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In occasione del V centenario della stampa del
primo libro in lingua armena pubblicato nel lontano 1512 nella città lagunare,
Venezia celebra questa civiltà attraverso un percorso museale che si snoda non
solo attraverso le prestigiosi sedi espositive del Museo Correr, del Museo
Archeologico Nazionale e delle Sale Monumentali della Biblioteca Marciana, ma
anche nei luoghi armeni siti in città, seguendo alcuni degli itinerari studiati
per l’occasione dai curatori, uno fra tutti quello che conduce alla scoperta di
San Lazzaro, isola a ovest del Lido, inizialmente lazzaretto e successivamente
dimora dell’ordine dei Mechitaristi, congregazione religiosa fondato dal monaco
benedettino Mechitar attorno al 1700.
Il tracciato espositivo curato nei minimi dettagli
da Gabriella Uluhogian, Boghos Levon Zekiyan e Vartan Karapetian, presenta un
percorso tematico e cronologico che, attraverso le oltre duecento opere esposte,
provenienti dai più famosi musei e dalle più importanti biblioteche europee e
armene, come gli antichi reliquiari custoditi nella Santa Sede della Chiesa
Armena Apostolica a Echmiadzin, accompagna il visitatore in quello che vuole
essere un vero e proprio viaggio in questa civiltà, mostrandone gli alti
traguardi raggiunti in differenti campi come l’architettura, la filosofia, le
scienze, la religione: non solo oggetti ma vere e proprie impronte di un popolo
che ha ancora tanto da rivelare.
È un racconto che si svolge attraverso ben quindici sale ad ognuna delle quali è
destinata una tematica precisa in modo da rendere il più accessibile possibile
allo spettatore la ricca e dinamica cultura armena: una cultura che vive di
interazioni e di scambi, di fusioni; un continuo mutare e mutarsi come si evince
fin dalla prima sala dedicata all’altopiano armeno, un territorio vulcanico
ricco di dislivelli come ad esempio la valle dell’Arat, compresa tra i due
vulcani spenti Aragatz e Ararat, mitico luogo di approdo dell’Arca di Noè.
È la stessa morfologia della regione ad essere alla base dello sviluppo della
scultura e dell’arte lapidea: si parte da alcuni monoliti a decorazione zoomorfa
del II e I millennio a.C. per giungere ai khachkar, cippi di pietra con una
croce scolpita al centro, divenuti ben presto simbolo della religione armena.
Estremamente interessanti sono anche i tappeti nelle cui decorazioni geometriche
ricorrono i motivi della scultura e dell’architettura (Tappeto Astghahavk, XIX
secolo, prodotto a Giulistan a sud dell’Artsakh e proveniente dal Museo Statale
di Storia Armena di Yeveran).
Si passa successivamente alle sale dedicate alla Chiesa armena e all’Arca, sala
in cui è possibile ammirare il famoso reliquario con il frammento dell’Arca di
Noè proveniente dal Museo della Santa Sede di Echmiadzin. Interessantissime sono
le ultime sale del museo Correr dedicate all’arte della scrittura: l’invenzione
dell’alfabeto armeno, avvenuta sotto il regno di Vrampshapuh (392-414) per mano
del monaco Mesrop Mashotots che nel 404 capì la necessità di una Bibbia in
lingua nazionale per agevolare la predicazione della fede. I manoscritti
medioevali riportano tre importanti differenti tipologie di scrittura: erkat’agir,
scrittura del ferro (o per gli ossidi ferrosi contenuti nell’inchiostro o per
l’utilizzo di uno stilo di ferro) risalente a Mashtots, bolorgir una scrittura
minuscola “rotonda” che fa la sua comparsa nel X sec. e domina tutto il
XVIII-XVI, caratterizzata da tratti paralleli ad angolo acuto ed il notrgir
detta scrittura notarile, una minuscola agile in uso dal XV ma già attestata tra
XIII- XVI secolo; notevole è anche la scrittura t’rch’nagir od ornitomorfa di
cui abbiamo un esempio nel manoscritto pergamenaceo proveniente da Yerevan.
Legate a queste stanze ne seguono altre due: una dedicata alla committenza
(importantissimo oltre alla chiesa è il sistema feudale dei nakharar, che
ricoprivano le cariche più prestigiose del Paese) e l’altra dedicata alla
miniatura che copre un periodo che va dal VI al XIX secolo, nella quale il
visitatore può ammirare tra gli altri Omeliario di Mush, il Vangelo di Evagris e
il Romanzo di Alessandro, uno dei pochi manoscritti con argomento profano.
Le sale del Museo Archeologico accolgono tre soggetti principali: il pensiero
(con trattati scientifici prodotti dopo l’invenzione della scrittura grazie ai
quali fiorirono la prestigiosa Scuola di Siunik del VII secolo che diede
importanti contributi in ambito filosofico e teologico e l’Accademia di Ta’ev
del XVI secolo; degni di nota alcuni manoscritti di Filone di Alessandria
tradotti dal greco in armeno); il rapporto tra musica e rito (centrale per la
liturgia armena il canto, che è raccolto nello Sharaknots o Innario e negli inni
sacri o sharakan in parte costituiti da liturgie greche e siriache e in parte da
armene), la tematica del viaggio (dopo la caduta della capitale Ani nel XI
secolo, successivamente alle invasioni ed al controllo straniero, si venne a
determinare una vera e propria diaspora in seguito alla quale vennero fondati
importanti centri culturali ed economici tra Europa ed Asia).
Si legano a quest’ultima stanza le sale successive nelle quali viene evidenziato
il rapporto tra il popolo armeno e le differenti culture: l’impero ottomano
(importantissima la presenza armena per la nascita della prima tipografia
fondata nel 1567 da Abgar Dpir T’okhat’etsi), l’impero russo (grazie ad alcuni
privilegi concessi dagli zar gli Armeni si imposero sulle tratte del commercio
orientale), Crimea ed Europa Orientale, Roma, Gerusalemme, Impero Persiano,
Amsterdam (sede di una colonia armena fin dal XVI secolo) e Venezia.
Proprio il rapporto con Venezia è, infine, uno dei punti focali dell’intera
esposizione, sottolineando il legame tra le due civiltà che ha origine fin dal
VI secolo, anche se il massimo dello sviluppo si avrà tra XII e XIII secolo,
quando si getteranno solide basi per la creazione di una colonia mercantile
armena che trova il suo centro nella parrocchia di San Zulian, in cui nel 1253
Marco Ziani istituì la Casa Armena, centro di ritrovo e di riferimento per gli
armeni veneziani; importantissimi in tale ottica risultano essere il testamento
di Marco Ziani , il testamento di Maria armina (governante della casa armena),
il Milione (in cui Marco Polo parla dettagliatamente del territorio armeno
suddividendolo in Minor e Maior), l’Historie delle parte de Oriente di Aitone di
Corico (in cui l’autore parlava del pericolo mamelucco che all’epoca stava
minacciando l’Armenia), i resoconti degli accordi commerciali, le mappe delle
botteghe con sottolineato il settore armeno, la figura di Caterina Cornaro,
regina di Cipro, che sposò l’ultimo erede delle dinastie regnati della Cilicia
armena e di Gerusalemme.
Non meno importante la sezione dedicata alla stampa armena allestita nelle sale
monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana: i testi stampati a Venezia (si
citi il Libro del venerdì, del 1512), quelli stampati a Parigi, Londra, San
Pietroburgo, Costantinopoli, Amsterdam che dimostrano gli interessi comuni del
pubblico, principalmente clero e mercanti cui erano rivolti, a cui, nel XVII
secolo si aggiungono anche testi di storiografia e filosofia. Degne di nota,
infine la sezione dedicata alla colonia armena di Madras in India, nella quale è
presente una forte influenza delle idee illuministe e quella dedicata a Mechitar,
che vide nel riutilizzo della lingua classica un modo per riunire il popolo
armeno dandogli una prospettiva universale.
Una mostra questa che racconta, in un arco temporale che parte dagli albori del
Cristianesimo fino a giungere al XIX secolo, una civiltà complessa e articolata,
in un’esposizione che dimostra l’importanza della cultura in ogni suo aspetto e
forma come elemento fondamentale per l’esistenza stessa di un popolo.
Scheda tecnica
Armenia. Impronte di una civiltà, Venezia, Museo Correr, Museo Archeologico
Nazionale, Sale
Monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana, fino al 10 aprile 2012.
Biglietto: intero € 16.00 (valido anche per Palazzo Ducale); ridotto €
10.00(valido anche per
Palazzo Ducale); gratuito per i residenti e nati nel Comune di Venezia.
Catalogo: Skira
Giulia Jurinich |