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Monsignor Luigi Padovese «era una persona perbene»
e la sua morte conferma che la Turchia è terra di martirio per i cristiani.
Monsignor Luigi Padovese «era una persona perbene»
e la sua morte conferma che la Turchia è terra di martirio per i cristiani.
Pronuncia parole semplici e pesanti monsignor Ruggero Franceschini, vescovo di
Smirne, ai funerali del vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso lo scorso 3
giugno a Iskenderun, nel sud del Paese, in circostanze ancora tutte da chiarire.
Nella cattedrale della città erano presenti varie autorità locali - il sindaco,
il prefetto, il capo della polizia - e il nunzio apostolico, Antonio Lucibello.
Nella sua omelia monsignor Franceschini - che fin dal principio ha creduto poco
alle versioni ufficiali sulla dinamica della morte - ha rivendicato per intero
l’opera svolta da Padovese in Turchia: l’azione di dialogo con i musulmani, la
difesa delle minoranze, i rapporti con le autorità. In qualche modo ha sgombrato
il campo dalle ombre. E poi, con quel riferimento al martirio in terra turca, il
predecessore di Padovese alla guida dei vescovi turchi, ha idealmente collegato
il vescovo assassinato a don Andrea Santoro e - in un percorso ideale e storico
più lungo - a Giovanni Paolo II del quale, non a caso, Franceschini ha ripetuto
ieri l’insegnamento: «Non abbiate paura». «La tragica notizia della morte
violenta di monsignor Luigi Padovese - ha detto nell’omelia Franceschini - ci ha
lasciati sgomenti, incapaci di capire come potesse essere accaduta una cosa così
orribile, soprattutto nei confronti di un uomo di Chiesa, un vescovo molto amico
dei turchi e della Turchia. Questa terra si conferma così, ancora una volta,
luogo di martirio anche per chi la amava tanto». Un modo per ricalcare le
recenti parole del Papa in merito alla necessità di evitare generalizzazioni
contro un intero popolo, ma allo stesso tempo un preciso richiamo a
responsabilità già emerse in passato. Il riferimento è a quella teoria di gruppi
nazionalisti e islamici che spesso agiscono in nome di mandanti superiori e che,
più di una volta, hanno colpito a sangue i cristiani. Restano sul campo le due
versioni di Murat Altun: prima il raptus di follia e poi la presunta
omosessualità di Padovese, che avrebbe abusato del giovane 26enne, come causa
scatenante per l’omicidio.
Fra l’altro Franceschini, nell’omelia, ha ricordato le dieci persone che
lavoravano con Padovese in Turchia, alcune delle quali di fede musulmana. Anche
in questo caso il vescovo di Smirne ha chiarito che l’autista non era l’unico
turco collaboratore del vicario apostolico in Anatolia, come invece era stato
adombrato fino a ora.
Si moltiplicano intanto le testimonianze che descrivono una realtà tutt’altro
che semplice, anche a Iskenderun, per i cristiani. Fra queste, quella di don
Luca Pedretti, sacerdote veronese che ha trascorso alcun anni in Turchia - di
cui due proprio nella città di Padovese - per poi esserne allontanato con
l’accusa di proselitismo. «La tensione era molto elevata. Se il popolo turco era
tranquillo e accogliente - è il racconto del sacerdote - la polizia era
opprimente e continuava a starci sul collo. In quella città c’era molto
controllo: i cristiani erano solo 6mila su 200mila abitanti, la stragrande
maggioranza ortodossi, che però venivano nella nostra chiesa». Inoltre «gli
armeni, cristiani, non si facevano neppure vedere in pubblico a pregare». Quindi
don Perdetti ha aggiunto: «In Turchia noi missionari eravamo sopportati a
malapena. Bisognava stare molto attenti. Vi erano delle continue tensioni
sotterranee: la polizia da una parte, i militari dall’altra, forze nazionaliste
ed estremiste molto attive seppur nascoste».
La versione sinora passata come “ufficiale” non convince Asianews, combattiva
agenzia stampa del Pime, il Pontificio istituto missioni estere, che ha chiesto
a Vaticano e governo turco di cambiare le proprie dichiarazioni circa il fatto
che l’omicidio non avesse uno sfondo politico-religioso. Dai particolari
dell’autopsia e da nuove testimonianze stanno emergendo nuovi inquietanti
particolari: le coltellate in tutto il corpo, la decapitazione, l’urlo
dell’omicida Murat Altun: «Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!». Un
quadro che descrive, secondo Asianews, le modalità di un omicidio rituale.
«Davanti a questi nuovi e agghiaccianti particolari - afferma l’agenzia
missionaria - sono forse da rivedere le dichiarazioni del governo turco e le
prime convinzioni espresse dal Vaticano, secondo cui l’uccisione non avrebbe
risvolti politici e religiosi».
martedì, 8 giugno 2010
Toscana oggi
07/06/2010 - 16:03 - ISKENDERUN, FUNERALI MONS.
PADOVESE; MONs. FRANCESCHINI: NON ABBIATE PAURA!
“Non abbiate paura! Non perdetevi di coraggio,
siate lieti, come gli Apostoli, di vivere nella sofferenza e nella prova, senza
venir meno alla vostra fede, che è il motivo della nostra speranza, che è il
fondamento della nostra gioia. Nessuno riuscirà a spegnere questa fiaccola,
poiché essa è sostenuta non solo dai tanti martiri e santi di questi luoghi,
dalla Vergine Santissima patrona di questa comunità, ma da oggi, da un angelo in
più presso il trono di Dio: il vostro, il nostro vescovo Luigi”. E’ l’appello
che mons. Ruggero Franceschini, arcivescovo Metropolita dý Smirne, ha lanciato
oggi ai fedeli turchi accorsi in gran numero nella cattedrale di Iskenderun per
partecipare ai funerali di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia,
ucciso il 3 giugno dal suo autista reo confesso Murat Altun. Una morte violenta
che, ha detto mons. Franceschini, “ci ha lasciati sgomenti incapaci di capire
come potesse essere accaduta una cosa così orribile, soprattutto nei confronti
di un Uomo di Chiesa, un Vescovo molto amico dei Turchi e della Turchia” terra
che “si conferma così, ancora una volta, luogo di martirio anche per chi la
amava tanto. A noi cristiani questa sua morte ricorda come la fedeltà al Vangelo
possa essere pagata con il sangue”. Tra i concelebranti alle esequie il nunzio
apostolico in Turchia, mons. Antonio Lucibello, mons. Louis Pelâtre, vicario
apostolico di Istanbul e il coadiutore di Istanbul degli armeni, l’arcivescovo
mons. Georges Khazzoum. Presenti, insieme al vice console italiano, anche
esponenti delle Autorità locali, il Sindaco, il Prefetto e il capo della
Polizia. Al rito partecipano anche membri della Caritas Turchia e del Consiglio
delle Conferenze episcopali d’Europa, quest’ultimo rappresentato dal portavoce,
Thierry Bonaventura.
Durante l’omelia l’arcivescovo di Smirne ha ricordato mons. Padovese, come
“persona per bene, impegnato negli studi patristici” come anche nell’ambito
della carità. Tra le cose più significative di mons. Padovese, mons.
Franceschini ha ricordato “la condivisione del cibo con gli amici musulmani
durante le reciproche feste, la creazione di un servizio di distribuzione a
domicilio di generi alimentari ad oltre 70 famiglie in difficoltà, di cui una
sola cristiana, il personale stesso della casa del vescovo, oltre 10 lavoratori,
è composto in maggioranza da persone di religione musulmana, la simpatia verso
la cultura islamica, le buone relazioni con le autorità civili” E poi ancora
“gli aiuti profusi alla popolazione nelle alluvioni a Iskenderun e Batman,
l’aiuto costante e generoso alle persone colpite dalla malattia, il contributo
determinante per la canalizzazione dell’acqua in alcuni villaggi isolati”. “Con
lui continueremo a pregare perché su questo Medio Oriente il cielo torni ad
essere più sereno e i cuori ritrovino la strada della pace, per una coesistenza
armoniosa nella collaborazione per il bene comune. Invito tutta la Chiesa di
Turchia e tutti gli uomini e le donne di buona volontà – ha concluso il
celebrante - a credere con tutte le forze a questo sogno di pace, che potremo
realizzare solo col perdono vicendevole, con la preghiera e col sacrificio”.
Amb. Cipro: basta occupazione - MARCO TOSATTI
05.06.2010
Il ritiro delle truppe turche di occupazione nel
nord di Cipro, e l'indipendenza completa dell'Isola. A chiederlo a gran voce è
l'ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, George Poulides, in una intervista
rilasciata a ZENIT in occasione del viaggio di Benedetto XVI a Cipro, iniziato
questo venerdì.
Il ritiro delle truppe turche di occupazione nel
nord di Cipro, e l’indipendenza completa dell’Isola. A chiederlo a gran voce è
l’ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, George Poulides, in una intervista
rilasciata a ZENIT in occasione del viaggio di Benedetto XVI a Cipro, iniziato
questo venerdì.
Quali impronte lascerà a Cipro la visita del Papa?
George Poulides: Il Papa visita Cipro per lanciare un duplice messaggio di pace
e di giustizia. Uno è rivolto a tutti i ciprioti, di qualsiasi fede, per
incoraggiarli sulla strada della riconciliazione e della riunificazione. Cipro,
non dimentichiamolo, è un'isola ferita, che tuttora subisce l'occupazione
militare turca su più di un terzo del suo territorio. Il presidente della
Repubblica di Cipro Demetris Christofias ha preso fin dal 2008 l'iniziativa e
sta portando avanti difficili negoziati al fine di riunificare l'Isola. In
questo suo sforzo ha il pieno sostegno della Santa Sede. Sicuramente la
benedizione del Pontefice ai ciprioti lo aiuterà nel suo sforzo di
riconciliazione. Poi ci sono gli effetti della visita del Pontefice sul dialogo
ecumenico. I rapporti tra la Chiesa ortodossa di Cipro e la Chiesa cattolica
sono eccellenti. Dopo la visita lo diventeranno ancor di più, nel comune anelito
dell'unità dei cristiani.
Quali sono i rapporti tra Cipro e Vaticano?
George Poulides: La Santa Sede ha sempre perseguito una politica estera basata
sulla legalità internazionale e sul rispetto delle risoluzioni delle Nazioni
Unite. Su questa base non vi poteva essere intesa migliore con il governo di
Cipro, come d'altronde ha riscontrato lo stesso presidente Christofias durante
la sua visita in Vaticano nel marzo 2009. La soluzione che noi proponiamo alla
questione di Cipro si basa infatti per intero sulla legalità internazionale e
sulle risoluzioni dell'Onu: ritiro delle truppe turche di occupazione,
indipendenza completa di Cipro riunificata e piena partecipazione alle cose
pubbliche da parte della comunità minoritaria turco-cipriota. Lasciare i
ciprioti liberi di scegliere il loro futuro.
Quali sono le priorità del suo mandato?
George Poulides: Il mio mandato è di portare avanti le posizioni del governo di
Cipro, principalmente riguardo al problema dell'isola, che è la spartizione e
l'occupazione militare turca. Devo dire in tutta sincerità che non devo faticare
molto per convincere i miei interlocutori. Come dicevo, le nostre tesi non sono
solo nostre, ma condivise da un gran numero di organismi internazionali e si
basano sul pieno rispetto della legalità. Questo è ben noto alla cancelleria
della Santa Sede e su questa base c'è un'ottima intesa e collaborazione. Quale è
la situazione del nord di Cipro?
George Poulides: Le forze di occupazione turche hanno saccheggiato e distrutto
qualsiasi cosa ricordasse la fede cristiana, non solo le chiese e i monasteri
ortodossi, ma anche quelli cattolici e armeni. In questa campagna abbiamo sempre
trovato la Santa Sede al nostro fianco.
Cosa pensa del Papa e dei recenti scandali legati a casi di pedofilia nella
Chiesa?
George Poulides: Conosco personalmente Papa Benedetto XVI fin da quando era
cardinale. È un Papa grande, intellettuale, fine teologo, con una profondissima
conoscenza della cultura classica e della patristica greca. I suoi interventi
sono sempre di altissimo livello, ma purtroppo non sempre vengono recepiti. Ed è
un vero peccato, perché Papa Ratzinger dice cose importanti per tutti, i
cattolici, i non cattolici e i non credenti. Mi hanno particolarmente indignato
gli attacchi contro di lui per i deprecabili episodi di pedofilia nella Chiesa.
Li ho trovati oltremodo ingiusti e ingenerosi, poiché tutti sanno che già come
cardinale, Joseph Ratzinger è sempre stato in prima fila nel chiedere maggiore
trasparenza e più severità della Chiesa verso i colpevoli di questi gravi
crimini. È un Papa coraggioso e con un senso profondo di giustizia. Spero che la
sua opera di pulizia abbia successo nell'interesse di tutti i cristiani. |