Azerbaigian, la questione del Nagorno-Karabakh e la fragile equazione caucasica Corriere web 17.07.2010

Il difficile negoziato tra Armenia e Azerbaigian. Il ruolo della Turchia e il complesso scenario caucasico.

Il Nagorno-Karabakh Quella del Nagorno-Karabakh, regione del Caucaso meridionale che ha fatto parte del territorio azero fin dal primo dopoguerra, è una delle questioni geopolitiche eurasiatiche più incancrenite e di difficile soluzione. La regione è infatti abitata da etnie diverse – armeni, azeri, curdi – e la politica delle nazionalità adottata da Stalin – il quale nel 1923 creò la Repubblica autonoma del Nagorno-Karabakh all’interno della Repubblica socialista sovietica azera, soluzione che scontentò tanto gli armeni quanto gli azeri – non fece altro che inasprire i già latenti conflitti interetnici.

A partire dal febbraio 1988, quando il parlamento della Repubblica autonoma del Nagorno-Karabakh votò una risoluzione per unificare la regione con l’Armenia, iniziarono infatti violenti conflitti tra armeni e azeri, fomentati da Erevan e Baku e sostenuti da Mosca. Non appena raggiunta l’indipendenza dall’Unione Sovietica, nel 1991, l’Azerbaigian esautorò il governo autonomo della regione allo scopo di estendere la propria sovranità sull’enclave. Per tutta risposta, la maggioranza armena del Nagorno-Karabakh proclamò la secessione da Baku e la nascita della Repubblica del Nagorno-Karabakh.

Nell’inverno del 1992 iniziarono le operazioni militari su vasta scala, che portarono le truppe armene, sovvenzionate e rifornite da Mosca, a occupare la regione e una vasta area circostante pari a circa un decimo del territorio azero. Quando nel maggio 1994 fu firmato il cessate il fuoco sotto la mediazione russa, la guerra del Nagorno-Karabakh aveva causato oltre un milione di rifugiati. In seguito all’occupazione armena della regione, che rimane de jure parte dell’Azerbaigian, Baku e Ankara chiusero le frontiere e ruppero le relazioni con l’Armenia.

L’equazione caucasica Nonostante le varie inizative di pace susseguitesi a partire dal cessate il fuoco del 1994, la questione del Nagorno-Karabakh rimane ancora insoluta. La guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, tuttavia, ridisegnando gli equilibri strategici del Caucaso meridionale, ha messo in moto dinamiche geopolitiche che potrebbero quantomeno sbloccare la situazione. Prima della “guerra olimpica”, infatti, l’equazione strategica caucasica si basava, da un lato, sul partenariato strategico turco-azero e, dall’altro, sul rapporto di dipendenza coloniale di Erevan da Mosca. In seguito alla rivoluzione delle rose del 2004 la Georgia – ideale anello di congiunzione tra il petrolio e il gas del Caspio e l’hub geoenergetico anatolico – entrò a far parte del blocco turco-azero, ciò che portò alla costruzione dell’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, del gasdotto Baku-Tblisi-Erzurum e alla progettazione del Nabucco, l’alternativa americana al progetto South Stream.

La “guerra dei cinque giorni” ha ribaltato questo già fragilissimo equilibrio, riportando la Russia al perduto rango di potenza egemone nel Caucaso meridionale. L’invasione russa della Georgia, contro la quale gli Stati Uniti di George Bush non mossero un dito, ha infatti spazzato via i sogni (euro)-americani del “quarto corridoio” – la rotta del gas eurasiatica che avrebbe dovuto bypassare la Russia – oltre a ridurre ai minimi termini l’influenza americana nel Caucaso meridionale. Ciò ha portato la Turchia, l’altra maggiore potenza regionale, ad adottare un atteggiamento estremamente cauto nei confronti di Mosca. Il primo ministro turco Erdoğan chiarì infatti pubblicamente che la blanda reazione di Ankara alla prova di forza della Russia in Georgia era dovuta a una ragione molto semplice: “Noi non possiamo permetterci intralci nelle relazioni bilaterali con la Russia: altrimenti rimarremmo al buio”.

I recenti sviluppi sulla questione del Nagorno-Karabakh vanno dunque inquadrati all’interno del più ampio contesto caucasico, nel quale le poste in gioco sono rappresentate essenzialmente dal controllo delle risorse e delle rotte energetiche e dei passi che dal Rimland conducono ai mari caldi. La questione del Nagorno-Karabakh è poi direttamente correlata alle relazioni turco-armene, profondamente segnate dal massacro di armeni compiuto dal governo ottomano del Comitato Unione e Progresso (braccio politico del movimento dei Giovani Turchi) nel 1915. Proprio il recente riavvicinamento tra Ankara e Erevan potrebbe essere la chiave di volta per la risoluzione della complessa questione territoriale che vede opporsi da quindici anni Azerbaigian e Armenia.

Lo scorso 10 ottobre Turchia e Armenia hanno firmato gli storici protocolli per ristabilire le relazioni diplomatiche e riaprire le frontiere. Un evento che ha mandato su tutte le furie il governo azero, dal momento che né i protocolli né l’amministrazione americana, principale sponsor dell’accordo turco-armeno, vincolavano la riapertura delle frontiere e delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia alla risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh. La situazione è precipitata il 14 ottobre 2009, quando per celebrare la firma degli storici protocolli il presidente della Repubblica turca Abdullah Gül ha invitato il suo omologo armeno Serzh Sargsyan ad assistere alla partita di ritorno delle qualificazioni per i mondiali di calcio tra Turchia e Armenia. In quell’occasione le autorità turche vietarono di introdurre bandiere azere all’interno dello stadio di Bursa, dove si disputava la partita. Gli azeri videro dunque in diretta tv i poliziotti turchi che strappavano e gettavano nei cestini le bandiere azere mentre Gül abbracciava Sargsyan, considerato a Baku come uno dei principali organizzatori del massacro di Khojali del 1992.

La reazione del presidente azero İlham Aliyev non si è fatta attendere. Lo stesso 14 ottobre la compagnia di stato azera Socar e Gazprom hanno firmato un accordo per l’esportazione in Russia di 500 milioni di m3 di gas. Il 15 ottobre il governo azero ha ordinato la rimozione delle bandiere turche poste sul monumento alla memoria dei “fratelli turchi” morti durante la guerra d’indipendenza dell’Azerbaigian nel 1918. Il 16 ottobre Aliyev affermò pubblicamente che Baku stava valutando strade alternative per l’esportazione del gas, in modo da bypassare la “rotta turca”. Ancora, l’11 novembre Socar ha firmato un accordo con la compagnia di stato iraniana Nigs simile a quello siglato con Gazprom. Infine, il 13 novembre è stata la volta del memroandum Baku-Sofia per il quale Socar si impegna a fornire alla Bulgaria 1 miliardo di m3 di gas.

Il riavvicinamento con Erevan, applicazione pratica dello slogan di politica estera “zero problemi con i vicini” lanciato dai neo-ottomani Erdoğan e Davutoğlu, rischiava dunque di compromettere seriamente il partenariato strategico turco-azero, lasciando insoluta la questione del Nagorno-Karabakh e indebolendo ancor di più la già fragile equazione caucasica.

 

La soluzione possibile Negli ultimi mesi, tuttavia, la diplomazia turca, con il ministro degli Esteri Davutoğlu in testa, è riuscita a vincolare di fatto la ratifica dei protocolli per la riapertura della frontiere e della relazioni diplomatiche con l’Armenia ai progressi sulla questione del Nagorno-Karabakh. Il primo ministro turco Erdoğan lo ha detto chiaramente al presidente Obama durante la sua visita a Washington di dicembre. In altri termini, se non ci saranno passi avanti concreti di Erevan sulla questione del Nagorno-Karabakh, l’Assemblea Nazionale turca non ratificherà i protocolli siglati con l’Armenia.

Lo stallo nel negoziato turco-armeno ha indotto gli Stati Uniti a sostenere una nuova iniziativa di pace per il Nagorno-Karabakh, ma per i media azeri l’impegno profuso da Turchia e Stati Uniti non basterà a smuovere Erevan dalle sue posizioni intransigenti. Una conferma di questa tesi è il fallimento (annunciato) del vertice OSCE di Almaty del 15-16 luglio, nel quale era previsto un incontro tra il ministro degli Esteri azero Elmar Mammadyarov e la sua controparte armena Edward Nalbandian sul Nagorno-Karabakh.

I media turchi rilanciano però con forza l’esistenza di una proposta di accordo già discussa e a grandi linee accettata sia da Erevan che da Baku, nella definizione della quale sembra abbia avuto un ruolo non trascurabile il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu. Tale proposta, la cui validità è stata più volte sottolineata dal ministro degli Esteri azero Mammadyarov, prevede il ritiro immediato dell’Armenia dalle cinque province che circondano il Nagorno-Karabakh e la restituzione entro cinque anni delle province di Kelbajar e Lachin.

Diversi funzionari del governo azero, tuttavia, hanno dichiarato ai media locali di non essere troppo ottimisti sulle possibilità di un accordo tra Baku e Erevan in tempi brevi. Lo stesso Mammadyarov ha accusato il governo armeno di assumere un atteggiamento volto a prolungare intenzionalmente il processo di risoluzione del conflitto sul Nagorno-Karabakh.

La Turchia sembra però disporre di una leva in grado di indurre l’Armenia a un approccio più costruttivo alla questione del Nagorno-Karabakh. “I protocolli siglati con l’Armenia” – ha infatti avvertito il ministro degli Esteri truco Davutoğlu – “costituiscono il primo passo di una normalizzazione che la Turchia considera un processo di lungo termine. Senza dubbio, la continuazione di questo processo dipende dalla volontà dell’Armenia di risolvere problemi come quello dell’Alto Karabakh”