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Il difficile negoziato tra Armenia e Azerbaigian.
Il ruolo della Turchia e il complesso scenario caucasico.
Il Nagorno-Karabakh Quella del Nagorno-Karabakh,
regione del Caucaso meridionale che ha fatto parte del territorio azero fin dal
primo dopoguerra, è una delle questioni geopolitiche eurasiatiche più
incancrenite e di difficile soluzione. La regione è infatti abitata da etnie
diverse – armeni, azeri, curdi – e la politica delle nazionalità adottata da
Stalin – il quale nel 1923 creò la Repubblica autonoma del Nagorno-Karabakh
all’interno della Repubblica socialista sovietica azera, soluzione che scontentò
tanto gli armeni quanto gli azeri – non fece altro che inasprire i già latenti
conflitti interetnici.
A partire dal febbraio 1988, quando il parlamento
della Repubblica autonoma del Nagorno-Karabakh votò una risoluzione per
unificare la regione con l’Armenia, iniziarono infatti violenti conflitti tra
armeni e azeri, fomentati da Erevan e Baku e sostenuti da Mosca. Non appena
raggiunta l’indipendenza dall’Unione Sovietica, nel 1991, l’Azerbaigian esautorò
il governo autonomo della regione allo scopo di estendere la propria sovranità
sull’enclave. Per tutta risposta, la maggioranza armena del Nagorno-Karabakh
proclamò la secessione da Baku e la nascita della Repubblica del
Nagorno-Karabakh.
Nell’inverno del 1992 iniziarono le operazioni
militari su vasta scala, che portarono le truppe armene, sovvenzionate e
rifornite da Mosca, a occupare la regione e una vasta area circostante pari a
circa un decimo del territorio azero. Quando nel maggio 1994 fu firmato il
cessate il fuoco sotto la mediazione russa, la guerra del Nagorno-Karabakh aveva
causato oltre un milione di rifugiati. In seguito all’occupazione armena della
regione, che rimane de jure parte dell’Azerbaigian, Baku e Ankara chiusero le
frontiere e ruppero le relazioni con l’Armenia.
L’equazione caucasica Nonostante le varie
inizative di pace susseguitesi a partire dal cessate il fuoco del 1994, la
questione del Nagorno-Karabakh rimane ancora insoluta. La guerra russo-georgiana
dell’agosto 2008, tuttavia, ridisegnando gli equilibri strategici del Caucaso
meridionale, ha messo in moto dinamiche geopolitiche che potrebbero quantomeno
sbloccare la situazione. Prima della “guerra olimpica”, infatti, l’equazione
strategica caucasica si basava, da un lato, sul partenariato strategico
turco-azero e, dall’altro, sul rapporto di dipendenza coloniale di Erevan da
Mosca. In seguito alla rivoluzione delle rose del 2004 la Georgia – ideale
anello di congiunzione tra il petrolio e il gas del Caspio e l’hub geoenergetico
anatolico – entrò a far parte del blocco turco-azero, ciò che portò alla
costruzione dell’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, del gasdotto Baku-Tblisi-Erzurum
e alla progettazione del Nabucco, l’alternativa americana al progetto South
Stream.
La “guerra dei cinque giorni” ha ribaltato questo
già fragilissimo equilibrio, riportando la Russia al perduto rango di potenza
egemone nel Caucaso meridionale. L’invasione russa della Georgia, contro la
quale gli Stati Uniti di George Bush non mossero un dito, ha infatti spazzato
via i sogni (euro)-americani del “quarto corridoio” – la rotta del gas
eurasiatica che avrebbe dovuto bypassare la Russia – oltre a ridurre ai minimi
termini l’influenza americana nel Caucaso meridionale. Ciò ha portato la
Turchia, l’altra maggiore potenza regionale, ad adottare un atteggiamento
estremamente cauto nei confronti di Mosca. Il primo ministro turco Erdoğan
chiarì infatti pubblicamente che la blanda reazione di Ankara alla prova di
forza della Russia in Georgia era dovuta a una ragione molto semplice: “Noi non
possiamo permetterci intralci nelle relazioni bilaterali con la Russia:
altrimenti rimarremmo al buio”.
I recenti sviluppi sulla questione del
Nagorno-Karabakh vanno dunque inquadrati all’interno del più ampio contesto
caucasico, nel quale le poste in gioco sono rappresentate essenzialmente dal
controllo delle risorse e delle rotte energetiche e dei passi che dal Rimland
conducono ai mari caldi. La questione del Nagorno-Karabakh è poi direttamente
correlata alle relazioni turco-armene, profondamente segnate dal massacro di
armeni compiuto dal governo ottomano del Comitato Unione e Progresso (braccio
politico del movimento dei Giovani Turchi) nel 1915. Proprio il recente
riavvicinamento tra Ankara e Erevan potrebbe essere la chiave di volta per la
risoluzione della complessa questione territoriale che vede opporsi da quindici
anni Azerbaigian e Armenia.
Lo scorso 10 ottobre Turchia e Armenia hanno
firmato gli storici protocolli per ristabilire le relazioni diplomatiche e
riaprire le frontiere. Un evento che ha mandato su tutte le furie il governo
azero, dal momento che né i protocolli né l’amministrazione americana,
principale sponsor dell’accordo turco-armeno, vincolavano la riapertura delle
frontiere e delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia alla risoluzione
del conflitto del Nagorno-Karabakh. La situazione è precipitata il 14 ottobre
2009, quando per celebrare la firma degli storici protocolli il presidente della
Repubblica turca Abdullah Gül ha invitato il suo omologo armeno Serzh Sargsyan
ad assistere alla partita di ritorno delle qualificazioni per i mondiali di
calcio tra Turchia e Armenia. In quell’occasione le autorità turche vietarono di
introdurre bandiere azere all’interno dello stadio di Bursa, dove si disputava
la partita. Gli azeri videro dunque in diretta tv i poliziotti turchi che
strappavano e gettavano nei cestini le bandiere azere mentre Gül abbracciava
Sargsyan, considerato a Baku come uno dei principali organizzatori del massacro
di Khojali del 1992.
La reazione del presidente azero İlham Aliyev non
si è fatta attendere. Lo stesso 14 ottobre la compagnia di stato azera Socar e
Gazprom hanno firmato un accordo per l’esportazione in Russia di 500 milioni di
m3 di gas. Il 15 ottobre il governo azero ha ordinato la rimozione delle
bandiere turche poste sul monumento alla memoria dei “fratelli turchi” morti
durante la guerra d’indipendenza dell’Azerbaigian nel 1918. Il 16 ottobre Aliyev
affermò pubblicamente che Baku stava valutando strade alternative per
l’esportazione del gas, in modo da bypassare la “rotta turca”. Ancora, l’11
novembre Socar ha firmato un accordo con la compagnia di stato iraniana Nigs
simile a quello siglato con Gazprom. Infine, il 13 novembre è stata la volta del
memroandum Baku-Sofia per il quale Socar si impegna a fornire alla Bulgaria 1
miliardo di m3 di gas.
Il riavvicinamento con Erevan, applicazione
pratica dello slogan di politica estera “zero problemi con i vicini” lanciato
dai neo-ottomani Erdoğan e Davutoğlu, rischiava dunque di compromettere
seriamente il partenariato strategico turco-azero, lasciando insoluta la
questione del Nagorno-Karabakh e indebolendo ancor di più la già fragile
equazione caucasica.
La soluzione possibile Negli ultimi mesi,
tuttavia, la diplomazia turca, con il ministro degli Esteri Davutoğlu in testa,
è riuscita a vincolare di fatto la ratifica dei protocolli per la riapertura
della frontiere e della relazioni diplomatiche con l’Armenia ai progressi sulla
questione del Nagorno-Karabakh. Il primo ministro turco Erdoğan lo ha detto
chiaramente al presidente Obama durante la sua visita a Washington di dicembre.
In altri termini, se non ci saranno passi avanti concreti di Erevan sulla
questione del Nagorno-Karabakh, l’Assemblea Nazionale turca non ratificherà i
protocolli siglati con l’Armenia.
Lo stallo nel negoziato turco-armeno ha indotto
gli Stati Uniti a sostenere una nuova iniziativa di pace per il Nagorno-Karabakh,
ma per i media azeri l’impegno profuso da Turchia e Stati Uniti non basterà a
smuovere Erevan dalle sue posizioni intransigenti. Una conferma di questa tesi è
il fallimento (annunciato) del vertice OSCE di Almaty del 15-16 luglio, nel
quale era previsto un incontro tra il ministro degli Esteri azero Elmar
Mammadyarov e la sua controparte armena Edward Nalbandian sul Nagorno-Karabakh.
I media turchi rilanciano però con forza
l’esistenza di una proposta di accordo già discussa e a grandi linee accettata
sia da Erevan che da Baku, nella definizione della quale sembra abbia avuto un
ruolo non trascurabile il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu. Tale
proposta, la cui validità è stata più volte sottolineata dal ministro degli
Esteri azero Mammadyarov, prevede il ritiro immediato dell’Armenia dalle cinque
province che circondano il Nagorno-Karabakh e la restituzione entro cinque anni
delle province di Kelbajar e Lachin.
Diversi funzionari del governo azero, tuttavia,
hanno dichiarato ai media locali di non essere troppo ottimisti sulle
possibilità di un accordo tra Baku e Erevan in tempi brevi. Lo stesso
Mammadyarov ha accusato il governo armeno di assumere un atteggiamento volto a
prolungare intenzionalmente il processo di risoluzione del conflitto sul
Nagorno-Karabakh.
La Turchia sembra però disporre di una leva in
grado di indurre l’Armenia a un approccio più costruttivo alla questione del
Nagorno-Karabakh. “I protocolli siglati con l’Armenia” – ha infatti avvertito il
ministro degli Esteri truco Davutoğlu – “costituiscono il primo passo di una
normalizzazione che la Turchia considera un processo di lungo termine. Senza
dubbio, la continuazione di questo processo dipende dalla volontà dell’Armenia
di risolvere problemi come quello dell’Alto Karabakh” |