio perché sta cambiando. Anzi, è cambiato».
|